Riforma Fornero e Apprendimento Permanente

La formazione permanente nella "Riforma Fornero", struttura normativa, riflessioni a margine.

di De Filippis Gianna Elena |

Un approfondimento su Apprendimento Permanente



La legge n. 92/2012, ormai nota come “Riforma Fornero”, all’articolo 4, Ulteriori disposizioni in materia di mercato del lavoro, ai commi 51 e ss., in linea con le indicazioni dell’Unione Europea, disciplina e definisce i principi basilari dell’ ”apprendimento permanente”. L’istituto, ad oggi trattato ancora come qualcosa di meramente accessorio e secondario rispetto agli altri istituti del diritto del lavoro, merita, invece, massima attenzione da parte di tutti gli addetti ai lavori, da parte delle istituzioni pubbliche e, soprattutto, da parte del mondo delle imprese che ne gioverebbero notevolmente in termini di competitività, innovazione, produttività.

Secondo la legge, per apprendimento permanente si intende qualsiasi attività intrapresa dalle persone in modo formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita, al fine di migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze, in una prospettiva personale, civica, sociale e occupazionale. Le relative politiche sono determinate a livello nazionale con intesa in sede di Conferenza unificata, su proposta del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca e del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentito il Ministro dello sviluppo economico e sentite le parti sociali, a partire dalla individuazione e riconoscimento del patrimonio culturale e professionale comunque accumulato dai cittadini e dai lavoratori nella loro storia personale e professionale, da documentare attraverso la piena realizzazione di una dorsale informativa unica mediante l'interoperabilità delle banche dati centrali e territoriali esistenti.

La legge, continuando, definisce le tre tipologie di apprendimento.

Per apprendimento formale si intende quello che si attua nel sistema di istruzione e formazione e nelle università e istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica, e che si conclude con il conseguimento di un titolo di studio o di una qualifica o diploma professionale, conseguiti anche in apprendistato a norma del testo unico di cui al decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167, o di una certificazione riconosciuta.

Per apprendimento non formale si intende quello caratterizzato da una scelta intenzionale della persona, che si realizza al di fuori dei sistemi indicati al comma 52 dell’articolo 4 in commento (apprendimento formale), in ogni organismo che persegua scopi educativi e formativi, anche del volontariato, del servizio civile nazionale e del privato sociale e nelle imprese.

Per apprendimento informale si intende quello che, anche a prescindere da una scelta intenzionale, si realizza nello svolgimento, da parte di ogni persona, di attività nelle situazioni di vita quotidiana e nelle interazioni che in essa hanno luogo, nell'ambito del contesto di lavoro, familiare e del tempo libero.

Dunque la centralità dell’apprendimento, quale strumento princeps per una vera crescita personale, civica, sociale e occupazionale, è evidente nella intentio legislativa di derivazione europea. I quattro aggettivi sono molto eloquenti, in quanto evocativi dell’unico mezzo attraverso il quale l’individuo acquisisce coscienza di sé e del suo ruolo sociale, consapevolezza della sua responsabilità di fronte alla società e allo stato, coscienza e conoscenza del suo ruolo ed impegno professionale e delle sue competenze, capacità di relazionarsi agli altri individui e di affinare le proprie abilità, per un obiettivo univoco di crescita universale e collettiva. E’, in sostanza, un apprendimento che va aldilà del ruolo generalmente attribuitogli di tipo scolastico e schematico, è bensì un apprendimento costante e continuativo per tutto l’arco della propria vita e idoneo a fornire agli individui una cittadinanza attiva, partecipativa, costruttiva.

Il programma denominato Life Learning Programme, già dal 2000 primaria scommessa europea, continua a conservare un ruolo essenziale anche nella Strategia Europa 2020, che punta a creare un’economia più competitiva e con più alto tasso di occupazione attraverso una crescita intelligente, solidale, sostenibile: intelligente, con investimenti più efficaci nell'istruzione, la ricerca e l'innovazione; sostenibile, grazie ad un'economia a basse emissioni di CO2 e della competitività dell'industria; solidale, fondata sulla creazione di posti di lavoro e la riduzione della povertà. La strategia s'impernia su cinque obiettivi riguardanti l'occupazione, la ricerca, l'istruzione, la riduzione della povertà e i cambiamenti climatici/l'energia.

Iniziativa trainante in questo programma è stata “New Skills for new Jobs”. L’iniziativa è stata lanciata nel 2008 dall’Unione europea per migliorare la cooperazione tra il mondo del lavoro e quello dell’istruzione con l’obiettivo di “ritagliare su misura” le competenze necessarie al mondo professionale.

Infatti, solo intervenendo con risolutezza e soffermandosi su quattro priorità fondamentali, si può rilanciare l’Europa: un migliore funzionamento dei mercati del lavoro, una forza lavoro più qualificata, una maggiore qualità del lavoro e migliori condizioni di lavoro, politiche più incisive per promuovere la creazione di posti di lavoro e la domanda di lavoro.

Una forza lavoro più qualificata, argomento di interesse in questa analisi, può contribuire al cambiamento tecnologico e al miglioramento complessivo della qualità della vita. Si tratta di una sfida notevole, considerati la rapida evoluzione delle competenze necessarie e lo squilibrio persistente tra domanda e offerta di competenze sul mercato del lavoro dell'UE. Investire nei sistemi di istruzione e formazione, anticipare le esigenze in termini di competenze, fornire servizi di collocamento e di orientamento sarà fondamentale per aumentare la produttività, la competitività, la crescita economica e infine l'occupazione. L'UE è impegnata a migliorare i livelli di istruzione riducendo la dispersione scolastica a una percentuale pari o inferiore al 10% e portando almeno al 40% entro il 2020 la percentuale di studenti che completa una formazione terziaria o equivalente. Le opportunità offerte dalla mobilità intra UE e dai flussi di immigrati provenienti dai paesi terzi non sono ancora pienamente valorizzate né adeguatamente prese in conto al fine di rispondere alle esigenze del mercato del lavoro, nonostante il notevole contributo degli immigrati alla crescita e all'occupazione (Strasburgo, 23.11.2010, COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO, AL CONSIGLIO, AL COMITATO ECONOMICO E SOCIALE EUROPEO E AL COMITATO DELLE REGIONI. Un'agenda per nuove competenze e per l'occupazione:Un contributo europeo verso la piena occupazione).

Pur essendo una sfida notevole ed ardua, quella della forza lavoro qualificata è una delle chiavi di volta per sbloccare la paludosa stasi economica-occupazionale di questi ultimi pesanti anni, chiave di volta su cui bisogna riflettere seriamente. Al crescere dei livelli di istruzione, crescono i redditi e l’occupazione; questo risulta documentato in tutti i paesi sviluppati. In media OECD il tasso di occupazione delle persone con alti livelli di qualificazione è di circa l’80%, contro meno del 50% per le persone con bassi livelli di qualificazione. I benefici derivanti da un’elevata qualificazione sono incrementali: al crescere di conoscenze e competenze cresce la capacità di acquisire nuove skills, competenze, e partecipare ad ulteriori attività formative. Inoltre, questo fatto ha delle ripercussioni importantissime sulla vita sociale delle persone; gli individui istruiti sanno gestire meglio le proprie condizioni di salute, sono attivi nella vita sociale, politica, culturale.

La relazione tra i fabbisogni delle imprese e l’offerta di lavoro, per grandi aggregati, è espressa dall’andamento dell’occupazione per livelli di qualificazione formale. Negli ultimi 10 anni, la domanda di lavoro si è concentrata su persone di media qualificazione (scuola secondaria superiore) ma con precise competenze tecniche-professionali. In parallelo, altresì, è aumentata notevolmente l’occupazione per persone con alti livelli di istruzione (dal 22% al 29%), crollando l’occupazione di persone con bassi livelli di qualificazione (dal 30% al 22%).

Le proiezioni del Cedefop (Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale) al 2020 confermano una crescita della domanda di lavoro europea per qualificazioni medie e alte; i lavoratori non qualificati hanno una “speranza” occupazionale limitatissima del 15%!

Per il 2020, l’Europa ha fissato l’obiettivo di raggiungere il 40% di giovani con alti livelli di qualificazione (25-34 anni) e ha confermato l’obiettivo di ridurre al 10% la dispersione scolastica.

La crisi è stata anche il modo per misurarsi con queste questioni. Essa ha, in effetti, evidenziato i limiti delle consolidate e vecchie competenze professionali, ha fatto emergere in maniera limpida i nuovi fabbisogni professionali, le nuove e future competenze richieste nel mercato del lavoro e nel mondo delle imprese; la tecnologia corre, bisogna stare al passo con essa per completarne e supportarne l’utilizzo applicativo. Investire nelle competenze diventa, dunque, aumento della produttività ma anche aumento della innovazione.

Tutto ciò premesso, una inevitabile riflessione cade sulle politiche attive del lavoro e sui limiti di un sistema di pubblica istruzione qual è quello italiano ormai obsoleto e insufficiente. Le politiche attive del lavoro dovrebbero determinare un incontro tra domanda e offerta, ottimizzando i sistemi di apprendimento e di formazione continua. In Italia, c’è, purtroppo, uno scollamento abissale e veramente detestabile tra sistema istruttivo e mondo del lavoro. E’ palesemente visibile agli occhi di tutti che, dopo le scuole secondarie superiori, difficilmente si hanno competenze specializzate e già immediatamente spendibili nel mondo del lavoro; altro dato peggiore è che dopo 18 anni di studio, comprensivi di laurea quinquennale, un laureato non abbia strumenti concreti per lavorare: dunque 18 anni di studio (a volte ripetitivo e diretto solo a tutelare il corpo docente nelle cattedre universitarie) da sommare ad altri anni di “pratica” sul campo per essere “professionalmente” valido e totalmente autonomo a 35 anni!Questo ignobile sistema va corretto alla radice, prima ancora che si approdi nel mondo del lavoro, creando dei filtri del sapere in relazione alla più o meno elevata domanda di lavoro in ogni settore e adottando già dalla fase formativa metodi applicativi concreti e sperimentali. Bisogna ripartire da una metodica innovativa, che vada aldilà della costante metodica esclusivamente libresca. Solo un individuo adeguatamente formato e specializzato potrà contribuire alla crescita collettiva, realizzando in prospettiva, con gli altri individui, una sorta di economia civile inclusiva: ognuno potenzialmente genera valore aggiunto, ricchezza, che non sia necessariamente profitto, se ha soprattutto un buon “magazzino” di competenze e conoscenze spendibili.

Ad esempio, sarebbe ottimale il partenariato fisso tra strutture educative, imprese e strutture sociali per definire i learning outcomes coerenti con i fabbisogni di competenze e di curricula adeguati. Sarebbe obbligatorio l’apprendimento sul posto di lavoro stesso, con certificazione delle competenze acquisite (per la certificazione, decreto Presidenza del Consiglio dei Ministri del 7 gennaio 2013). I soggetti collettivi potrebbero avere “man forte” sul ruolo della formazione nei diversi settori professionali. Potere avere giovani leve con competenze adeguate non è una sola prerogativa delle istituzioni formative ma è soprattutto una speranza delle imprese (pubbliche, private, ONG, ordini professionali) che hanno tutto l’interesse ad avere competitività e successo.

Nei Paesi in cui le imprese sono partner anche nei percorsi di formazione iniziale, i risultati occupazionali dei giovani qualificati e i tempi di passaggio verso il mondo del lavoro sono da sempre migliori (OECD Learning for jobs, 2010). Per l’implementazione di questo sistema devono interagire più ministeri, più livelli di governo, più settori di politica attiva, da qui si deve partire per avere un futuro occupazionale più sereno e meno deludente.

In Italia, per le competenze tecniche-specialistiche, molto richieste ma spesso scarsamente formate, andrebbero “potenziati” al massimo gli istituti tecnici superiori, quasi abbandonati dal ministero, che ne ha ridotto la strumentazione adeguata in laboratorio e le ore di pratica tecnica in laboratorio stesso. Questi istituti di formazione superiore secondaria andrebbero rivalorizzati per avere qualificati periti informatici, periti elettrotecnici, periti agrari, periti per l’efficienza energetica. Aldilà dell’attività di ricerca svolta presso le sedi universitarie, sono, infatti, più che mai necessari i periti tecnici nella fase applicativa delle tecnologie (implementazione e manutenzione di impianti fotovoltaici, di reti telematiche, messa in posa di fibre ottiche, attivazione di impianti innovativi nell’allevamento e nell’agricoltura, altri). Invece, da anni, si ribadisce, si è completamente ridimensionata l’importanza della formazione qualificata dei periti e si è di fronte ad una implosione del sistema (sistema che consta di migliaia di laureati anche in ambiti poco richiesti, come se la laurea fosse un target obbligatorio per tutti!).

Il MIUR, Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca, allora, dovrebbe dare spazio a questi istituti scolastici, investire in essi, dotandoli di strumenti all’avanguardia, di laboratori attrezzati, di esperienze più pratiche e più mirate in base al settore tecnologico di appartenenza, creando sistemi territoriali di contatto con le imprese.

Altro punto di forza, accanto alla formazione iniziale e durante gli anni di studio, è investire nelle competenze durante la vita lavorativa dell’individuo. Ogni individuo deve avere la responsabilità e convinzione di dovere continuare ad apprendere durante la propria vita, sviluppando capacità migliorative della propria carriera. In questo, un ruolo importante deve essere svolto dalle strutture pubbliche per co-finanziare le iniziative di formazione continua.

Attualmente, in Italia si stanno adottando provvedimenti ma manca ancora una politica di lancio dell’istituto, manca una sensibilità sul concetto dell’apprendimento permanente che dovrebbe, come più volte ribadito, essere una chiave di volta per migliorare le condizioni del nostro mercato del lavoro al collasso.