La Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncia in tema di riconoscimento del matrimonio same sex

I motivi che inducono, con facile sforzo predittivo, a ritenere che la decisione della Corte Suprema americana potrebbe accelerare il corso delle cose in materia di matrimonio same sex nel nostro Paese

- di Avv. Valeria Cianciolo
La Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncia in tema di riconoscimento del matrimonio same sex

Quella di oggi è una di quelle sentenze che entrano nel novero di quelle che segnano un’epoca.

Proviamo a fare una sintetica analisi delle cose accadute e che hanno portato alla sentenza di oggi.

Il Defense of Marriage Act (DOMA) è divenuto legge nel 1996, ma ha dispiegato i suoi effetti nel momento in cui le unioni tra individui dello stesso sesso sono divenute una realtà evidente.

Già nel febbraio del 2011 l’Amministrazione Obama aveva annunciato che non avrebbe continuato a sostenere la costituzionalità della sezione 3 del DOMA laddove questa definisce l’unione tra un uomo e una donna l’unica riconosciuta a livello federale e dalla quale discende il godimento dei privilegi accordati dalla legislazione federale alle coppie legalmente unite in matrimonio.

Ma fino al 2013 la sezione 3 del DOMA ha negato a migliaia di coppie la validità delle proprie unioni, nonché il godimento dei privilegi accordati dalla legislazione federale alle unioni legalmente valide e riconosciute contratte tra eterosessuali.

Negli Stati Uniti a livello federale il matrimonio omosessuale è già equiparato a quello etero, grazie alla sentenza U.S.A v. Windsor del giugno 2013.

La vicenda da cui trae origine la decisione del 2013 della Corte Suprema vede come protagonista Edith Windsor. La Windsor, rimasta vedova in seguito al decesso di Thea Spyer, con la quale aveva contratto legalmente matrimonio in Canada, aveva richiesto di poter beneficiare dell’esenzione fiscale per i coniugi superstiti, così come previsto dalla legislazione federale per i coniugi eterosessuali. Tuttavia, il matrimonio, seppur riconosciuto dallo Stato di New York, non rientrava nella definizione di cui alla sez. 3 del DOMA in quanto i nubendi appartenevano allo stesso sesso.

La decisione, a lungo attesa, ha spaccato il collegio giudicante che ha adottato la sentenza con un voto di 5 a 4. Proprio come oggi. L’opinione di maggioranza è stata redatta dal giudice Kennedy (quello della sentenza di oggi per intenderci…) e sottoscritta da tutti i giudici di nomina democratica: Ginsburg, Breyer, Sotomayor e Kagan, dichiarando la sezione 3 del DOMA illegittima in quanto si riscontrava la violazione rispetto al disposto del V emendamento.

Fino ad oggi però alcuni stati potevano rifiutarsi sia di celebrare i matrimoni gay sia di riconoscere quelli celebrati in un altro stato in quanto il “matrimonio” omosessuale era legale solo in 37 Stati americani e nella capitale Washington.

Ma la sentenza non aveva risolto una questione chiave: non era chiaro se gli Stati o il governo federale avessero l’autorità di stabilire se le coppie dello stesso sesso avessero il diritto legale di sposarsi.

Quella matrimoniale è una materia di tradizionale competenza statale, non federale.

Se uno Stato ritiene di dover assicurare la dignità e l’uguaglianza di tutti i cittadini a prescindere dal loro orientamento sessuale, il potere federale non può avere nulla da dire al riguardo. In particolare, il fatto che una legge federale stabilisca una differenza tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali all’interno dello stesso Stato, dunque dello stesso contesto normativo, crea una frattura tra poteri che solo la Costituzione, e pertanto la preferenza per la competenza statale, può colmare.

Nel caso Obergefell v. Hodges all’attenzione di tutti i media di oggi, la Corte ha dovuto stabilire se vietare alle coppie omosessuali di sposarsi rappresenti una violazione del quattordicesimo emendamento della Costituzione. Emendamento questo ratificato dopo la guerra civile per garantire la parità dei cittadini davanti alla legge.

La Corte ha accettato di affrontare il caso nel gennaio scorso, per dirimere un conflitto tra corti d’appello federali che hanno una giurisdizione sovrastatale.

Da un lato, le corti del nono circuito (ovest), del decimo (midwest), del settimo (Grandi laghi) e del quarto (sudest) hanno sancito l’esistenza di un diritto costituzionale al matrimonio per le coppie dello stesso sesso, cancellando le norme statali che definivano l’unione coniugale solo eterosessuale. Dall’altro, la corte d’appello del sesto circuito – con giurisdizione su Michigan, Ohio, Tennessee e Kentucky – ha confermato il diritto degli stati a mantenere una definizione tradizionale di matrimonio.

È stata questa sentenza a essere impugnata da gay e lesbiche che rivendicano il diritto a sposarsi nello stato in cui vivono o chiedono che il loro stato riconosca il matrimonio contratto altrove.

La diversa interpretazione della costituzione fornita dalla corte d’appello del sesto circuito ha determinato l’intervento della Corte Suprema che ha, tra l’altro, il compito di garantire l’uniforme applicazione del diritto a livello nazionale.

Con la decisione di oggi, la Corte Suprema ha stabilito l’incostituzionalità dei divieti opposti da Michigan, Ohio, Tennessee e Kentucky. Ma soprattutto, ha preso posizione sulla questione, consentendo il matrimonio gay a 50 Stati su 50, in rappresentanza del 70% delle popolazione americana.

Di Kennedy (conservatore moderato, sia detto) oltre al voto decisivo, si segnala l'appassionato documento sottoscritto dalla maggioranza che illustra le motivazioni della Corte: «Nessuna unione è più profonda del matrimonio. Perchè incarna i più alti ideali di amore, fedeltà, devozione, sacrificio e famiglia. Nel creare una simile unione, due persone diventano qualcosa di più grande di ciò che erano prima». Ancora, più esplicitamente a difesa delle coppie gay che hanno sfidato i divieti introdotti da alcuni stati al matrimonio omosessuale: «Sarebbe un gesto di incomprensione verso questi uomini e queste donne dire che mancano di rispetto all'idea del matrimonio. La rispettano così profondamente che cercano di metterla in pratica. La loro speranza è di non essere condannati a vivere in solitudine, esclusi da una delle più antiche istituzioni della nostra civiltà. Chiedono di avere la stessa dignità davanti alla legge. La Costituzione garantisce questo diritto».

Concludo con un passaggio a mio avviso, centrale della sentenza di oggi.

Se anche i nostri politici ne prendessero atto, sarebbe un primo passo verso la realizzazione di quella Costituzione materiale che ci hanno insegnato sui libri dell’Università attraverso la piena attuazione del principio di uguaglianza:

This dynamic also applies to same-sex marriage. It is now clear that the challenged laws burden the liberty of same-sex couples, and it must be further acknowledged that they abridge central precepts of equality. Here the marriage laws enforced by the respondents are in essence unequal: same-sex couples are denied all the benefits afforded to opposite-sex couples and are barred from exercising a fundamental right. Especially against a long history of disapproval of their relationships, this denial to same-sex couples of the right to marry works a grave and continuing harm. The imposition of this disability on gays and lesbians serves to disrespect and subordinate them. And the Equal Protection Clause, like the Due Process Clause, prohibits this unjustified infringement of the fundamental right to marry. See, e.g., Zablocki, supra, at 383–388; Skinner, 316 U. S., at 541. These considerations lead to the conclusion that the right to marry is a fundamental right inherent in the liberty of the person, and under the Due Process and Equal Protection Clauses of the Fourteenth Amendment couples of the same-sex may not be deprived of that right and that liberty. The Court now holds that same-sex couples may exercise the fundamental right to marry.”

 

Avv. Valeria Cianciolo

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Qui il testo in lingua originale della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti.

 

 

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