Anatocismo: intervento della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale dichiara incostituzionale la norma salva banche, sentenza n.78, del 5 aprile 2012,

di Frascella Paolo |
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La Sentenza n.78 del 2012 della Corte Costituzionale


Con la sentenza n.78 del 2012, la Corte Costituzionale, accogliendo parzialmente le doglianze dei rimettenti, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art.2, comma 61, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n.225 (convertito, con modificazioni, dalla legge n.10 del 26 febbraio 2011), osservando che la disposizione introdotta dalla norma si auto qualificava d’interpretazione, spiegando efficacia retroattiva.
La Corte, ricordando che il divieto di retroattività della legge (art.11 delle disp. sulla legge in generale), pur costituendo valore fondamentale di civiltà giuridica, non riceve nell’ordinamento la tutela privilegiata di cui all’art. 25 Cost. (sent. n.15/ 2012, n.236/2011e n.393/2006), ha precisato, che il legislatore avrebbe potuto emanare norme retroattive, anche d’interpretazione autentica, purché la retroattività avesse trovato adeguata giustificazione nell’esigenza di tutelare principi, diritti e beni di rilievo costituzionale, che costituiscono altrettanti «motivi imperativi di interesse generale», ai sensi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali.

La norma censurata, invece, con la sua efficacia retroattiva, afferma la Corte, lede il canone generale della ragionevolezza delle norme (art.3 Cost.), poiché interviene sull’art.2935 C.c. in assenza di una situazione d’oggettiva incertezza del dato normativo. In materia di decorrenza del termine di prescrizione relativo alle operazioni bancarie regolate in conto corrente, infatti, si era formato un orientamento consolidato della giurisprudenza, che aveva trovato riscontro anche in sede di legittimità, e che aveva individuato nella chiusura del rapporto contrattuale o nel pagamento solutorio, il dies a quo per il decorso del termine di prescrizione.
La ripetizione dell’indebito oggettivo, prosegue la Corte, postula un pagamento (art.2033 C.c.), il quale, avuto riguardo alle modalità di funzionamento del rapporto di conto corrente, spesso si rende configurabile soltanto all’atto della chiusura del conto (Cass. civ., Sez. Un., n.24418/2010), cosicché, ancorare con una norma retroattiva, la decorrenza del termine di prescrizione all’annotazione in conto, significa individuarla in un momento diverso da quello in cui il diritto può essere fatto valere secondo la previsione dell’art.2935 C.c.
La norma censurata, conseguentemente, lungi dall’esprimere una soluzione ermeneutica rientrante tra i significati ascrivibili al citato art.2935 C.c., ma vi deroga nettamente, innovandolo rispetto al testo previgente, senza alcuna ragionevole giustificazione.
L’efficacia retroattiva, prosegue la Corte, rende inoltre asimmetrico il rapporto contrattuale di conto corrente, poiché retrodatando il decorso del termine di prescrizione, finisce per ridurre irragionevolmente l’arco temporale disponibile per l’esercizio dei diritti nascenti dal rapporto stesso, in particolare, pregiudicando la posizione giuridica del correntista che, nel contesto giuridico anteriore all’entrata in vigore della norma denunziata, abbia avviato azioni dirette a ripetere somme illegittimamente addebitategli.
La Corte, nella sentenza in esame, ha quindi confermato la violazione dell’art.3 Cost., poiché la norma censurata, facendo retroagire la disciplina in essa prevista, non rispetta i principi generali di eguaglianza e ragionevolezza, già indicati in precedenti pronunce (sent. n.209 del 2010).

L’art. 2, comma 61, del d.l. n.225 del 2010 (primo periodo), afferma la Corte, è però costituzionalmente illegittimo anche per altro profilo.
A partire dalle sentenze n.348 e 349 del 2007, la giurisprudenza della Corte Cost. è stata costante nel ritenere che le norme contenute nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, integrino, quali “norme interposte”, il parametro costituzionale espresso dall’art. 117, primo comma, Cost., nella parte in cui impone la conformazione della legislazione interna ai vincoli derivanti dagli obblighi internazionali (sent. n.1 del 2011; n.196, n.187, n.138 del 2010 e n.80 del 2011).
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a sua volta, ha più volte affermato che se, in linea di principio, nulla vieta al potere legislativo di regolamentare, in materia civile, con nuove disposizioni dalla portata retroattiva, il principio della preminenza del diritto ed il concetto di processo equo, sanciti dall’art.6 della Convenzione, ostano all’ingerenza del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia, al fine di influenzare l’esito giudiziario di una controversia, salvo che per imperative ragioni d’interesse generale (Corte Eu. Sez. II, 10 giugno 2008, 7 giugno 2011, 31 maggio 2011; Sez. V, 11 febbraio 2010).
Secondo la Corte Cost., pertanto, sussiste uno spazio, sia pur delimitato, per un intervento del legislatore con efficacia retroattiva (fermi i limiti di cui all’art.25 Cost.), se giustificato da «motivi imperativi d’interesse generale»», che spetta innanzitutto al legislatore nazionale ed alla Corte valutare, con riferimento a principi, diritti e beni di rilievo costituzionale.
Nel caso in esame, la Corte non ha ravvisato alcun motivo imperativo d’interesse generale, idoneo a giustificare l’effetto retroattivo della norma, posto che, lo stesso legislatore, nulla aveva dedotto in merito, neppure in occasione dei lavori preparatori, ed ha affermato la violazione anche il parametro costituito dall’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 6 della Convenzione europea, così, come interpretato dalla Corte di Strasburgo.

Avv. Paolo Frascella - Padova