Cassazione Penale, Sezioni Unite, 18 settembre 2014 n. 38343

Cassazione Penale, Sezioni Unite, 18 settembre 2014 (ud. 24 aprile 2014), n. 38343 - Sentenza Thyssenkrupp - criteri di demarcazione tra dolo eventuale e colpa cosciente, responsabilità amministrativa della società

Il rinvio alle Sezioni Unite: condotte individuali - aggravanti - causalità

 

 

15. L'assegnazione del ricorso alle Sezioni unite.

L'Ufficio per l'esame preliminare dei ricorsi della Prima sezione della Corte di Cassazione, cui il processo era stato assegnato, ha trasmesso gli atti al Primo Presidente esponendo le divergenze giurisprudenziali sull'individuazione della linea di confine tra dolo eventuale e colpa cosciente; ed ha quindi segnalato l'opportunità che il caso fosse trattato dalle Sezioni Unite, anche per chiarire se la irragionevolezza del convincimento prognostico dell'agente circa la non verificazione dell'evento comporti o meno la qualificazione giuridica dell'elemento psicologico del delitto in termini di dolo eventuale. Si è pure rappresentato che diverse, ulteriori importanti questioni presenti nel processo ne consigliavano l'assegnazione alle Sezioni Unite.

Il Primo Presidente, con decreto del 29 novembre 2013, considerate anche le richieste pervenute in tal senso da alcuni ricorrenti;

riscontrata l'esistenza di dissonanze nella giurisprudenza di legittimità a proposito della evocata linea di confine tra dolo eventuale e colpa cosciente, valutata altresì l'importanza anche di altre questioni afferenti alla posizione di garanzia, particolarmente nelle strutture complesse e ad elevato rischio, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l'odierna udienza pubblica.
Motivi della decisione

1. La questione della mancata traduzione degli atti processuali nei confronti degli imputati di lingua tedesca.

Come si è visto, le difese hanno prospettato due censure di carattere preliminare che vanno quindi esaminate in principio.

La pronunzia, dato atto delle deduzioni difensive e dei principi più accreditati nella giurisprudenza, ha ritenuto che le questioni prospettate a proposito della mancata traduzione di atti processuali nei confronti degli imputati di lingua tedesca siano prive di rilievo nella fattispecie concreta, posto che dagli atti risulta che essi possedevano una conoscenza della lingua italiana ampiamente sufficiente per poter adeguatamente comprendere la natura e complessità delle accuse loro mosse e conseguentemente di difendersi.

A tale riguardo, per ciò che riguarda E., vengono analizzate diverse prove: l'adempimento dell'invito ad eleggere domicilio con sottoscrizione del verbale, in presenza del legale e mai mostrando di non intendere l'idioma;

un'intervista televisiva in lingua italiana con un percorso argomentativo certamente non agevole e bisognoso di una sicura padronanza della lingua italiana; una conferenza stampa programmata dallo stesso ricorrente, ordini organizzativi via e-mail e comunicazioni in italiano, nonchè ricezione di comunicazioni in italiano anche di notevole complessità. Che l'imputato conoscesse benissimo l'italiano emerge pure dalla deposizione testimoniale e da quanto riscontrato nel processo di merito, allorchè l'imputato corresse la sua traduttrice dimostrando la piena padronanza dell'italiano.

Per ciò che riguarda Pr. si considera che fu nominato consigliere delegato di un'impresa italiana nel marzo 2005, che risiede in Italia da quella data, sicchè risulta del tutto ragionevole ritenere che, trovandosi ai vertici di così impegnativa attività in Italia, che coinvolgeva contatti quotidiani con operatori italiani, egli possedesse conoscenza della lingua locale.

L'imputato, inoltre frequentò nei primi mesi del 2006 un corso di italiano, intrattenne nel febbraio dello stesso anno con la propria segretaria varie e-mail in italiano, dalle quali risulta che egli capiva i messaggi anche abbastanza articolati che gli venivano inviati e rispondeva a tono sempre in italiano. L'imputato, inoltre, ricevette comunicazioni interne in italiano anche di notevole complessità tecnica.

In conclusione, per la Corte di merito, gli imputati di lingua tedesca conoscono l'italiano, hanno mostrato di rendersi conto del significato degli atti compiuti ed hanno assunto iniziative rivelatrici della loro capacità di difendersi adeguatamente. Dunque non vi è obbligo di traduzione, come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità.

Tale apprezzamento in fatto, riccamente argomentato alla stregua di plurime e significative acquisizioni probatorie, appare immune da censure logiche e, dunque, non è sindacabile nella presente sede di legittimità. Non pare significativa, in particolare la deduzione che, per Pr., fa riferimento alla limitatezza numerica delle comunicazioni in italiano. Infatti, ciò che maggiormente rileva, non è l'entità delle comunicazioni, quanto piuttosto che esse, poche o molte che siano, rivelino una conoscenza adeguata della lingua. E sul punto, come si è detto, la Corte di merito compie un argomentato apprezzamento in fatto qui non sindacabile.

Neppure colgono nel segno le argomentazioni critiche contenute nelle impugnazioni, focalizzate sulla necessità di una conoscenza della lingua adeguata anche alla complessità dei fatti e delle accuse oggetto del processo. Invero, a tale riguardo non può essere dimenticato che, come del resto accennato pure dalla Corte di merito, l'oggetto del processo afferiva alla vita aziendale ed alle sue patologie; sicchè nessuno meglio degli imputati poteva comprendere il contenuto delle accuse e degli atti ad esse pertinenti.

2. La questione della mancata traduzione di documenti redatti in lingua diversa dall'italiano.

La pronunzia da atto delle censure difensive, basate su una lettura coordinata degli artt. 242 e 143 cod. proc. pen., afferenti alle decisioni del G.u.p. e della Corte di assise che hanno affermato l'inesistenza di una causa di nullità per la mancata traduzione, sotto il profilo dell'inesistenza di un diritto della parte a conoscere l'intero compendio documentale, o sotto quello della mancata allegazione di un'effettiva compressione del diritto di difesa.

In proposito il giudice d'appello afferma che nella giurisprudenza di legittimità è consolidata l'enunciazione che non esiste un diritto dell'imputato a vedersi tradurre i documenti in lingua straniera acquisiti al processo, a meno che essi siano tanto rilevanti ai fini della decisione da costituire parte integrante dell'accusa. Tali pronunzie non collidono con i principi del giusto processo, ma anzi enfatizzano il ruolo del contraddittorio, che si realizza anche attraverso la selezione del materiale istruttorio da proporre al giudice. D'altra parte, il diritto alla piena contezza dell'accusa non può dilatarsi fino a comprendere tutti i documenti, magari innumerevoli e del tutto irrilevanti acquisiti nel fascicolo, rispetto ai quali deve essere solo assicurato il diritto di accesso in condizioni di piena parità rispetto all'organo di accusa. Tale ordine concettuale, secondo la Corte, è aderente al principio della ragionevole durata del processo. Le difese ignorano tale aspetto del problema e prospettano una soluzione che dilata in maniera ingiustificata la durata delle indagini per tradurre innumerevoli documenti che pervengono dagli archivi degli stessi imputati.

Il sistema che se ne deduce è dunque basato sull'onere di allegazione, che incombe sulla parte: si tratta di illustrare la rilevanza dei documenti da tradurre e di dedurre un'effettiva, concreta lesione del rito di difesa. Tali oneri, pacificamente, non sono stati assolti dalle difese.

Tali valutazioni sono conformi ai principi dell'ordinamento processuale ed alla specifica disciplina della materia. Questa Corte ha in numerose occasioni enunciato il principio che l'obbligo di usare la lingua italiana si riferisce agli atti da compiere nel procedimento, non agli atti, già formati, da acquisire al processo, per i quali la necessità della traduzione si pone solo qualora l'utilizzazione, ai fini della decisione, di uno scritto in lingua straniera possa, in concreto, pregiudicare i diritti di difesa dell'imputato o di altra parte del procedimento. In questo caso, tuttavia, il pregiudizio concretamente derivante dalla mancata traduzione deve essere eccepito dalla parte (Sez. 5, n. 21952 del 31/05/2001, Rainer, Rv. 219457; Sez. 3, n. 21021, del 13/05/2003, Cronk, Rv. 225230; Sez. 4, n. 4981 del 06/02/2004, Ligresti, Rv.

229667; Sez. 6, n. 44418 del 28/11/2008, Tolio, Rv. 241657).

Tale enunciato deve essere qui ribadito e chiarito. Non vi è dubbio che la traduzione in italiano di un documento acquisito al processo e redatto in altra lingua possa costituire adempimento necessario al fine di consentire alle parti la comprensione dei fatti del processo e di esercitare, quindi, in modo consapevole il proprio ruolo istituzionale. Tale traduzione, tuttavia, non può essere razionalmente pensata come adempimento indefettibile, indiscriminato.

Una soluzione di tale genere, infatti, rischierebbe concretamente di condurre, irragionevolmente, il processo in una sfera di inutile elefantiasi, introducendo adempimenti gravosi quanto inutili; con pregiudizio delle istanze di celerità ed efficienza correttamente evocate dalla Corte di merito. Dunque, la traduzione di cui si parla deve essere certamente favorita, propiziata dal giudice, ma solo nei limiti in cui essa assuma qualche possibile, concreto rilievo rispetto ai fatti da provare. Lo strumento per siffatto conseguimento è costituito dalla dialettica processuale, dal contraddittorio.

Ciascuna parte è cioè tenuta, in spirito di leale collaborazione, ad indicare, spiegare, sia pure succintamente e per evocazione, le ragioni che rendono plausibilmente utile la traduzione.

Il giudice di merito, per quanto consta, non si è sottratto a tale dovere, disponendo, nel corso del processo, la traduzione di diversi atti, tutte quante volte è pervenuta razionale sollecitazione in tal senso da parte delle difese.

E' ben vero che, in linea di principio, l'utilità di un atto può essere talvolta compresa appieno solo dopo che esso sia stato tradotto. Tale teorica esigenza, tuttavia, non può essere umanamente, plausibilmente perseguita attraverso la traduzione indiscriminata che, come si è esposto, condurrebbe, soprattutto nei processi molto complessi come quello in esame, ad esiti paralizzanti.

Si tratta allora, di conseguire un equilibrato contemperamento delle diverse esigenze, attraverso l'indicato itinerario dialettico, ispirato da una logica di favore per la traduzione.

I ricorrenti, peraltro, come si è visto, hanno proposto la questione in esame con riguardo al momento iniziale nel quale, a seguito dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, gli atti del procedimento divengono pienamente ostensibili ed il principio del contraddittorio trova concreta attuazione; lamentando i diversi pregiudizi derivanti dall'impossibilità di assumere tempestivamente le pertinenti iniziative e scelte processuali. Tuttavia, pure in tale passaggio dell'iter processuale non è preclusa la possibilità di motivatamente allegare la necessità della traduzione. La evocata ristrettezza dei tempi non ha fondamento pregiudicante, posto che da un lato il termine di venti giorni previsto dall'art. 415-bis cod. proc. pen. per la presentazione delle memorie e delle richieste difensive dopo la notifica dell'avviso di conclusione delle indagini non è perentorio ma solo ordinatorio, come già condivisibilmente ritenuto da questa Suprema Corte (Sez. 1, n. 19174 del 06/02/2008, Rv. 240238); e dall'altro il termine per lo svolgimento dell'attività integrativa d'indagine previsto dallo stesso art. 415- bis non attiene per nulla all'ambito considerato. Dunque, vi erano tutte le condizioni per sollecitare, nei modi dovuti, cioè con appropriata allegazione, le traduzioni ritenute utili.

Nè, contrariamente a quanto dedotto, si rinvengono nell'ordinamento indicazioni di segno contrario rispetto ai principi qui esposti. In particolare, non è pertinente il richiamo alla disciplina di cui al D.P.R. 15 luglio 1988, n. 574, e successive modificazioni, recante norme di attuazione dello statuto speciale per la regione Trentino- Alto Adige in materia di uso della lingua tedesca e ladina. Tale normativa, infatti, persegue finalità del tutto peculiari, volte alla tutela dell'identità culturale e linguistica delle minoranze alloglotte, che non possono essere in alcun modo trasposte nell'ambito di cui qui si discute. Ma pure a voler accedere all'esame di tale disciplina, occorre pervenire alla conclusione che da essa possono semmai trarsi indicazioni di segno opposto a quelle prospettate dalle difese. Infatti, l'art. 15, nel testo risultante dalle modifiche apportate, da ultimo, dal D.Lgs. 13 giugno 2005, n. 124, prevede al comma 4-bis che "i documenti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero, nonchè le consulenze tecniche e le perizie che siano in lingua diversa da quella del procedimento sono tradotte a richiesta di parte". Tale regolamentazione vale se non altro ad escludere la automaticità della traduzione dei documenti redatti in lingue diverse, che costituisce il portato più radicale delle tesi difensive qui confutate; richiedendo comunque un'esplicita richiesta.

Neppure dalla Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio n. 64 del 2010 sul diritto al'interpretazione nei procedimenti penali e dalla normativa di attuazione di cui al D.Lgs. 4 marzo 2014, n. 32, possono inferirsi indicazioni che in qualche guisa, sia pure indiretta, corroborino le discusse tesi difensive. La nuova normativa nazionale ha riscritto l'art. 143 cod. proc. pen.. Sebbene tale disciplina non sia direttamente pertinente all'ambito di cui si discute, riguardando l'imputato che non conosce la lingua italiana, è di qualche interesse il comma 3 che prevede la traduzione di atti, ritenuti essenziali per consentire all'imputato di conoscere le accuse a suo carico, disposta dal giudice, anche a richiesta di parte, con atto motivato impugnabile unitamente alla sentenza.

Dunque, neppure qui alcun automatismo ma un provvedimento motivato del giudice.

Alla luce di tali considerazioni appare inconferente la richiesta di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea sull'uso della lingua del processo.

3. Il reato di cui all'art. 437 cod. pen. e l'obbligo giuridico di realizzare l'impianto automatico di spegnimento.

La disamina di tale fattispecie presenta speciale, preliminare interesse poichè si tratta di un aspetto dell'accusa che, come sarà esposto in appresso, deve essere parzialmente ridimensionato; con implicazioni connesse non solo al trattamento sanzionatorio, ma anche alle prospettate questioni inerenti all'intreccio ed alle relazioni tra i diversi reati.

Come si è accennato, il giudice d'appello ha ritenuto la fattispecie aggravata contestata ed ha pure ravvisato l'assorbimento del reato di incendio nell'aggravante afferente alla causazione di un disastro.

Nella prospettazione accusatoria la necessità di installare un impianto automatico di rivelazione e spegnimento trova fondamento da un lato nel ripetersi di appiccamenti di fuoco in presenza di sostanze infiammabili come l'olio e la carta; e dall'altro nel proposito manifestato dalla casa-madre di apprestare una lotta radicale agli incendi, concretizzatosi nel rendere disponibili le occorrenti risorse finanziarie, maturato dopo l'incendio disastroso nello stabilimento di (OMISSIS).

3.1. Come pure si è visto, l'esistenza di un obbligo giuridico in tal senso è oggetto di discussione. La pronunzia d'appello enuncia che nella fonte dell'obbligo giuridico di agire gioca un ruolo essenziale il combinato disposto del D.Lgs. n. 626 del 1994 e del D.M. 10 marzo 1998. Tale normativa rinvia, quale strumento al servizio del datore di lavoro, alle esperienze acquisite e alle situazioni anormali prevedibili, alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico, sempre aggiornate in relazione alle modifiche della produzione incidenti sulla sicurezza. Il rinvio eleva a fonte dell'obbligo l'esperienza sul campo del datore di lavoro sui propri impianti ed i risultati della tecnica di settore accreditata a livello mondiale. E' il richiamo che la legge fa alle regole a conferire loro la forza di precetto giuridico.

Per dimostrare l'obbligo di cui si discute la sentenza analizza diffusamente gli aspetti più rilevanti dell'intera vicenda in esame.

Appare quindi necessario sintetizzare con qualche ampiezza la copiosa argomentazione che consente di comprendere gli argomenti portanti della decisione nel suo complesso.

3.2. Si rammenta che le prove mostrano che all'azienda arrivarono indicazioni su precisi fattori di incendio nel sito in cui si verificò il sinistro; e giunsero sollecitazioni ad installare impianti di rivelazione e spegnimento automatico da almeno tre fonti:

le esperienze interne all'azienda, i richiami formali della TKL (Tyssen Krupp Stainless) attraverso il suo WGS (Working group stainless: gruppo tecnico di lavoro per le strategie di lotta al fuoco); le relazioni stilate dagli ingegneri della compagnia assicuratrice AXA che doveva assicurare gli impianti. Le ultime due sollecitazioni traevano la loro legittimazione anche dalle norme tecniche che la legge eleva a fonti di obbligo giuridico. Sicchè se è vero che gli indicati richiami non costituivano direttamente fonti di doveri giuridici, è altrettanto vero che essi richiamavano all'obbligo indicato dalla legge di aggiornamento tecnico e scientifico.

A tale riguardo si richiamano i rapporti delle squadre di emergenza conservati negli uffici di S. e C.. In particolare si fa riferimento agli incendi per sfregamento del nastro non centrato contro la carpenteria, ovvero per semplice sfregamento tra organi in movimento, alla mancata manutenzione della linea, che aveva fatto sì che non venissero ripristinati i centraggi nella zona di ingresso dell'aspo n.1 che mostrava varie, risalenti incisioni. Inoltre i flessibili idraulici avevano ceduto più volte per cause meccaniche e avevano anche già provocato flash fire (nuvola incandescente di olio nebulizzato) semplicemente perchè l'olio nebulizzato si era trovato a contatto con superfici calde. A maggior ragione era quindi prevedibile tale evento per effetto del contatto dell'olio con fiamme libere che si creavano giornalmente per i focolari alimentati da carta e olio. Il fatto che proprio a (OMISSIS) si fosse verificato più volte un flash fire permette di respingere tutti gli argomenti difensivi che poggiano su una ritenuta eccezionalità dell'evento.

La Corte aggiunge che, nel confezionare il documento di valutazione del rischio, al datore di lavoro spetta il compito prudenziale, testualmente indicato dalla norma, di sommare tutti i fattori di rischio conosciuti, cioè di considerarli ipoteticamente tutti compresenti onde ricostruire una situazione da stress da cui trarre le necessitate conclusioni in tema di opere prevenzionali per azzerare o ridurre al minimo i rischi. Nel caso di specie il rischio derivante dal cedimento dei flessibili era ben noto alla stregua di diverse acquisizioni che vengono analiticamente esposte.

3.3. La pronunzia confuta la tesi difensiva secondo cui nè dati di esperienza diretta nè norme prevenzionali indicassero il rischio che i flessibili ridetti cedessero determinando la propagazione delle fiamme. Vengono puntigliosamente indicati i documenti tecnici pertinenti, già in precedenza esaminati nel corso di una lunga, analitica esposizione. Se ne da conto qui brevemente, trattandosi di dati fattuali di eminente rilievo tecnico, che rilevano nella presente sede di legittimità solo per ciò che attiene alla razionalità della motivazione in ordine alla concretezza del rischio di flash fire ed alla consapevolezza degli imputati al riguardo.

La sentenza richiama diversi atti.

Si rammenta la matrice redatta dal WGS ed inviata dall'ing. Ri. (responsabile del WGS) a tutte le controllate: i flessibili vicini agli aspi svolgitori (strutture attorno alle quali le bobine di acciaio laminato girano srotolandosi) vengono indicati come apparati recanti pericolo di incendio, perchè possono scoppiare e dar vita a flash fire con propagazione estremamente rapida delle fiamme dovuta all'alta pressione, anche solo per la presenza di materiali infiammabili e surriscaldamento della linea. Ri. espone anche la tempistica delle iniziative operative per l'utilizzo dei fondi ed i relativi progetti.

Si richiama il verbale della riunione del WGS del 24 gennaio 2007 alla quale prendono parte tecnici di entrambi gli stabilimenti, in cui si ribadiscono tali concetti, si precisa l'esigenza di protezione del personale e si indicano come misure da approntare i sistemi di rivelazione e spegnimento.

Si evoca la e-mail del marzo 2007 con la quale l'ing. Ri. chiarisce che non occorre sostituire, nelle linee di decapaggio, il materiale plastico; ma occorre introdurre sistemi di spegnimento sprinkler (a spruzzo) per minimizzare i danni in caso di incendio.

Si considera la revisione del DVR (Documento di valutazione dei rischi) della linea AF4 che finisce con l'indicare proprio nella zona di ingresso un rischio di incendio ignorato del tutto nel documento di valutazione dei rischi del 2007 per la linea APL5.

Si pone l'accento sulla matrice di presentazione della linea APL5 confezionata dall'ing. Lu., funzionario di TKAST e collaboratore di C., per rispondere alle domande formulate dall'ing. Ri.: si fa riferimento all'olio idraulico nelle zone adiacenti alla saldatura, cioè nella zona di ingresso ed ai pericoli di combustione/rottura delle tubazioni dei manicotti estremamente rapido, favorito dall'alta pressione dell'olio. Lu., in una e- mail indirizzata anche a C., chiede di sapere quale sia la quantità di olio idraulico presente nelle tubazioni vicine agli aspi svolgitori. Nella sua presentazione lo stesso Lu. spiega chiaramente che il cedimento dei flessibili può avvenire anche solo per combustione/rottura. Indica cioè a chiare lettere che i flessibili, tarati per resistere alle temperature dovute alla pressione interna dell'olio, non sono affidabili per ciò che riguarda l'aggressione termica da fiamme esterne.

La pronunzia reca altresì una diffusa analisi delle allarmanti valutazioni tecniche che pervenivano dai tecnici dell'assicuratrice AXA. Essa pone in luce che le relazioni che i tecnici della AXA stilarono dopo il loro sopralluoghi segnalavano all'azienda precisi rischi di incendio che sono gli stessi che si sono realizzati nell'evento lesivo. Tali relazioni costituiscono precisi avvisi di ciò che poteva avvenire e dunque sono prova della colpa con previsione degli eventi che è stata loro contestata e sono altresì prova della perfetta consapevolezza di violare l'obbligo di installare un sistema di rivelazione e di spegnimento automatici.

Si rimarca che, a seguito di una visita nel dicembre 2006 nello stabilimento di (OMISSIS), l'ing. B. della società assicuratrice AXA segnalò la necessità di protezione delle unità idrauliche oleodinamiche con procedure di spegnimento automatico per i circuiti di olio minerale con una capacità superiore ai 500 litri. I sistemi facilmente accessibili di scarsa importanza potevano restare senza protezione a condizione che fosse assicurata una pronta rivelazione ed un veloce intervento manuale. Tale prescrizione, secondo il giudice d'appello, è facilmente riferibile alla linea APL5 di (OMISSIS) nella quale era presente una vasta rete di tubi flessibili.

Era in particolare prioritaria la protezione con procedure antincendio ad acqua o sprinkler delle zone dei flessibili al servizio degli aspi svolgitori ove erano presenti fattori scatenanti l'innesco di un incendio. Nè rileva che in seguito fu richiesto per (OMISSIS) solo un intervento sulle vasche di decapaggio. Infatti i rischi già individuati dall'ing. B. non furono esclusi, ma i tecnici si adattarono agli interessi della compagnia assicuratrice di cui erano dipendenti, che non intendeva comunque perdere un cliente importante come TKL. In breve, la sentenza da atto che nella linea APL5 la centrale idraulica era segregata e protetta; ma lungo la linea si sviluppava un imponente sistema di circuiti flessibili non protetti, collocati anche all'interno del vasto impianto. Erano pure presenti vari banchi- valvole collegati alla centrale interrata e centraline oleoidrauliche con serbatoio inferiore a 500 litri non protetti. Nei documenti elaborati dall'ing. Lu., ai quali si è sopra fatto cenno, veniva tra l'altro evidenziato l'alto rischio connesso alla rottura di tubature contenenti olio idraulico ad alta pressione che trovava possibile innesco in surriscaldamenti e scintille di saldatura. La pronunzia pone in luce che il rischio specifico nella zona degli aspi svolgitori si rinviene pure in una e-mail sequestrata nel computer di S. relativa ai quantitativi di olio presenti nelle tubazioni nell'area in questione. Ciò dimostra definitivamente che tutto lo staff tecnico condivideva le preoccupazioni di Lu. relative alle quantità di olio circolante nei flessibili vicini all'aspo svolgitore. Tale rischio si trova altresì menzionato in un documento aziendale rimasto anonimo. Secondo la Corte di assise di appello la presentazione di Lu. mostra un quadro di precisa pericolosità nella rete dei flessibili nella zona in questione: si descrive in particolare il concreto rischio che, in presenza di fiamme, i flessibili potessero cedere determinando una rapida propagazione del fuoco per l'alta pressione dell'olio e addirittura il coinvolgimento delle centraline a bordo macchina. E' la descrizione del flash fire verificatosi nel (OMISSIS) e che si era già verificato nello stabilimento di (OMISSIS), con S. e C. informati dai rapporti di intervento delle squadre di emergenza. Varia soltanto l'indicazione della causa dell'innesco delle fiamme: scintille invece che sfregamento.

C. ha ammesso di aver partecipato alla redazione del documento di Lu. e tuttavia, nel maggio 2007, formò un documento di valutazione del rischio che omette del tutto di indicare il rischio connesso al cedimento dei flessibili.

La sentenza aggiunge che a seguito della visita dell'ing. B. furono indicate prescrizioni che tra l'altro riguardavano la prioritaria installazione di sistemi automatici di protezione sui circuiti idraulici importanti, tra i quali rientravano esplicitamente quelli serventi gli aspi svolgitori. Viene sottolineata l'inefficienza del pompaggio dell'acqua dall'anello idrico, l'insufficienza numerica ed informativa degli addetti alla sicurezza.

La conclusione è che la sostituibilità di impianti di protezione automatici poteva essere tollerata solo in presenza della sicurezza di una pronta rilevazione e di un veloce intervento manuale attualmente giudicati inesistenti.

Si precisa che il B. ha spiegato in dibattimento, con riferimento alla trattativa sulle protezioni da realizzare instaurata con la dirigenza di (OMISSIS), che tra i vari impianti di rilevazione e spegnimento aveva inizialmente optato per quello completamente automatico perchè più sicuro, ma l'azienda aveva fatto presente di avere a disposizione personale e squadre antincendio e si era così optato per l'attivazione manuale. Il teste ha spiegato che se avesse giudicato l'intervento umano inadeguato non avrebbe mai acconsentito ad un sistema di attivazione manuale. Perciò era stata inserita la raccomandazione sulla squadra di emergenza, ritenuta al di sotto degli standard.

Per la Corte di merito le valutazioni e gli apprestamenti mancati sono pure in contrasto con la normativa tecnica esistente all'epoca UNI ISO, che viene anch'essa esposta. Tale normativa reca prescrizioni che sono state pure esse ignorate. Si fa riferimento alla sostituzione dell'olio con altro liquido resistente al fuoco, agli schermi, all'installazione di sistemi automatici di rivelazione ed estinzione delle fiamme, alla formazione del personale, all'azionamento degli interruttori di arresto di emergenza dell'olio.

Tutte prescrizioni che furono ignorate nell'individuazione dei rischi di linea.

In tale contesto la sentenza fa pure menzione di uno scambio di corrispondenza tra le figure di vertice dei due stabilimenti italiani. Traspare in particolare che l'amministratore delegato è il detentore del potere decisionale finale, ma egli si determina a seguito di intese con il dirigente M. con cui intrattiene da tempo un rapporto fiduciario e riservato e che appare qui svolgere il ruolo di vero responsabile della pianificazione degli investimenti antincendio per (OMISSIS).

3.4. La pronunzia da atto che, secondo le difese, in tali norme tecniche non erano dettagliate le cause del possibile cedimento dei flessibili, ma si rammenta la circostanza che essi non erano neppure soggetti a verifiche e revisioni programmate; e che avrebbero potuto cedere per i più svariati motivi, senza che l'esposizione alle fiamme potesse essere esclusa, vista la ricorrenza dei focolai.

La sentenza asserisce altresì che la linea APL5 andava ritenuta a rischio elevato di incendio in quanto impianto collocato in uno stabilimento rientrante nella categoria di cui al D.Lgs. n. 334 del 1999, art. 8 e ciò alla stregua del combinato disposto del D.M. 10 marzo 1998, art. 2, dell'art. 1.4.4. del suo all. 1 e del suo all. 9 che definisce, appunto, a elevato rischio di incendio le industrie rientranti nella categoria di cui al D.P.R. n. 175 del 1988, artt. 4 e 6 e successive integrazioni tra cui il D.Lgs. n. 334 (legge Seveso).

Tale classificazione avrebbe comportato l'applicazione dell'art. 1.4.4., lett. C, dell'allegato 1 del richiamato decreto ministeriale, il quale prescrive che nei luoghi di lavoro ad alto rischio di incendio grandi o complessi è possibile ridurre il rischio medesimo attraverso misure di protezione attiva di tipo automatico, quali impianti automatici di spegnimento, impianti automatici di rivelazione di incendi o impianti di estrazione fumi.

In ogni caso si è omesso di valutare correttamente il rischio di incendio ai sensi della normativa ministeriale che indica l'obbligo di ridurre la probabilità di innesco di fiamme, di garantire la pronta evacuazione dei lavoratori, di realizzare misure per la rapida rivelazione del fuoco, di assicurare l'estinzione, di fornire una adeguata informazione e formazione ai lavoratori, di redigere un documento di valutazione dei rischi con indicazione delle misure conseguenti di prevenzione primaria e secondaria soggette a periodica revisione anche in caso di cambiamenti nell'attività, di adottare un efficace piano di emergenza. Le indicazioni più significative che si possono trarre dagli allegati al richiamato d.m. sono che fra i pericoli di innesco vi sono l'accumulo di carta e derivati del petrolio, gli attriti tra gli organismi in movimento, la scarsa manutenzione; e fra i pericoli di propagazione l'assenza di rivelatori precoci e la scarsa informazione e formazione dei lavoratori con particolare riferimento agli addetti alle emergenze.

Fra le misure di prevenzione primaria figurano la manutenzione degli impianti, eliminando gli accumuli di materiale combustibile; la formazione del personale. Fra le misure di prevenzione secondaria la presenza di impianti di rivelazione e di spegnimento automatici, particolarmente con riguardo alle situazioni di maggiore pericolosità. Fra le misure di emergenza rileva la diffusione e chiarezza del piano di evacuazione con specifiche indicazioni per allertare i vigili del fuoco.

In conclusione, secondo la i giudici d'appello, plurimi significativi indicatori di allarme segnalavano il rischio di flash fire ed imponevano, in conseguenza, di installare l'impianto di rivelazione e spegnimento oggetto della contestazione del reato di cui all'art. 437 cod. pen..

3.5 La pronunzia da conto delle prospettazioni difensive volte a dimostrare l'inesistenza di un obbligo giuridico in tal senso, pervenendo le discusse indicazioni solo da fonti non propriamente normative. Si ribatte che attraverso il documento di valutazione dei rischi occorre anche approntare la previsione delle misure adeguate per evitarli. Tale obbligo di autonormazione è giuridicamente rilevante. Si richiamano il D.Lgs. n. 626 del 1994, artt. 3 e 4: una volta correttamente individuato il rischio, il datore di lavoro deve organizzare ed aggiornare le misure di prevenzione secondo la propria esperienza e secondo la migliore evoluzione della tecnica, tenendo conto dei mutamenti "organizzativi e produttivi irrilevanti per la sicurezza. Tale obbligo non dipende da stimoli provenienti dall'esterno. Tali generali criteri non soffrono alcuna eccezione ed informano in via generale gli obblighi dei garanti.

Si ribatte altresì all'altra tesi difensiva, secondo cui i garanti non erano tenuti agli adempimenti previsti dal ridetto D.M. del 1998, alla luce della espressa previsione in tal senso contenuta all'art. 1, comma 3. In proposito si argomenta che, come già ritenuto dal primo giudice, l'esclusione mira soltanto alla definizione legislativa degli stabilimenti a rischio di incendio elevato quando in essi vi è presenza di sostanze altamente nocive che nel caso in esame sono costituite dalla presenza di acido fluoridrico. Mai il legislatore ha inteso escludere l'applicazione di tali principi meno stringenti, in realtà dettati per altri tipi di stabilimento meno rischiosi.

In conclusione, riprendendo ed enfatizzando argomenti già in precedenza trattati, si rimarca che fondamentalmente il datore di lavoro ha l'obbligo giuridico di applicare i protocolli normativi tenendo conto dell'esperienza, dell'evoluzione tecnica e dei rischi concretamente presenti; e si richiamano nuovamente i già riferiti plurimi segnali di allarme pervenuti da diverse fonti, con riguardo all'ingresso della linea APL5; nonchè le concordi richieste dei diversi tecnici intervenuti ( Ri., P., Lu., B.) nel senso della protezione massima costituita dal sistema di rilevazione e spegnimento.

E' pur vero, si aggiunge, che nelle sue relazioni l'ing. B. fece una richiesta alternativa costituita dall'approntamento di un sistema di pronta rilevazione umana degli inneschi, ma per (OMISSIS) il tecnico dell'AXA rivelò l'assenza di squadre d'emergenza e mezzi adeguati, sicchè nella tabella concordata compare l'indicazione della protezione secondaria costituita dal meccanismo di spegnimento automatico.

Quanto all'argomento difensivo secondo cui la possibilità di approntare la protezione primaria non rendeva obbligatoria quella secondaria, la Corte di merito considera che si tratta di argomento contrario al buon senso: fu proprio la dirigenza di (OMISSIS) a far venir meno per motivi di risparmio uomini e mezzi attraverso i quali realizzare la prevenzione primaria. Tale situazione nell'estate del 2007 raggiunse il suo acme; e certamente in quel momento l'indicazione di un sistema automatico si palesava come misura in grado di azzerare o ridurre al minimo i rischi. E' argomento del tutto paradossale e come tale da respingere, secondo la Corte di assise di appello, il richiamo alla lettera della legge nel senso che tale obbligo non risulta sussistente perchè già l'obbligo precedente non era stato rispettato.

4. L'infondatezza delle censure difensive.

Come si vede alla stregua della sintetica esposizione che precede, l'argomentazione in ordine all'obbligo di porre in essere il sistema di rilevazione e spegnimento di cui si discute è copiosa, dettagliata, basata su temi diversi, tra loro coerenti e tutti convergenti nella direzione indicata dalla prospettazione accusatoria. La tesi è supportata con sovrabbondanza. Invero, la pronunzia propone dati di lineare e chiaro rilievo che possono essere così sintetizzati.

Nello stabilimento esisteva una diffusa rete di tubi flessibili di gomma rivestiti con reti in acciaio, con olio ad alta pressione. Essi non erano strutturalmente protetti contro aggressioni termiche significative o di altro genere e costituivano quindi fonte di uno specifico, potente rischio poi concretizzatosi: quello del cedimento con conseguente vaporizzazione dell'olio e determinazione del micidiale fenomeno del flash fire. Il pericolo era evidente, noto al sapere scientifico e tecnologico dell'epoca, ben presente ai responsabili dell'azienda per via dei segnali e delle indicazioni di cui si è detto. Tale rischio andava governato attraverso diversi strumenti: manutenzione delle tubazioni; installazione di impianto di rivelazione e spegnimento automatico degli inneschi di fiamma;

formazione del personale sullo specifico rischio; approntamento di strumenti di spegnimento appropriati alle caratteristiche del fenomeno. Lo strumento principe era costituito, come si è visto, dall'apparato di cui si discute, considerata la situazione di scadimento di tutti gli altri fattori di sicurezza verificatasi a seguito della decisione di trasferire gli impianti e di bloccare gli investimenti sulla sicurezza. Esso non venne realizzato a seguito di una precisa scelta aziendale, che aveva riservato la realizzazione dell'apparato ad un momento successivo al trasferimento dell'impianto in (OMISSIS).

A fronte di tale nitido, composito, copioso nucleo argomentativo le difese espongono critiche che non affrontano nè confutano la tesi con argomenti frontali e risolutivi, tali da inficiarne la tenuta. Si preferisce prendere di mira singoli asserti, tentando di contrastarli; spesso sollecitando impropriamente questa Corte di legittimità alla riconsiderazione del merito. L'eventuale successo di alcuna di tali censure non vulnererebbe il cuore della ponderazione sopra esposta. Per esemplificare è vero che in alcuni passaggi della sentenza si parla di flash fire al plurale ed in altri si fa riferimento ad uno specifico episodio, ma non si vede proprio come tale divergenza possa in alcuna guisa vulnerare la poderosa argomentazione; visto che un evento del genere è ben idoneo a conferire speciale concretezza ad un rischio peraltro tipico, macroscopico, arcinoto al sapere scientifico e tecnologico. Oppure, che si parli di manicotti o flessibili quali punti fragili del sistema, nulla di significativo cambia nel cuore della ponderazione espressa dalla Corte di merito; posto che tali elementi vulnerabili e pericolosi della rete oleodinamica pacificamente esistevano.

4.1. Come si è visto, la discussione critica si è incentrata sull'esistenza di un obbligo giuridico. Essa è peraltro basata su un fraintendimento di fondo che va dissolto. In generale, quando si parla di cautele da approntare per fronteggiare un rischio si fa riferimento ad un obbligo giuridico e non solo meramente morale o sociale. Peraltro, tale obbligo giuridico non sempre trova la sua fonte diretta in un asserto normativo. Il presente dell'esperienza giuridica mostra contesti di rischio oggetto di una articolata disciplina di settore: la sicurezza del lavoro e la circolazione stradale ne costituiscono gli esempi più noti. Si tratta di corpi normativi che dettano regole plurime, spesso dettagliate. Tali normative hanno importante rilievo, contribuendo significativamente a conferire determinatezza all'illecito colposo ed a concretizzare quindi, nello specifico contesto, il principio di legalità. Esse, tuttavia, non possono certamente esaurire ed attualizzare tutte le possibili prescrizioni atte a governare compiutamente rischi indicibilmente vari e complessi. L'inadeguatezza deriva da un lato dalla varietà delle situazioni di dettaglio, che non consente di pensare ad una normazione direttamente esaustiva; e dall'altro dal continuo sviluppo delle conoscenze e delle tecnologie, che rende sovente inattuali le prescrizioni codificate. Per questo la normativa cautelare ha bisogno di essere integrata dal sapere scientifico e tecnologico che reca il vero nucleo attualizzato della disciplina prevenzionistica. Per tale ragione il sistema, come correttamente esposto dalla Corte di merito, prevede che ciascun garante analizzi i rischi specifici connessi alla propria attività; ed adotti le conseguenti, appropriate misure cautelari, avvalendosi proprio di figure istituzionali, come il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, che del sapere necessario sono istituzionalmente portatori. Correttamente si è parlato al riguardo di autonormazione: espressione che ben esprime la necessità di un continuo autoadeguamento delle misure di sicurezza alle condizioni delle lavorazioni. L'obbligo giuridico nascente dalla attualizzata considerazione dell'accreditato sapere scientifico e tecnologico è talmente pregnante che è sicuramente destinato a prevalere su quello eventualmente derivante da disciplina legale incompleta o non aggiornata.

4.2. La Corte di cassazione (Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013, Cantore, Rv. 255105) del resto, ha avuto recentemente modo di pronunziarsi proprio sul tema del ruolo del sapere scientifico e tecnologico nel conformare l'obbligazione cautelare e nell'orientare il giudizio sulla colpa demandato al giudice. Si è rammentato che l'evocazione di tali conoscenze, spesso condensate in qualificate linee guida, ha a che fare con le forti istanze di determinatezza che permeano la sfera del diritto penale. Occorre partire dalla considerazione che la fattispecie colposa ha necessità di essere eterointegrata non solo dalla legge, ma anche da atti di rango inferiore, per ciò che riguarda la concreta disciplina delle cautele, delle prescrizioni, degli aspetti tecnici che in vario modo fondano il rimprovero soggettivo. La discesa della disciplina dalla sfera propriamente legale a fonti gerarchicamente inferiori che caratterizza la colpa specifica, contrariamente a quanto si potrebbe a tutta prima pensare, costituisce peculiare, ineliminabile espressione dei principi di legalità, determinatezza, tassatività.

La fattispecie colposa, col suo carico di normatività diffusa, è per la sua natura fortemente vaga, attinge il suo nucleo significativo proprio attraverso le precostituite regole alle quali vanno parametrati gli obblighi di diligenza, prudenza, perizia.

Tuttavia, è illusorio pensare che ogni contesto rischioso possa trovare il suo compiuto governo in regole precostituite e ben fondate, aggiornate, appaganti rispetto alle esigenze di tutela. In tali situazioni si rivela il pericolo che il giudice prima definisca le prescrizioni o l'area di rischio consentito e poi ne riscontri la possibile violazione, con una innaturale sovrapposizione di ruoli che non è sufficientemente controbilanciata dalla terzietà. Se ci si chiede dove il giudice, consumatore e non produttore di leggi scientifiche e di prescrizioni cautelari, possa rinvenire la fonte precostituita alla stregua della quale gli sia poi possibile articolare il giudizio senza surrettizie valutazioni a posteriori, la risposta può essere una sola: la scienza e la tecnologia sono le uniche fonti certe, controllabili, affidabili. Traspare, così, quale interessante rilievo abbia il sapere extragiuridico sia come fonte delle cautele, al fine di conferire determinatezza alla fattispecie colposa, sia come guida per rappezzamento demandato al giudice.

Tale ordine di idee trova puntuale conferma in una corretta lettura del più volte richiamato D.M. del 1998. Il documento va esaminato considerando in primo luogo che l'allegato 1, costituente una delle sue componenti più importati, afferente alla valutazione dei rischi, viene espressamente definito come "linee guida". Le linee guida, come esplicitato diffusamente dalla richiamata sentenza Cantore costituiscono nulla altro che sapere scientifico e tecnologico qualificato e reso disponibile in forma chiara, condensata, codificata, per orientare agevolmente le scelte affidate ai soggetti gestori di un rischio. Come tale l'allegato va letto. E' allora interessante notare che vengono esemplificativamente indicati come combustibili o infiammabili i prodotti chimici infiammabili da soli o per reazione, nonchè i derivati del petrolio. Al contempo vengono individuate le sorgenti di innesco: tra l'altro e sempre esemplificativamente, la presenza di scintille da saldatura, attriti, fonti di calore. Il comma 1.4.4. di tale allegato indica alcuni luoghi con rischio di incendio elevato: tra l'altro siti con presenza di materiali infiammabili nei quali vi è elevata probabilità di sviluppo e propagazione delle fiamme. Orbene, è agevole cogliere nello stabilimento (OMISSIS) caratteristiche corrispondenti ai fattori di rischio indicati. Vi erano, infatti, elevate quantità di olio di laminazione, anche imbevuto in carta interspira, ed idraulico. Quest'ultimo, poi, era diffuso in tubature che percorrevano l'intero impianto e che, come si è ripetutamente posto in luce, non erano protette. La verificazione di principi di incendio era inoltre ricorrente, quotidiana, come pure si è visto. Le fonti di innesco erano altrettanto evidenti: le procedure di saldatura dei nastri con conseguente produzione di scintille; gli attriti ricorrenti, determinati, tra l'altro, dal non corretto avanzamento dei nastri di acciaio e dal conseguente urto contro le strutture della linea. Non vi è dubbio che le indicate linee guida definissero la linea APL5 come un sito ad alto rischio. Corretto appare quindi il richiamo alla lettera C del richiamato comma 1.4.4., che testualmente afferma che "nei luoghi di lavoro grandi o complessi è possibile ridurre il livello di rischio attraverso misure di protezione attiva di tipo automatico quali impianti automatici di spegnimento, impianti automatici di rilevazione di incendi". Tutto ciò anche a prescindere dal pure invocato allegato 9 che, sempre esemplificativamente, indica i luoghi di cui al D.P.R. n. 175 del 1988, artt. 4 e 6 e successive modifiche come siti ad alto rischio.

Conclusivamente, nessun errore logico o giuridico inficia l'apprezzamento dei giudici di merito in ordine alla rischiosità del sito ed alla necessità dell'impianto di spegnimento di cui si discute, tanto più in una situazione di scadimento degli altri strumenti di cautela per la prevenzione degli incendi.

5. L'art. 437 cod. pen. e le condotte individuali.

La pronunzia, dopo aver argomentato in ordine all'esistenza dell'obbligo di cui si discute, dimostra che, nonostante la consapevolezza della sua necessità, la dirigenza ed i tecnici dell'azienda deliberarono consapevolmente di installare l'impianto antincendio solo dopo il trasferimento della linea a (OMISSIS). Alla realizzazione di tale impianto era destinato l'importo di 800.000 Euro iscritto negli atti contabili. Si confuta la tesi difensiva prospettata dall'amministratore delegato secondo cui la somma in questione era destinata alla sostituzione dei coperchi in plastica nella zona di decapaggio. Essa è decisamente contrastata da acquisizioni documentali. In primo luogo un documento del marzo 2007 proveniente dal WGS poneva in luce l'ottima resistenza chimica dei coperchi in plastica e la conseguente necessità di mantenerli aggiungendo sistemi di spegnimento sprinkler per minimizzare i danni in caso di incendio. Inoltre, l'ultimo progetto di spesa dei fondi straordinari risalente all'ottobre 2007 prevede la cifra di 800.000 Euro da spendere entro giugno 2008 per soddisfare le segnalate esigenze di sicurezza attraverso il ridetto impianto antincendio.

Pure la corrispondenza interna tra funzionari e dirigenti fa riferimento alle modifiche da apportare dotando la sezione di ingresso della linea dell'apparato in questione. Secondo la Corte, il contenuto di tali documenti non potrebbe essere più netto nell'indicare che i tecnici dell'azienda avevano tenuto conto delle indicazioni dell'ing. Ri. del WGS: non intendevano sostituire le parti in plastica bensì installare anche nella zona di ingresso impianti di rivelazione e spegnimento automatici.

D'altra parte, si argomenta ancora, se la somma fosse stata destinata effettivamente alla sostituzione dei coperchi e di tubazioni varie la loro immediata realizzazione nella sede di (OMISSIS) non avrebbe comportato alcuno spreco, giacchè le innovazioni avrebbero potuto essere trasferite tal quali nella sede di (OMISSIS). La conclusione, secondo i giudici d'appello balza agli occhi con evidenza: il risparmio sulla linea non fu che uno dei tanti che vennero realizzati da parte di tutti i garanti della sicurezza.

Nessun vizio logico si scorge in tale documentato argomentare; e le censure difensive si limitano a riproporre pedissequamente argomenti che la pronunzia ha già persuasivamente confutato.

Quanto alle posizioni soggettive, si considera che tutti gli imputati furono destinatari di plurimi avvisi e delle informazioni dai quali discendeva l'attualità dell'obbligo di installare la protezione secondaria. Tutti cooperarono nel differire tale imprescindibile adempimento ad un'epoca successiva. In primo luogo l'amministratore delegato, approvò un documento di valutazione dei rischi nel quale l'impianto in questione non era indicato; e si determinò a far slittare la spesa ad epoca successiva al trasferimento in (OMISSIS).

Pr. e P. non segnalarono in sede di board e di approvazione dei documenti contabili da inoltrare alla casa madre la necessità di realizzare l'opera che era stata loro illustrata anche tecnicamente. M. non segnalò la necessità di approntare immediatamente a (OMISSIS) tale protezione, ma anzi consigliò all'amministratore lo slittamento ad epoca successiva al trasferimento dell'impianto in (OMISSIS). Infine S. e C. formarono il documento di valutazione dei rischi in modo che non indicasse tale impianto come misura da realizzare.

La piena consapevolezza da parte di ciascun imputato del dovere di installare l'impianto di protezione e l'altrettanto piena intenzionalità di farlo slittare permettono di ricostruire senza margini di dubbio l'elemento soggettivo doloso che sorreggeva per ciascun imputato la rispettiva condotta omissiva.

Dunque si configura per tutti la fattispecie dolosa contestata.

Anche qui l'argomentazione è stringente, basata su acquisizioni plurime ed altamente significative; ed immune da vizi di sorta.

L'omissione di cui si discute accompagnata dal differimento del progetto dell'impianto fu frutto di una determinazione concertata, cui tutti gli imputati diedero il loro consapevole, doloso contributo. Le censure difensive non tengono sufficientemente conto di tale argomentazione; si limitano ad enunciazioni che risultano in massima parte acriticamente ripetitive di prospettazioni già persuasivamente confutate dalla Corte di assise di appello. Il punto è che qui come in tutti gli altri snodi critici della vicenda si è in presenza di condotte di cooperazione, dolose o colpose; come sarà più diffusamente esposto nel prosieguo. Per ciò che attiene alle posizioni di Pr. e P., rileva in particolare il ruolo di componenti del board e partecipi delle decisioni sulla vita aziendale e dunque, anche delle scelte che riguardavano il differimento delle spese prevenzionistiche come quelle afferenti all'impianto di spegnimento. Il ruolo del board e dei ricorrenti sarà meglio chiarito, per ciò che attiene alle premesse di fatto delle valutazioni giuridiche, alla stregua di quanto sarà esposto più avanti.

6. L'art. 437 cod. pen. e le aggravanti.

Quanto al nesso causale tra la condotta di cui all'art. 437 cod. pen. e gli eventi aggravanti costituiti dall'incendio e dalle lesioni e morti, la pronunzia rammenta che nei reati omissivi la verifica del nesso di causalità è regolata dal criterio della ricostruzione controfattuale in termini di un elevato grado di credibilità razionale. Si da atto che le difese hanno obiettato che non è dimostrato che un impianto di tale genere si attivasse prima che l'incendio assumesse vaste proporzioni o gli operai si avvicinassero ai flessibili esponendosi al flash fire. A tali obiezioni si risponde che l'efficienza dei sensori costituisce problema tecnico per nulla insuperabile e d'altra parte, ai sensi del D.M. del marzo 1998, l'allarme va sempre ricollegato agli impianti di spegnimento sicchè non si da il problema di una inefficacia complessiva del sistema di sedazione. Anzi, proprio il collegamento doveroso fra allarme e spegnimento automatico avrebbe modificato sostanzialmente il comportamento degli operai, i quali non sarebbero stati più chiamati, come da piano di emergenza, a sedare le fiamme, avrebbero confidato nell'effetto estinguente dell'impianto e così avrebbero avuto come unica azione da intraprendere quella dell'allontanamento immediato dalla zona. Ciò permette di ritenere non solo probabile ma ragionevolmente certo che essi non si sarebbero esposti al rischio di venire investiti dal fuoco. L'aggravante è quindi integrata.

La pronunzia risponde pure alle censure difensive volte a dimostrare che le misure prevenzionali in questione non avrebbero potuto essere tempestivamente ultimate in considerazione del tempo necessario per la loro realizzazione. Tale tesi viene confutata. A tale proposito si obietta che una maggiore diligenza avrebbe dovuto indurre i garanti italiani ad attivarsi già all'indomani dell'incendio tedesco del giugno 2006. Inoltre, almeno dal febbraio 2007 la dirigenza aveva iniziato ad operare con due diverse velocità sul (OMISSIS) e (OMISSIS), indicando intenzionalmente le somme destinate allo stabilimento subalpino in modo strumentalmente generico in vista del loro già deciso slittamento ad altri momenti. Inoltre, i fondi stanziati avrebbero potuto essere spesi a (OMISSIS) nel corso del 2007 in uno qualsiasi dei settori tradizionali che invece furono abbandonati, come la pulizia, la manutenzione, la formazione del personale, la dotazione di mezzi di protezione. Tutti tali fattori entrarono nella serie causale dell'incendio e in ciascuno di tali settori l'impiego dei fondi sarebbe stato semplice ed immediato senza alcuna necessità di lunghi tempi di attuazione, come avvenne a (OMISSIS), ove già all'indomani dell'incendio tedesco si dotarono gli operai di estintori a lunga gittata (che a (OMISSIS) avrebbero salvato la vita delle vittime) e si sostituì l'autobotte.

Le problematiche causali vengono affrontate pure in altra parte della sentenza. Nell'esaminare le scelte dilatorie di E. ed il ruolo fondamentale di tale personaggio, la sentenza considera che non ha pregio l'osservazione difensiva che fa notare come i tempi di realizzazione degli impianti di protezione sarebbero stati così lunghi da recidere qualunque nesso causale fra la loro mancata adozione e gli eventi. Innanzitutto, la strategia dell'imputato di slittamento dell'utilizzo dei fondi straordinari parti già a febbraio 2007, in perfetta continuità con tutti i ritardi di realizzazione degli impianti concordati con i vigili del fuoco, sicchè il tempo di realizzazione delle prevenzioni rispetto allo smontaggio della linea APL5 sarebbe stato di ben un anno. In secondo luogo si osserva che i fondi avrebbero potuto essere utilizzati, come lo furono per (OMISSIS), anche in protezione primaria, urgente e di facile realizzazione secondo M.; che certamente avrebbe avuto le sue ricadute positive potenziando la pulizia, la manutenzione e la formazione, altrettanto importanti rispetto all'installazione di un sistema di spegnimento automatico.

L'argomentazione critica in ordine all'incompatibilità tra i tempi tecnici per la realizzazione dell'impianto e l'evento è stata ripresa in alcuni dei ricorsi in esame.

La pronunzia è, in effetti, vulnerabile per ciò che attiene alla dimostrazione della sicura, esclusiva relazione causale condizionalistica tra l'omessa installazione dell'impianto di rilevazione e gli eventi lesivi. La questione ha interesse ai fini della configurazione delle circostanze aggravanti di cui al capoverso dell'art. 437 ed afferenti alla causazione di un incendio e di un infortunio. Le criticità della sentenza sono sia di ordine fattuale che giuridico e traspaiono dal tenore della motivazione. Il tema richiede, tuttavia, una complessiva disamina delle problematiche causali presenti nel processo.

7. L'art. 437 cod. pen. e le problematiche causali.

Secondo i giudici di merito l'ambiente di lavoro era fortemente degradato. Lo stabilimento era sporco a causa delle presenza di olio idraulico e di laminazione, nonchè di carta interspira, sostanze altamente infiammabili. Le operazioni di pulizia dell'ambiente non erano appropriate. I mezzi e le procedure di spegnimento del fuoco non erano adeguati e comunque parzialmente inefficienti. La manutenzione era carente. La formazione antinfortunistica ed antincendio era progressivamente scaduta. Tale situazione, si assume, emerge da numerose fonti testimoniali nonchè dall'ispezione compiuta dalla ASL dopo il sinistro, che rilevò ben 116 violazioni mai contestate.

La causa prima di tale situazione viene individuata nella decisione di chiudere l'impianto, a causa della sua dimensione "subcritica", maturata da tempo ma attuata nel 2007. Al momento dell'incidente, come si è già accennato, era in corso il trasferimento degli impianti in (OMISSIS). Tale decisione fu accompagnata dalla cessazione degli investimenti nel 2006, che ebbe rilevanti e progressive ricadute sui diversi fattori che assicurano la sicurezza delle lavorazioni. Lo stato delle cose emerge, rammenta ancora la Corte torinese, oltre che dalla richiamate fonti testimoniali, da un'ispezione della ASL nel settembre 2007.

In tale complessivo quadro la pronunzia impugnata segna alcuni dei plurimi fattori concausali che hanno determinato gli eventi.

- Accumulo incongruo di olio di laminazione ed idraulico e carta interspira; anche a causa dello insufficiente sgocciolamento dei rotoli d'acciaio provenienti dalla laminazione. Mancata rimozione tempestiva della sporcizia.

- Mancata sostituzione dell'olio idraulico con liquido non facilmente infiammabile.

- Assenza di estintori a lunga gittata.

- Inefficienza dell'anello idrico antincendio.

- Assenza di schermi e di indumenti di protezione per gli addetti.

- Mancanza di impianto di rilevazione e spegnimento automatico.

- Mancato tempestivo azionamento del pulsante di emergenza.

- Inefficienza e farraginosità della procedura di allarme ed emergenza.

- Concreta inefficienza della procedura di emergenza.

- Mancata valutazione del rischio flash fire nel Documento di valutazione dei rischi.

- Mancanza di informazioni ai lavoratori sugli specifici rischi da flash fire; e di istruzioni conseguenti sulla necessità di mettersi subito in salvo in caso di rischio grave.

- Progressivo scadimento delle condizioni dell'impianto.

- Carenza di manutenzione e di ispezioni ad essa connesse.

- Modifica del contratto di pulizia divenuto "a chiamata", con conseguente sporcizia diffusa.

- Riduzione dei corsi di formazione con loro cessazione nel febbraio 2007. Tolleranza sull'assenteismo dei lavoratori ai corsi di formazione, che avvenivano fuori dall'orario di servizio.

- Fuoriuscita del personale più esperto e qualificato.

- Attribuzione di nuove mansioni a personale non formato.

- Prassi di attribuire indiscriminatamente al personale l'intervento sui focolai di incendio che si susseguivano con cadenza quotidiana a causa dell'innesco dei ristagni di olio e carta.

- Attribuzione ai capi-turno della produzione anche della responsabilità dell'emergenza (emblematica la situazione di Ma.

R., che non aveva mai perfezionato un corso antincendio).

- Mancata attuazione degli accorgimenti basilari antincendio (estintori a lunga gittata, autobotte antincendio) che, invece erano stati attuati tempestivamente a (OMISSIS), in concomitanza con la semplificazione delle procedure prevista dalla holding, in linea con la acquisita strategia di lotta radicale agli incendi.

- Parziale inefficienza dei meccanismi di centratura dell'aspo.

Questo quadro, per la Corte di assise di appello, è il frutto della sommatoria di una serie "impressionante" di violazioni di specifiche norme prevenzionali. Il giudice non dubita che tale congerie di inosservanze, di "concausalità", valutata nel suo complesso, abbia avuto un sicuro ruolo eziologico nella verificazione degli eventi.

Tale apprezzamento si sottrae con tutta evidenza a qualunque censura.

Invero, non vi è ragione di dubitare che un corretto assetto dell'apparato produttivo, in linea con le plurime ed importanti prescrizioni antinfortunistiche evocate, avrebbe consentito di evitare gli eventi con la certezza razionale propria del controfattuale della causalità omissiva.

La Corte di merito è consapevole che alcune delle cautele omesse non erano, da sole, certamente salvifiche; e tuttavia non dubita che esse integrino gli estremi della colpa che, quanto all'evitabilità dell'evento, si accontenta di un tasso di effettività, di efficacia, ben inferiore rispetto a quello della certezza proprio della causalità; essendo attestato sulla regola dell'apprezzabile possibilità di evitare l'evento. Il tema sarà ripreso più avanti.

Ciò che qui preme rimarcare è che gli eventi lesivi furono certamente il frutto dell'interazione degli innumerevoli fattori di inadeguatezza prevenzionistica di cui si è detto; e che tali "impressionanti" carenze non furono occasionali, bensì sistemiche, frutto di scelte di fondo che trovarono il loro suggello nella scelta di bloccare gli investimenti per la sicurezza a partire dal 2006.

8. Il problema causale nell'ambito delle aggravanti di cui all'art. 437 cod. pen..

Tale premessa fattuale consente di affrontare le problematiche causali che riguardano l'art. 437.

Il tema della causalità, sin qui prospettato nelle sue linee generali, si propone in guisa peculiare nell'ambito di tale fattispecie. E' di grande importanza considerare che la specifica imputazione ha isolato un definito fattore causale, costituito dalla mancata, dolosa installazione dell'impianto antincendio automatico; e vi ha connesso causalmente l'incendio ed il conseguente infortunio.

Le linee generali dell'argomentazione causale sono state esposte.

Orbene, al riguardo occorre rammentare che, alla stregua della regola di certezza propria della causalità condizionalistica che fonda l'imputazione oggettiva del fatto, il nesso di condizionamento tra una condotta omessa ed un evento può essere ravvisato solo quando sia possibile ritenere con umana certezza, alla stregua di giudizio caratterizzato da elevata probabilità logica, che il comportamento atteso avrebbe evitato l'evento. Tale principio si pone in contrasto con alcune delle enunciazioni sopra proposte in tema di evitabilità dell'evento. Il tema, per la sua complessità ed importanza, oltre che per il concreto rilievo che riveste nel processo in esame, richiede una preliminare chiarificazione.

9. La causalità.

Le discussioni sulla causalità vengono solitamente precedute dall'evocazione della nota sentenza delle Sezioni Unite 10/07/2002, Franzese, dalla quale - tuttavia - non di rado si traggono principi ed enunciazioni opposte. Ad oltre dieci anni da tale importante e condivisa pronunzia, si pone, in conseguenza, la necessità di una breve messa a fuoco ed attualizzazione di alcune questioni di principio, anche alla luce della recente esperienza giuridica.

Come è noto, l'ordinamento accoglie la concezione condizionalistica della causalità cui è strettamente legato il giudizio logico controfattuale, necessario per riscontrare l'effettivo rilievo condizionante del fattore considerato: se dalla somma degli antecedenti si elimina col pensiero la condotta umana ed emerge che l'evento si sarebbe verificato comunque, allora essa non è condizione necessaria; se invece, eliminata mentalmente l'azione, emerge che l'evento non si sarebbe verificato, allora occorre ritenere che fra l'azione e l'evento esiste nesso di condizionamento.

Nei reati omissivi impropri il meccanismo controfattuale viene posto in opera immaginando la condotta mancata e verificando se la sua adozione avrebbe impedito la produzione dell'evento.

Naturalmente, il procedimento di eliminazione mentale, per poter funzionare, presuppone che siano già note le regolarità scientifiche od esperienziali che governano gli accadimenti oggetto d'interesse. Nell'ambito dei reati commissivi mediante omissione tale indagine si rivela spesso particolarmente problematica. Infatti, nei reati commissivi l'azione umana è una parte naturalisticamente reale, certa, della spiegazione dell'evento. E' quindi chiaro quale parte degli accadimenti occorre sottrarre per porre in opera il giudizio contro fattuale; e la relativa operazione logica è solitamente priva di aspetti problematici. Al contrario nei reati omissivi che qui interessano, dal punto di vista naturalistico, si è in presenza di un nulla, di un non tacere. La condotta doverosa che avrebbe potuto in ipotesi impedire l'evento deve essere rigorosamente descritta, definita con un atto immaginativo, ipotetico, fondato precipuamente su ciò che accade solitamente in situazioni consimili, ma considerando anche le specificità del caso concreto. Alla stregua di tale base ricostruttiva occorre determinare se l'azione doverosa avrebbe avuto concrete chances di salvare il bene protetto o di annullare il rischio.

E' chiaro che un così complesso giudizio, per il suo carattere ipotetico o prognostico, è per sua natura esposto a maggiori margini d'incertezza. Pertanto si è ritenuto in passato che esso, in sede di accertamento, non possa raggiungere lo stesso livello di rigore esigibile nell'ambito della causalità commissiva.

9.1. Sul tema sono infine intervenute le Sezioni Unite. La Corte ha evidenziato l'autonomia dogmatica e la forte componente normativa della causalità omissiva, determinata dalla clausola di equivalenza di cui all'art. 40 cod. pen, dal copioso nucleo normativo concernente la disciplina della posizione di garanzia, infine, nei reati colposi, dagli specifici doveri di diligenza. Tuttavia tale autonomia in chiave normativa non giustifica l'erosione del paradigma causale nell'omissione verificatasi nella giurisprudenza di legittimità. Lo statuto logico del rapporto di causalità rimane sempre quello del condizionale controfattuale: occorrerà quindi verificare se, qualora si fosse tenuta la condotta doverosa e diligente, il singolo evento di danno non si sarebbe verificato o si sarebbe verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva.

Le incertezze applicative riscontrate in ambito giurisprudenziale riguardano i criteri di determinazione e di apprezzamento del valore probabilistico della spiegazione causale, ma esse non mettono in crisi lo statuto condizionalistico e nomologico della causalità, bensì la sua concreta verifica processuale. Insomma, dalla pronunzia emerge che il problema delle valutazioni probabilistiche non deve condurre ad intaccare l'unitario modello condizionalistico, ma va colto e risolto nella sua sede propria, che è quella dell'accertamento della connessione causale nella specificità di ciascun caso considerato. Emerge così appieno la centralità del momento dell'accertamento del nesso causale. Tale condivisa conclusione costituisce, dopo tante incertezze della giurisprudenza, l'approdo che occorre qui ribadire e chiarire.

9.2. Pure per ciò che riguarda il momento dell'accertamento del nesso causale la richiamata sentenza delle Sezioni Unite offre spunti interessanti. La Corte considera utopistico un metodo di indagine fondato su strumenti di tipo deterministico e nomologico-deduttivo, cioè affidato esclusivamente alla forza esplicativa di leggi scientifiche universali o dotate di un coefficiente probabilistico prossimo ad uno. Tale modello viene ritenuto insufficiente a governare, da solo, il complesso contesto del diritto penale, che si trova di fronte le manifestazioni più varie della realtà. Accade frequentemente che nel giudizio si debbano utilizzare leggi statistiche ampiamente diffuse nell'ambito delle scienze naturali, talvolta dotate di coefficienti medio-bassi di probabilità frequentista; nonchè generalizzazioni empiriche del senso comune e rilevazioni epidemiologiche. Occorre in tali ambiti una verifica particolarmente attenta sulla fondatezza delle generalizzazioni e sulla loro applicabilità nella fattispecie concreta; ma nulla esclude che, quando sia esclusa l'incidenza nel caso specifico di fattori interagenti in via alternativa, possa giungersi alla dimostrazione del nesso di condizionamento.

9.3. Raccogliendo spunti sparsi si può cogliere nella pronunzia delle Sezioni Unite un modello dell'indagine causale che integra abduzione ed induzione, cioè l'ipotesi (l'abduzione) circa la spiegazione degli accadimenti e la concreta, copiosa caratterizzazione del fatto storico (l'induzione). Induzione ed abduzione s'intrecciano dialetticamente: l'induzione (il fatto) costituisce il banco di prova critica intorno all'ipotesi esplicativa. La prospettiva è quella di una ricostruzione del fatto dotata di alta probabilità logica, ovvero di elevata credibilità razionale.

Occorre prendere atto che la ripetuta utilizzazione del termine "probabilità" nel testo della richiamata sentenza delle Sezioni Unite ha involontariamente generato una certa confusione, ben documentata nella prassi, anche perchè è spesso sfuggita la distinzione tra probabilità statistica e probabilità logica.

Occorre allora aggiungere a quanto sin qui esposto che l'espressione "probabilità logica" esprime il concetto che la constatazione del regolare ripetersi di un fenomeno non ha significato solo sul terreno statistico, ma contribuisce ad alimentare l'affidamento sulla plausibilità della generalizzazione desunta dalla osservazione dei casi passati. Si è da più parti ritenuto che tale concetto, nel suo nucleo concettuale, possa essere utile nei giudizi della giurisprudenza. Anche qui si è in presenza di una base fattuale o induttiva costituita dalle prove disponibili, e si tratta di compiere una valutazione relativa al grado di conferma che l'ipotesi ha ricevuto sulla base delle prove: se tale grado è ritenuto "sufficiente", l'ipotesi è attendibile e quindi può essere assunta come base della decisione.

9.4. E' stato peraltro sottolineato dalle Sezioni Unite, quanto all'identificazione del grado di conferma o probabilità logica dell'ipotesi ricostruttiva del fatto prospettata dall'accusa la quale possa considerarsi "sufficiente" per vincere la presunzione d'innocenza e giustificare legalmente la condanna dell'imputato, che, essendo la condizione necessaria requisito oggettivo della fattispecie criminosa, essa deve essere dimostrata con rigore secondo lo standard probatorio dell'"oltre il ragionevole dubbio" che il giudizio penale riserva agli elementi costitutivi del fatto di reato.

Il giudice è impegnato nell'operazione logico-esplicativa alla stregua dei percorsi indicati dall'art. 192 c.p.p., commi 1 e 2 quanto al ragionamento sull'evidenza probatoria, e dall'art. 546 c.p.p., comma 1, lett. e), per la doverosa ponderazione del grado di resistenza dell'ipotesi di accusa rispetto alle ipotesi antagoniste o alternative, in termini conclusivi di "certezza processuale" o di "alta probabilità logica" della decisione.

9.5. La indicata, condivisa giurisprudenza delle Sezioni Unite è focalizzata sui ragionamenti esplicativi, che guardano il passato, tentano di spiegare le ragioni di un accadimento, di individuare i fattori che lo hanno generato. Il giudice, come lo storico, l'investigatore, il medico, compie continuamente tale tipo di ragionamento.

Esistono, tuttavia, pure ragionamenti predittivi che riguardano la verificazione di eventi futuri. Tali ragionamenti sono frequenti in ambito scientifico. Ma anche il giudice articola particolari previsioni retrospettive quando si trova a chiedersi cosa sarebbe accaduto se un'azione fosse stata omessa o se, al contrario, fosse stato tenuto il comportamento richiesto dall'ordinamento: si tratta di ragionamenti controfattuali che riguardano sia la causalità materiale sia l'evitabilità dell'evento che qualifica la giuridica rilevanza della colpa.

9.6. La distinzione dei due indicati ragionamenti è di grande quanto ignorata importanza; e va acquisita al patrimonio dei principi guida nell'intricata materia; anche perchè differente è il peso che vi ha il coefficiente probabilistico che caratterizza le leggi scientifiche e più in generale le informazioni generalizzanti utilizzate.

Nell'ambito dei ragionamenti esplicativi noi giungiamo ad esprimere giudizi causali sulla base di generalizzazioni causali congiunte con l'analisi di contingenze fattuali. In tale ambito il coefficiente probabilistico della generalizzazione scientifica o esperienziale non è solitamente molto importante.

Occorre considerare che assai spesso dei casi un evento può trovare la sua causa, alternativamente, in diversi fattori. In tale frequente situazione, le generalizzazioni che enunciano le diverse categorie di relazioni causali costituiscono solo delle ipotesi causali alternative. Emerge, così, che il problema dell'indagine causale è, nella maggior parte dei casi, quello della pluralità delle cause.

Esso può essere plausibilmente risolto solo cercando sul terreno, cioè nell'ambito delle prove disponibili, i segni, i fatti, che solitamente si accompagnano a ciascun ipotizzabile fattore causale e la cui presenza o assenza può quindi accreditare o confutare le diverse ipotesi prospettate. Il ragionamento probatorio è dunque di tipo ipotetico, congetturale: ciascuna ipotesi causale viene messa a confronto, in chiave critica, con le particolarità del caso concreto che potranno corroborarla o falsificarla. Sono le contingenze concrete del fatto storico, i segni che noi vi scorgiamo, che possono in alcuni casi consentire di risolvere il dubbio e di selezionare una accreditata ipotesi eziologia; a meno che dai reperti fattuali tragga alimento un'alternativa, plausibile ipotesi esplicativa.

Come si vede, l'affidabilità di un assunto è temprata non solo e non tanto dalle conferme che esso riceve, quanto dalla ricerca disinteressata e strenua di fatti che la mettano in crisi, che la falsifichino. Tutto questo vuoi dire che le istanze di certezza che permeano il processo penale impongono al giudice di svolgere l'indicata indagine causale in modo rigoroso. Occorre un approccio critico: la teoria del caso concreto deve confrontarsi con i fatti, non solo per rinvenirvi i segni che vi si conformano ma anche e forse soprattutto per cercare elementi di critica, di crisi. Non può esservi conoscenza senza un tale maturo e rigoroso atteggiamento critico, senza un disinteressato impegno ad analizzare severamente le proprie congetture ed i fatti sui quali esse si basano. La spiegazione di un accadimento richiede sempre tale approccio dialettico.

Peraltro la dialettica di cui si parla non è contesa verbale ma confronto tra l'ipotesi e i fatti; e tra le diverse ipotesi, alla ricerca della più accreditata alla luce delle concrete contingenze di ciascuna fattispecie. La congruenza dell'ipotesi non discende dalla sua coerenza formale o dalla corretta applicazione di schemi inferenziali di tipo deduttivo, bensì dalla aderenza ai fatti espressi da una situazione data. In breve occorre rivolgersi ai fatti, ricercarli ed analizzarli con determinazione.

L'ordine di idee qui espresso non è dissimile da quello che traspare dalla già richiamata, importante pronunzia delle Sezioni Unite. La sentenza non distingue tra ragionamento esplicativo e ragionamento predittivo, ma sembra riferirsi in primo luogo proprio al primo. Come si è accennato, si parla infatti di abduzione, cioè di ipotesi, e di caratterizzazione del fatto storico, cioè di induzione: induzione ed abduzione si confrontano dialetticamente: il fatto storico, costituisce lo strumento critico rispetto all'ipotesi esplicativa. La prospettiva, come si è accennato, è quella di una ricostruzione del fatto dotata di elevata probabilità logica.

Occorre tuttavia fortemente sottolineare che la valutazione che si conclude con il giudizio di elevata probabilità logica, di credibilità razionale dell'ipotesi esplicativa, ha un ineliminabile contenuto valutativo, sfugge ad ogni rigida determinazione quantitativa, manifestandosi con essa (come è stato efficacemente considerato in dottrina) il prudente apprezzamento ed il libero seppure non arbitrario convincimento del giudice.

Tale elaborazione concettuale, accreditata anche dalla pronuncia delle Sezioni Unite, è andata incontro ad alcuni inconvenienti che si registrano frequentemente nella prassi e di cui occorre prendere atto, per tentare di emendarli.

Da un lato la probabilità logica viene spesso confusa con la probabilità statistica che, invece, esprime il coefficiente numerico della relazione tra una classe di condizioni ed una classe di eventi ed è quindi scevra da contenuti valutativi. Per evitare fraintendimenti tra i diversi usi del termine probabilità, il concetto di probabilità logica può essere sostituito con quello di corroborazione dell'ipotesi; alludendosi con ciò al resoconto che sintetizza l'esito della discussione critica sulle prove, alimentata dai segni di conferma o di confutazione delle ipotesi esplicative. In ogni caso, quando si parla di probabilità occorre aver presente la polisemia: si deve evitare l'errore di confondere le due categorie, e va pure vinta la tentazione di superare le difficoltà ingenerate, in alcuni casi, nell'indagine causale dall'insufficiente coefficiente numerico dell'informazione statistica, sostituendo fittiziamente alla probabilità statistica la probabilità logica. Dall'altro lato, proprio l'indicato contenuto valutativo, discrezionale dell'idea di probabilità logica ha aperto la strada a degenerazioni di tipo retorico nell'uso di tale strumento concettuale: si propone una qualunque argomentazione causale e si afferma apoditticamente che essa è, appunto, dotata di alta probabilità logica, così eludendo l'esigenza di una ricostruzione rigorosa del nesso causale. E' chiaro che la componente valutativa insita nel concetto di cui ci occupiamo lo rende particolarmente adatto all'uso giurisprudenziale. Ma deve essere pure chiaro che ciò può avvenire solo in un modo rigidamente controllato; ed il controllo critico può essere costituito solo da una rigorosa attenzione ai fatti ed ai dettagli di ciascuna contingenza quali fattori di superamento di ciò che di astratto, retorico, fumoso può esservi in tale elaborazione concettuale. Si tratta di un'esigenza di concretezza e di attenzione ai fatti che, del resto, può essere senz'altro scorta nella recente giurisprudenza di legittimità. La gestione non corretta di tale ordine concettuale si risolve in vizio logico soggetto al sindacato di legittimità. Un errore del genere, pertinente alla considerazione delle peculiarità fattuali del caso si rinviene nella pronunzia in esame, come sarà esposto nel prosieguo.

10. La causalità nei reati omissivi impropri ed il ragionamento predittivo.

Ma la riflessione sull'indagine causale non può prescindere dalla considerazione delle neglette peculiarità della causalità omissiva.

Qui il ragionamento si articola diversamente e da luogo ad un'inferenza predittiva. Come si è anticipato, il giudice penale svolge tale tipo di ragionamento di carattere previsionale, anche se si rivolge al passato, quando, per restare alle problematiche eziologiche, si interroga, nell'ambito della causalità omissiva, in ordine all'evitabilità dell'evento per effetto delle condotte doverose mancate.

Anche in tale ambito noi abbiamo comunque un fatto, di cui dobbiamo in primo luogo dare una spiegazione complessiva prima di interrogarci sul ruolo causale dell'omissione che ci interessa. In questa prima parte dell'indagine causale noi utilizziamo quasi sempre il modello esplicativo ipotetico sin qui esaminato.

Entro il complessivo contesto fattuale così investigato dobbiamo poi inserire la condotta umana doverosa che è invece mancata: si tratta di un giudizio predittivo, di una prognosi. Noi ci interroghiamo su ciò che sarebbe accaduto se l'agente avesse posto in essere la condotta che gli veniva richiesta. In questo ragionamento insorgono peculiari difficoltà. L'omissione, come si è accennato, costituisce un nulla dal punto di vista naturalistico, sicchè nel giudizio controfattuale noi inseriamo una condotta astratta, idealizzata.

Inoltre per prevedere ciò che sarebbe accaduto nel singolo caso oggetto del processo è di grande importanza conoscere cosa accade nei casi simili. Occorre dunque rivolgersi alle generalizzazioni formatesi a proposito del nesso causale che c'interessa, se esistenti. Qui noi utilizziamo le generalizzazioni scientifiche o esperienziali in chiave eminentemente deduttiva e, per tale ragione, è assai importante il coefficiente probabilistico (parliamo di probabilità statistica) della regolarità causale che utilizziamo.

La misura di certezza o d'incertezza che caratterizza la generalizzazione utilizzata si trasferisce, infatti, dalla premessa maggiore alla conclusione del sillogismo probatorio.

L'uso dello strumento deduttivo può tuttavia implicare gravi problemi, soprattutto in ambiti complessi. Infatti, spesso non disponiamo affatto di generalizzazioni affidabili ma solo di lacunose ed in qualche caso anche contraddittorie informazioni statistiche. Ma anche quando disponiamo di informazioni sufficientemente esaustive ed affidabili, esse hanno carattere molto generale e non appaiono focalizzate sui tratti della specifica vicenda oggetto del processo.

Una descrizione dell'evento non priva di qualche specificità ci farà trovare di fronte all'assenza di informazioni pertinenti. Ad esempio, sappiamo che una determinata percentuale di persone sopravvive dopo essere stata curata a seguito di infarto del miocardio, ma non sappiamo quale esatto peso vi abbiano i diversi fattori di rischio quali l'età, il sesso, le condizioni generali e numerose altre variabili individuali. La conclusione è che noi non disponiamo quasi mai di uno strumento deduttivo sufficientemente affidabile. Tale situazione, che rischia di frustrare in radice le inferenze della causalità omissiva, apre la strada all'introduzione di un aggiuntivo momento di tipo induttivo nella complessiva argomentazione probatoria. In breve, le eventuali generalizzazioni disponibili, di cui è già stata mostrata la vocazione, nel contesto in esame, all'utilizzazione in chiave deduttiva, vengono integrate da un passaggio di tipo induttivo elaborato dal giudice sulla base delle particolarità del caso concreto. Perciò, nell'esempio dell'infarto, se il paziente era giovane, l'infarto non devastante, le condizioni generali buone, si può giungere a ritenere che diagnosi e trattamento tempestivi avrebbero evitato l'evento. La valutazione finale si esprimerà anche qui in termini di elevata probabilità logica, secondo l'insegnamento delle Sezioni Unite, ovvero di corroborazione dell'ipotesi: è ciò che accade oggi nella prassi.

In breve il giudizio di certezza del ruolo salvifico della condotta omessa presenta i connotati del paradigma indiziario, si fonda anche sull'analisi della caratterizzazione del fatto storico e culmina nel già detto giudizio di elevata probabilità logica, id est di corroborazione dell'ipotesi. Le incertezze alimentate dalle generalizzazioni probabilistiche possono essere in qualche caso superate nel crogiuolo del giudizio focalizzato sulle particolarità del caso concreto, quando l'apprezzamento conclusivo può essere espresso in termini di elevata probabilità logica. E' il piano processuale che, richiedendo un approccio valutativo, può in alcuni casi consentire di metabolizzare la misura d'incertezza che spesso si riscontra nei giudizi della giurisprudenza.

Tale soluzione rende praticabile il giudizio d'imputazione dell'evento, allontanando la prospettiva di indiscriminata impunità anche per condotte omissive gravemente trascurate e dannose. Anche qui tuttavia occorre ribadire il pericolo di degenerazioni di tipo retorico che, come si riscontra talvolta nella prassi, imprimono arbitrariamente il suggello dell'elevata probabilità logica su ragionamenti probatori che rimangono altamente incerti quanto al carattere salvifico delle condotte mancate; e che non si confrontano adeguatamente con le particolarità della fattispecie concreta. Anche in tale ambito, il rischio di ingannevoli distorsioni del giudizio può essere evitato solo attraverso una serrata ricerca - prima - ed analisi - poi - delle contingenze nel caso concreto che, come si è accennato, in qualche caso ma non sempre, possono consentire di superare in chiave induttiva il tratto probabilistico (in chiave numerica) dell'inferenza deduttiva. Tale puntuale apprezzamento delle peculiarità del caso concreto è mancato nel giudizio di cui si discute.

11. L'indagine causale in ordine agli effetti aggravanti di cui al capoverso dell'art. 437.

La copiosa indagine fattuale fornisce elementi di giudizio decisivi, chiari, che sono stati sostanzialmente travisati dal giudice di merito. Come si è già accennato ed emerge dalla stessa formulazione dell'imputazione, la pretesa di realizzare un impianto antincendio automatico quale strumento di risolutiva efficienza secondaria trova la sua origine fattuale nella forte determinazione della casa-madre di attuare una lotta radicale agli incendi in tutti gli stabilimenti della holding. Tale piano fu rapidamente avviato; furono stanziate risorse economiche copiose; all'inizio del 2007 si tennero due importanti simposi che coinvolsero tutte le sedi territoriali e consacrarono, attualizzarono il progetto di lotta senza quartiere al fuoco. In tale contesto, nell'ambito del WGS venne costituito un gruppo incaricato delle attività progettuali. All'inizio del 2007 si colloca l'iniziativa dell'ing. Ri. cui si è fatto già cenno, volta, appunto, a dare concretezza, tra l'altro, agli impianti di rilevazione e spegnimento automatico. Per quel che qui interessa, le operazioni progettuali ed esecutive si svilupparono in modo incalzante nelle sede di (OMISSIS), conformemente alle indicate direttive. Orbene, è un dato di fatto che, come emerge dalla sentenza impugnata, in (OMISSIS) l'impianto in questione fu ultimato e collaudato a metà del 2009, cioè oltre un anno dopo i drammatici eventi di (OMISSIS). Sulla base di tali concreti, effettuali, altamente significativi elementi comparativi, reali e non astrattamente ipotetici, è agevole agire il controfattuale in chiave puramente logica: ove pure a (OMISSIS) si fosse proceduto con la documentata celerità riscontrata nello stabilimento di (OMISSIS), l'impianto non sarebbe stato certamente ultimato nel dicembre 2007.

Il nesso causale, dunque, non esiste.

Di questo stato delle cose si è evidentemente reso conto lo stesso giudice di merito che, in luogo di esperire il controfattuale in guisa concreta, con le modalità sopra esposte, ha fatto generico riferimento ad un tempo del tutto ipotetico, astratto, di un anno, che trascura le particolarità del caso concreto e le informazioni altrettanto concrete che, come si è visto, indicano un tempo largamente maggiore. Risiede qui l'errore giuridico, che si confida sia reso chiaro dai principi sopra esposti. La Corte torinese ipotizza il tempo di un anno occorrente in via puramente astratta; senza considerare il contesto, le particolarità del caso concreto, le importanti, genuine informazioni sui reali tempi occorrenti rese disponibili da quanto accaduto per la realizzazione dell'impianto in questione nella sede di (OMISSIS).

Forse consapevole della labilità ed astrattezza dell'argomentazione, la Corte territoriale aggiunge, come si è visto, che comunque i fondi disponibili e facilmente spendibili avrebbero potuto essere utilizzati in altro modo, con azioni di prevenzione primaria e secondaria di pronta attuazione (come fatto a (OMISSIS)) che avrebbero certamente salvato le vite umane. Tale accentuazione della fattibilità di strumenti alternativi di difesa dal fuoco reca con sè un duplice errore logico-giuridico.

In primo luogo, il nesso causale, alla stregua dell'imputazione, va compiuto tra la condotta che integra la fattispecie di pericolo descritta nel comma 1 dell'art. 437 e gli eventi aggravanti. Non è consentito introdurre surrettiziamente nella compagine causale fattori estranei alla fattispecie, costituiti, nel caso concreto, da comportamenti colposi, tutti fondati, tutti contestati, ma tutti per l'appunto, di carattere colposo ed afferenti alle distinte fattispecie di incendio ed omicidio.

In secondo luogo, in linea di principio, con riguardo alla dimostrazione del nesso causale, quando l'evento lesivo possa essere evitato attraverso distinte, alternative misure prevenzionistiche l'addebito soggettivo eziologicamente rilevante può essere ritenuto solo quando nessuna di tali diverse strategie sia stata posta in essere e l'inerzia abbia cagionato l'evento. L'adozione di una efficace strategia in luogo di un'altra non è, con tutta evidenza, idonea a fondare la colpa ed il conseguente addebito colposo di eventi lesivi.

In breve, gli eventi aggravanti di cui si discute possono (potrebbero) essere messi in relazione causale solo con la complessiva colpevole omissione di tutte le alternative cautele doverose. Il fatto è che tali alternative prevenzionistiche, pacificamente omesse, non costituiscono parte della struttura della specifica fattispecie che, giova ribadirlo, è caratterizzata dalla dolosa omissione di una isolata cautela afferente al discusso impianto antincendio.

Le conclusioni che si possono trarre da quanto precede sono univoche.

Manca la connessione causale tra condotta ed eventi aggravanti.

L'aggravante va quindi esclusa alla stregua di un apprezzamento basato su fatti definitivamente accertati e su principi di diritto che vulnerano radicalmente ed irreversibilmente la statuizione.

La sentenza per tale parte va dunque annullata senza rinvio. Per l'effetto viene meno l'assorbimento del reato di incendio nella originaria fattispecie aggravata. L'illecito riacquista, pertanto, l'originaria autonomia.

Posto che l'aggravante più non esiste, cadono pure le plurime controverse questioni dedotte dalle parti con accenti di segno opposto, in ordine all'assorbimento nel capoverso dell'art. 437 cod. pen. degli illeciti di incendio ed omicidio colposo.

12. Le posizioni di garanzia.

Restando all'ambito causale, altro tema che coinvolge tutti gli imputati riguarda la delicata problematica della selettiva individuazione dei garanti nell'ambito delle organizzazioni complesse: questione sulla quale queste Sezioni Unite sono chiamate ad un approfondimento chiarificatore.

L'argomento è stato di recente ripetutamente esaminato dalla Suprema Corte (Sez. 4, n. 49821 del 23/11/2012, Lovison, Rv. 254094; Sez. 4, n. 37738 del 28/05/2013, Gandolla Rv. 256637; Cass., Sez. 4, n. 17074 del 08/05/ 2012, Moncada, non massimata) con esiti consonanti, che vanno qui ripetuti e chiariti.

La materia è stata parzialmente disciplinata sin dai primi atti normativi di settore ed è stata infine unitariamente trattata nel Testo unico sulla sicurezza del lavoro di cui al D.Lgs. n. 81 del 2008, peraltro recependo la sistemazione dell'istituto che si era formata nel corso di una lunga giurisprudenza.

Come è noto, il sistema prevenzionistico è tradizionalmente fondato su diverse figure di garanti che incarnano distinte funzioni e diversi livelli di responsabilità organizzativa e gestionale. La prima e fondamentale figura è quella del datore di lavoro. Si tratta del soggetto che ha la responsabilità dell'organizzazione dell'azienda o dell'unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa. La definizione contenuta nel T.U. è simile a quella espressa nella normativa degli anni 90 ed a quella fatta propria dalla giurisprudenza; e sottolinea il ruolo di dominus di fatto dell'organizzazione ed il concreto esercizio di poteri decisionali e di spesa. L'ampiezza e la natura dei poteri è ora anche indirettamente definita dall'art. 16 che, con riferimento alla delega di funzioni, si occupa del potere di organizzazione, gestione, controllo e spesa.

Il dirigente costituisce il livello di responsabilità intermedio: è colui che attua le direttive del datore di lavoro, organizzando l'attività lavorativa e vigilando su di essa, in virtù di competenze professionali e di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell'incarico conferitogli. Il dirigente, dunque, ai sensi della normativa richiamata, nell'ambito del suo elevato ruolo nell'organizzazione delle attività, è tenuto a cooperare con il datore di lavoro nell'assicurare l'osservanza della disciplina legale nel suo complesso; e, quindi, nell'attuazione degli adempimenti che l'ordinamento demanda al datore di lavoro. Tale ruolo, naturalmente, è conformato ai poteri gestionali di cui dispone concretamente. Ciò che rileva, quindi, non è solo e non tanto la qualifica astratta, ma anche e soprattutto la funzione assegnata e svolta.

Infine, il preposto è colui che sovraintende alle attività, attua le direttive ricevute controllandone l'esecuzione, sulla base e nei limiti di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell'incarico.

Per ambedue le ultime figure occorre tener conto da un lato dei poteri gerarchici e funzionali che costituiscono base e limite della responsabilità; e dall'altro del ruolo di vigilanza e controllo. Si può dire, in breve, che si tratta di soggetti la cui sfera di responsabilità è conformata sui poteri di gestione e controllo di cui concretamente dispongono.

Dette definizioni di carattere generale subiscono specificazioni in relazione a diversi fattori, quali il settore di attività, la conformazione giuridica dell'azienda, la sua concreta organizzazione, le sue dimensioni. Ed è ben possibile che in un'organizzazione di qualche complessità vi siano diverse persone, con diverse competenze, chiamate a ricoprire i ruoli in questione.

Queste considerazioni di principio evidenziano che, soprattutto in realtà complesse come quella in esame, nell'ambito dello stesso organismo può riscontrarsi la presenza di molteplici figure di garanti. Tale complessità suggerisce che l'individuazione della responsabilità penale passa non di rado attraverso una accurata analisi delle diverse sfere di competenza gestionale ed organizzativa all'interno di ciascuna istituzione. Dunque, rilevano da un lato le categorie giuridiche, i modelli di agente, dall'altro i concreti ruoli esercitati da ciascuno. Si tratta, in breve, di una ricognizione essenziale per un'imputazione che voglia essere personalizzata, in conformità ai sommi principi che governano l'ordinamento penale; per evitare l'indiscriminata, quasi automatica attribuzione dell'illecito a diversi soggetti.

13. Il garante come gestore di un rischio.

L'analisi dei ruoli e delle responsabilità viene tematizzata entro la categoria giuridica della posizione di garanzia. Si tratta, come è ben noto, di espressione che esprime in modo condensato l'obbligo giuridico di impedire l'evento che fonda la responsabilità in ordine ai reati commissivi mediante omissione, ai sensi dell'art. 40 cpv. cod. pen.. Questo classico inquadramento deve essere rivisitato.

In realtà il termine "garante" viene ampiamente utilizzato nella prassi anche in situazioni nelle quali si è in presenza di causalità commissiva e non omissiva; ed ha assunto un significato più ampio di quello originario, di cui occorre acquisire consapevolezza.

A tale riguardo, occorre preliminarmente considerare che la causalità condizionalistica, essendo basata in chiave logica, è caratterizzata dalla costitutiva, ontologica indifferenza per il rilievo, per il ruolo qualitativo delle singole condizioni, che sono tutte per definizione equivalenti. Ne discende l'esigenza di arginare l'eccessiva forza espansiva dell'imputazione del fatto determinata dal condizionalismo. Tale esigenza è alla base della causalità giuridica e costituisce una costante del diritto penale moderno, sia in ambito teorico che giurisprudenziale.

La necessità di limitare l'eccessiva ed indiscriminata ampiezza del'imputazione oggettiva generata dal condizionalismo è alla base di classiche elaborazioni teoriche: la causalità adeguata, la causa efficiente, la causalità umana, la teoria del rischio. Tale istanza si rinviene altresì nel controverso art. 41 cpv. cod. pen. L'esigenza cui tali teorie tentano di corrispondere è sempre la medesima: tentare di limitare, separare le sfere di responsabilità, in modo che il diritto penale possa realizzare la sua vocazione ad esprimere un ben ponderato giudizio sulla paternità dell'evento illecito.

Il contesto della sicurezza del lavoro fa emergere con particolare chiarezza la centralità dell'idea di rischio: tutto il sistema è conformato per governare l'immane rischio, gli indicibili pericoli, connessi al fatto che l'uomo si fa ingranaggio fragile di un apparato gravido di pericoli. Il rischio è categorialmente unico ma, naturalmente, si declina concretamente in diverse guise in relazione alla differenti situazioni lavorative. Dunque, esistono diverse aree di rischio e, parallelamente, distinte sfere di responsabilità che quel rischio sono chiamate a governare. Soprattutto nei contesti lavorativi più complessi, si è frequentemente in presenza di differenziate figure di soggetti investiti di ruoli gestionali autonomi a diversi livelli degli apparati; ed anche con riguardo alle diverse manifestazioni del rischio. Ciò suggerisce che in molti casi occorre configurare già sul piano dell'imputazione oggettiva, distinte sfere di responsabilità gestionale, separando le une dalle altre. Esse conformano e limitano l'imputazione penale dell'evento al soggetto che viene ritenuto "gestore" del rischio. Allora, si può dire in breve, garante è il soggetto che gestisce il rischio.

13.1. Questa esigenza di delimitazione delle sfere di responsabilità è tanto intensamente connessa all'essere stesso del diritto penale quale scienza del giudizio di responsabilità, che si è fatta strada nella giurisprudenza, attraverso lo strumento normativo costituito dall'art. 41 cpv. cod. pen.. Infatti, la diversità dei rischi interrompe, per meglio dire separa le sfere di responsabilità.

L'ordine di idee cui si fa cenno si rinviene, sia pure talvolta inconsapevolmente, nella giurisprudenza di legittimità. Così, ad esempio, nel caso di abusiva introduzione notturna da parte del lavoratore nel cantiere irregolare, si è distinto implicitamente tra rischio lavorativo e rischio da ingresso abusivo ed è stata annullata la pronunzia di condanna anche se il datore di lavoro aveva violato le prescrizioni antinfortunistiche (Sez. 4, n. 44206, del 25/09/2001, Intrevado, Rv. 221149). La vittima è occasionalmente un lavoratore, ma la situazione pericolosà nella quale si è verificato l'incidente non è riferibile al contesto della prestazione lavorativa, sicchè non entrano in questione la violazione della normativa antinfortunistica e la responsabilità del gestore del cantiere. Al momento dell'incidente non era in corso un'attività lavorativa. Pertanto il caso andava esaminato dal differente punto di vista delle cautele che devono essere approntate dal responsabile del sito per inibire la penetrazione di estranei in un'area pericolosa come un cantiere edile (nello stesso senso, in contesto non molto dissimile, Sez. 4, n. 11311 del 07/05/1985, Bernardi, Rv. 171215).

Ancora, il tema dell'interruzione del nesso causale ricorre con insistenza proprio nell'ambito di processi inerenti ad infortuni sul lavoro. L'effetto interruttivo è stato riconosciuto in rari ma significativi casi. Un operaio addetto ad una pala meccanica che si era improvvisamente bloccata era sceso dal mezzo senza spegnere il motore e, sdraiatosi sotto di essa tra i cingoli, aveva sbloccato a mano la frizione difettosa sicchè il veicolo, muovendosi, lo aveva travolto. La Corte Suprema (Sez. 4, n. 3510 del 10/11/1999, Addesso, Rv. 183633) ha annullato con rinvio la pronunzia di condanna del titolare dell'impresa in ordine al reato di omicidio colposo, al fine di valutare se il comportamento del lavoratore di disinserire la frizione senza curarsi di spegnere il motore della macchina presentasse il carattere di fattore sopravvenuto atipico, interruttivo della serie causale precedente. La Corte ha pure affermato il principio che la responsabilità dell'imprenditore deve essere esclusa allorchè l'infortunio si sia verificato a causa di una condotta del lavoratore inopinabile ed esorbitante dal procedimento di lavoro cui è addetto. Ai sensi dell'art. 41 cpv. il nesso eziologico può essere interrotto da una causa sopravvenuta che si presenti come atipica, estranea alle normali e prevedibili linee di sviluppo della serie causale attribuibile all'agente e costituisca, quindi, un fattore eccezionale.

Analogamente la possibilità d'interruzione del nesso causale è stata ravvisata dalla Corte di cassazione (Sez. 4, n. 10733 del 25/09/1995, Dal Pont, Rv. 203223) in altro caso di lesioni subite per effetto di condotta del lavoratore incongrua e non richiesta. E' stato ribadito il noto principio che le norme dettate in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro perseguono il fine di tutelare il lavoratore persino in ordine ad incidenti derivati da sua negligenza, imprudenza ed imperizia, sicchè la condotta imprudente dell'infortunato non assurge a causa sopravvenuta da sola sufficiente a produrre l'evento quando sia comunque riconducibile all'area di rischio inerente all'attività svolta dal lavoratore ed all'omissione di doverose misure antinfortunistiche da parte del datore di lavoro;

ma si è aggiunto che il datore di lavoro è esonerato da responsabilità quando il comportamento del dipendente presenti i caratteri dell'eccezionalità, dell'abnormità, dell'esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive organizzative ricevute. Anche qui compare la classica evocazione dell'eccezionalità della condizione sopravvenuta, costituita dalla condotta incongrua del lavoratore. Tuttavia, al fondo, anche la pronunzia in questione trae ispirazione dalla considerazione della riconducibilità o meno dell'evento e della condotta che vi ha dato causa all'area di rischio propria della prestazione lavorativa: linea argomentativa che viene del resto espressamente enunciata a fianco di quella tradizionale afferente - appunto - all'eccezionalità ed abnormità della condotta del lavoratore. Nello stesso senso, con diverse inflessioni in relazione ai vari casi, Sez. 4, n. 2172 del 13/11/1984, Accettura, Rv. 172160; Sez. 4, n. 12381 del 18/03/1986, Amadori, Rv. 174222; Sez. 4, n. 1484 del 08/11/1989, Dell'Oro, Rv.

183199; Sez. 4, n. 9568 del 11/02/1991, Lapi, Rv. 188202; Sez. 4, n. 8676 del 14/06/1996, Ieritano, Rv. 206012.

In sintesi, si può cogliere in tale orientamento della giurisprudenza l'implicita tendenza a considerare interruttiva del nesso di condizionamento la condotta abnorme del lavoratore quando essa si collochi in qualche guisa al di fuori dell'area di rischio definita dalla lavorazione in corso. Tale comportamento è "interruttivo" (per restare al lessico tradizionale) non perchè "eccezionale" ma perchè eccentrico rispetto al rischio lavorativo che il garante è chiamato a governare. Tale eccentricità renderà magari in qualche caso (ma non necessariamente) statisticamente eccezionale il comportamento ma ciò è una conseguenza accidentale e non costituisce la reale ragione dell'esclusione dell'imputazione oggettiva dell'evento.

Riconosciuta la sfera di rischio come area che designa l'ambito in cui si esplica l'obbligo di governare le situazioni pericolose che conforma l'obbligo del garante, ne discende altresì la necessità di individuare concretamente la figura istituzionale che può essere razionalmente chiamata a governare il rischio medesimo e la persona fisica che incarna concretamente quel ruolo.

Questa enunciazione richiede, tuttavia, di essere chiarita: occorre guardarsi dall'idea ingenua, e foriera di fraintendimenti, che la sfera di responsabilità di ciascuno possa essere sempre definita e separata con una rigida linea di confine; e che questa stessa linea crei la sfera di competenza e responsabilità di alcuno escludendo automaticamente quella di altri. In realtà le cose sono spesso assai più complesse. Basti considerare la transitività delle condizioni che si susseguono all'interno di una catena causale; l'intreccio di obblighi che spesso coinvolgono diverse figure e diversi soggetti nella gestione di un rischio; la complessa figura della cooperazione colposa. Questa serie di differenti connessioni, con il suo carico di complessità, rende chiaro quanto delicata sia l'individuazione di aree di competenza pienamente autonome che giustifichino la compartimentazione della responsabilità penale; tanto più in un contesto come quello del diritto penale del lavoro imperniato sulla figura del datore di lavoro che è gravato da una pervasiva posizione di garanzia. Lo scopo del diritto penale, tuttavia, è proprio quello di tentare di governare tali intricati scenari, nella già indicata prospettiva di ricercare responsabilità e non capri espiatori.

Tali principi vanno tenuti a mente in vista della risoluzione di questioni proposte dal processo, che saranno trattate più avanti.

14. Nascita e conformazione della posizione di garanzia.

Le considerazioni sopra esposte trovano fondamento in alcune norme del T.U. che, sebbene contenute in un testo normativo successivo ai fatti, ripercorrono arresti della giurisprudenza ed aiutano a capire come nasce e si conforma la posizione di garanzia, id est la responsabilità gestoria che, in caso di condotte colpose, può fondare la responsabilità penale. Di grande interesse è l'art. 299:

l'acquisizione della veste di garante può aver luogo per effetto di una formale investitura, ma anche a seguito dell'esercizio in concreto di poteri giuridici riferiti alle diverse figure.

Un'ulteriore indicazione normativa per individuare in concreto i diversi ruoli deriva dall'art. 28, relativo alla valutazione dei rischi ed al documento sulla sicurezza, che costituisce una sorta di statuto della sicurezza aziendale. La valutazione riguarda "tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori". Il documento deve contenere la valutazione dei rischi, l'individuazione di misure di prevenzione e protezione, l'individuazione delle procedure, nonchè dei ruoli che vi devono provvedere, affidati a soggetti muniti di adeguate competenze e poteri. Si tratta quindi di una sorta di mappa dei poteri e delle responsabilità cui ognuno dovrebbe poter accedere per acquisire le informazioni pertinenti.

Mettendo insieme le indicazioni che pervengono dalle norme fin qui indicate che, come si è già accennato, recepiscono indirizzi della prassi ed attingono alla sfera della sensatezza, si può concludere che ruoli, competenze e poteri segnano le diverse sfere di responsabilità gestionale ed al contempo definiscono la concreta conformazione, la latitudine delle posizioni di garanzia, la sfera di rischio che deve essere governata.

La sfera di responsabilità organizzativa e giuridica così delineata è per così dire originaria. Essa è generata dall'investitura formale o dall'esercizio di fatto delle funzioni tipiche delle diverse figure di garanti. Nell'individuazione del garante, soprattutto nelle istituzioni complesse, occorre partire dalla identificazione del rischio che si è concretizzato, del settore, in orizzontale, e del livello, in verticale, in cui si colloca il soggetto che era deputato al governo del rischio stesso, in relazione al ruolo che questi rivestiva. Ad esempio, semplificando nel modo più banale, potrà accadere che rientri nella sfera di responsabilità del preposto l'incidente occasionato dalla concreta esecuzione della prestazione lavorativa; in quella del dirigente il sinistro riconducibile al dettaglio dell'organizzazione dell'attività lavorativa; in quella del datore di lavoro, invece, l'incidente derivante da scelte gestionali di fondo. Naturalmente, il quadro proposto è molto semplificato ed idealizzato e diviene non di rado assai più complesso nella realtà; quando, come nel caso in esame, le scelte di fondo sono il frutto dell'azione concertata di diverse figure che a quelle scelte hanno contribuito.

Per ciò che qui maggiormente interessa, nell'ambito di organizzazioni complesse, d'impronta societaria, la veste datoriale non può essere attribuita solo sulla base di un criterio formale, magari indiscriminatamente estensivo, ma richiede di considerare l'organizzazione dell'istituzione, l'individuazione delle figure che gestiscono i poteri che danno corpo a tale figura ed ai quali si è sopra fatto cenno.

15. L'istituto della delega.

Il tema della posizione di garanzia, come si è visto, è stato trattato nel processo in esame anche con riguardo a diverse deleghe.

Dunque, pure a tale riguardo è necessario proporre qualche considerazione di fondo. In effetti l'investitura del garante può essere non solo originaria ma derivata. Anche qui recependo gli orientamenti della prassi, l'art. 16 del T.U. ha chiarito che la delega deve essere specifica, deve conferire poteri di organizzazione, gestione, controllo e spesa ben definiti, ad un soggetto qualificato per professionalità ed esperienza.

La materia della delega richiede un chiarimento di fondo piuttosto importante. E' diffusa l'opinione (e la si rinviene spesso negli atti giudiziari) che i poteri e le responsabilità del dirigente e del preposto nascano necessariamente da una delega. Al contrario, le figure dei garanti hanno una originaria sfera di responsabilità che non ha bisogno di deleghe per essere operante, ma deriva direttamente dall'investitura o dal fatto. La delega è invece qualcosa di diverso: essa, nei limiti in cui è consentita dalla legge, opera la traslazione dal delegante al delegato di poteri e responsabilità che sono proprie del delegante medesimo. Questi, per così dire, si libera di poteri e responsabilità che vengono assunti a titolo derivativo dal delegato. La delega, quindi, determina la riscrittura della mappa dei poteri e delle responsabilità. Residua, in ogni caso, tra l'altro, come l'art. 16 del T.U. ha chiarito, un obbligo di vigilanza "alta", che riguarda il corretto svolgimento delle proprie funzioni da parte del soggetto delegato. Ma ciò che qui maggiormente rileva è che non vi è effetto liberatorio senza attribuzione reale di poteri di organizzazione, gestione, controllo e spesa pertinenti all'ambito delegato. In breve, la delega ha senso se il delegante (perchè non sa, perchè non può, perchè non vuole agire personalmente) trasferisce incombenze proprie ad altri, cui attribuisce effettivamente i pertinenti poteri.

16. Le posizioni di garanzia nel presente processo.

Alla luce di tali principi può essere intrapresa la disamina delle posizioni di garanzia attribuite agli odierni ricorrenti.

Anticipando le conclusioni, può affermarsi che l'accusa pubblica si è sostanzialmente attenuta agli indicati principi e l'impostazione è stata condivisa dalla Corte di merito con argomentazioni diffuse ed appropriate.

La sentenza rammenta che è stato individuato il ruolo di datore di lavoro non in capo all'intero consiglio di amministrazione della società bensì solo ai tre consiglieri delegati, tutti ritenuti dotati dei tipici poteri di gestione e spesa propri del ruolo di garante. Tale condivisa impostazione trova supporto nella circostanza che, benchè ai tre consiglieri fosse stato attribuito un settore di spettanza e solo all'amministratore delegato la responsabilità della sicurezza del lavoro, tutti concorrevano alla gestione collettiva dell'impresa, facendo parte di un board decisionale che si occupava di tutti i settori aziendali, compreso quello della sicurezza sul lavoro.

Ma le diverse posizioni vanno esaminate in dettaglio, seguendo lo sviluppo della motivazione della sentenza.

17. La posizione dell'amministratore delegato.

Il ruolo dell'amministratore delegato E. è, per la Corte di merito, conclamato; anche in considerazione del fatto che egli tenne condotte non solo omissive ma anche commissive, concretizzatesi nello slittamento dell'utilizzo dei fondi straordinari. L'unico argomento addotto dalla difesa è costituito dalle deleghe conferite a M. e S.. Si tratta però di atti certamente imperfetti giacchè il trasferimento di poteri era estremamente limitato a causa della ristrettezza del potere di spesa. Infatti il budget a firma singola di S. ammontava a non più di 30.000 Euro, somma pacificamente insufficiente per qualunque seria prevenzione, considerando anche che il direttore dello stabilimento si asteneva dall'assumere iniziative autonome, limitandosi ad investire di ogni questione la sede ternana.

D'altra parte l'AD aveva da ultimo rinunziato a qualunque attività di controllo, visto che dal (OMISSIS) aveva smesso di visitare la sede (OMISSIS).

Discorso non dissimile viene proposto quanto alla delega in favore dell'imputato M.. Costui era in realtà privo di autonomi poteri decisionali e di un budget corrispondente. Il tecnico, sebbene assai apprezzato, non aveva capacità decisionali proprie e si rapportava frequentemente con l'amministratore delegato e con l'intero board, come documentato da un grande numero di e-mail. Di speciale, emblematico rilievo viene ritenuto lo scambio di comunicazioni tra M. ed il tecnico P., in tema di utilizzo dei fondi per la prevenzione antincendio, ove si fa riferimento alla necessità di autorizzazione da parte dell'intero board, anche a costo di disturbarlo in continuazione.

Secondo la Corte di merito l'amministratore è pure venuto meno all'obbligo di nominare un responsabile del servizio di prevenzione e protezione competente, giacchè l'imputato C. si è dimostrato persona priva di adeguata ed aggiornata competenza. Costui formò un documento di valutazione del rischio completamente inadeguato rispetto al quale l'imputato non effettuò alcuni controllo.

Tale valutazione è con tutta evidenza saldamente fondata in fatto e conforme ai principi prima enunciati. Come si è visto, è invero principio basilare, consolidato nella prassi e da ultimo recepito nella disciplina di sistema, che la delega, per produrre l'effetto liberatorio che la caratterizza, deve trasferire insieme ai doveri tutti i poteri necessari all'efficiente governo del rischio. Il trasferimento può avere ad oggetto un ambito definito e non l'intera gestione aziendale, ma in tale circoscritto territorio il ruolo del soggetto delegato deve essere caratterizzato da pienezza di poteri, in primo luogo quelli di spesa. Il trasferimento dei poteri, inoltre, deve essere effettivo e non meramente cartolare.

Nel caso in esame tale situazione con tutta evidenza non si verifica in concreto. S. aveva un budget limitatissimo e si rapportava continuamente con la sede centrale in (OMISSIS) per avere istruzioni sulle questioni di qualche rilievo. Analogamente, M. era un tecnico di indiscussa competenza e costituiva il referente più qualificato degli organi di vertice, ma tale pur importante ruolo non implicava di fatto poteri autonomi.

A ciò è da aggiungere (ed è l'argomento più importante) che E. trattenne nelle proprie mani tutte le scelte aziendali;

ed in primo luogo quella, che costituisce il fondamento delle imputazioni, di disporre il trasferimento delle strutture (OMISSIS) in (OMISSIS) senza preoccuparsi di gestire la fase di trasferimento assicurandone la sicurezza.

E dunque, di delega liberatoria non è a parlarsi nei suoi confronti.

Al riguardo le tesi difensive propongono questioni già confutate correttamente dalla Corte di merito; e chiaramente prive di pregio alla luce delle considerazioni esposte qui sopra.

18. Le posizioni di Pr. e P..

Più complesso il discorso della pronunzia di merito a proposito del ruolo di garanzia dei consiglieri delegati Pr. e P.. La pronunzia confuta la tesi difensiva secondo cui il comitato esecutivo fu abolito effettivamente e non solo formalmente; ed il board rimase come organo informale, con funzione ricognitiva e non decisionale in ordine alla gestione della società. In realtà, secondo la Corte, l'abolizione ebbe natura dissimulatoria alla stregua di diversi argomenti. In primo luogo vi era una forte motivazione all'interno della holding ad istituire organi collegiali al fine di coadiuvare e controllare l'operato dell'amministratore delegato. Nel verbale del consiglio di amministrazione del marzo 2005 il comitato esecutivo è stato abolito senza alcuna motivazione; ma poco tempo dopo si è ribadito che rimangono ferme le modalità di esercizio dei poteri di rappresentanza e altri poteri conferiti ai consiglieri delegati.

L'amministratore delegato non ha convincentemente spiegato le ragioni del cambiamento, facendo riferimento ad un obbligo di legge inesistente. In realtà, secondo la Corte di merito, l'esperienza giudiziaria inerente ad un incendio verificatosi nel 2002, che aveva coinvolto la responsabilità del comitato esecutivo, costituiva un valido argomento per abolire formalmente l'organo. A ciò si aggiunge la natura riservata delle riunioni attestata dalla classificazione dei suoi verbali; il contenuto degli stessi verbali dai quali risulta che i tre componenti mettono a fuoco i problemi gestionali in vari campi, anche quelli prevenzionali della sicurezza sul lavoro e decidono collegialmente così come aveva sempre fatto il comitato esecutivo. La pronunzia analizza numerosi verbali del board nei quali, tra l'altro si discute delle conseguenze della chiusura dello stabilimento di Torino, della situazione della sicurezza, del ripetersi di incidenti.

La competenza dell'intero board nelle decisioni prodromiche all'inoltro delle richieste alla TKL della progettualità afferente alla prevenzione antincendio straordinaria è documentata dallo scambio di corrispondenza. I tecnici discutono ed uno di essi, come si è accennato, manifesta il timore che il board sia troppe volte disturbato sul tema. M. risponde, inviando il documento per conoscenza all'AD, osservando che l'autorizzazione all'investimento di fire prevention è di estrema urgenza in quanto relativa ad attività strategiche per la sicurezza degli impianti e per la riduzione delle franchigie assicurative. E conclude che il board sarà disponibile ad essere disturbato anche più volte per consentire l'ottimale svolgimento del lavoro. Il documento tecnico finale che prevede lo slittamento dei fondi per (OMISSIS) ad epoca successiva al trasferimento degli impianti in (OMISSIS), è inviato a E., a Pr. ed a P.. Non vi è dubbio, quindi del coinvolgimento dell'organismo. Nè vi è dubbio che il board era informato di ogni cosa ed era presente in tutte le procedure gestionali.

La situazione gestionale è attestata anche dal responsabile del controllo di gestione R., sottoposto a Pr. il quale ha spiegato che si era stabilita, per le spese superiori a 25.000 Euro, l'approvazione dei tre consiglieri delegati. Anche il dirigente di TKL Ri. ha riferito di essere al corrente che il board italiano era composto dai tre consiglieri delegati, ma soprattutto che non vi era nessuna diversità di natura, competenze e funzionamento del board italiano rispetto a quello delle altre società collocate in altre nazioni. Egli ha testualmente riferito che ogni società operativa ha il suo board. Anche il teste g., responsabile del controllo degli investimenti nello stabilimento di (OMISSIS), ha chiarito che egli continuava a seguire la procedura gestionale tradizionale persistendo a sottoporre al board, come nel passato, i dati e gli investimenti.

Le difese degli imputati, si aggiunge, sono inconsistenti; giacchè essi ammettono di aver interloquito con l'amministratore delegato in ordine alle problematiche afferenti alla chiusura dello stabilimento di (OMISSIS) e di aver fornito elementi utili alla decisione finale, centrale per l'intera società, ma si sono limitati a dichiarare di averlo fatto in incontri a due e non a tre.

Conclusivamente, secondo la Corte di assise di appello, si è in presenza di un complesso probatorio che non lascia margini di dubbio sulla persistenza effettiva dell'organo decisionale in cui venivano assunte collegialmente tutte le decisioni gestionali della società.

L'effettività dei poteri di gestione e di spesa esercitata dai due imputati di cui ci si occupa attribuisce loro, secondo la Corte di merito, la qualifica di datore di lavoro e quindi di garante della sicurezza dello stabilimento di (OMISSIS).

In tale quadro la pronunzia reputa prudenziale l'impostazione accusatoria di non imputare ai due consiglieri di aver condiviso con l'amministratore le condotte decisionali commissive di slittamento dell'utilizzo dei fondi straordinari stanziati per Torino, individuando in capo ai due consiglieri almeno il dovere di segnalazione della necessità che tale slittamento non avvenisse. La Corte torinese, preso atto di tale approccio che ritiene limitato e prudenziale, non dubita che almeno questo profilo subordinato si riconnette pienamente alla posizione di garanzia che i due rivestivano nell'ambito dell'assetto gestionale della società.

Tale approccio è immune da censure sia in fatto che in diritto. Gli argomenti probatori in ordine alla sopravvivenza in fatto del comitato esecutivo sono plurimi ed altamente significativi. Le fonti testimoniali, di decisivo significato probatorio, sono convergenti e molto qualificate. Esse non sono oggetto di alcuna seria confutazione. La ricognizione in ordine alle fonti documentali ed al reale funzionamento dell'azienda è parimenti argomentata, persuasiva ed immune, nel suo nucleo, da vizi di sorta.

Le dissertazioni difensive sull'esatto significato delle dichiarazioni di E. sono francamente di scarso interesse nell'ottica decisoria, a fronte di un così corposo costrutto probatorio. La Corte territoriale spiega bene che l'approccio collegiale all'amministrazione era una caratteristica diffusa in tutte le articolazioni della holding e che, dunque, non vi era alcuna pregnante, oggettiva ragione che giustificasse una reale deroga rispetto a tale uniforme modo di condurre la gestione delle diverse sedi nazionali. Appare probabile l'ipotesi che la concentrazione formale dei poteri in capo al solo amministratore delegato sia stata frutto del proposito di limitare le responsabilità personali anche alla luce di pregresse esperienze giudiziarie; ma non è decisivo ricostruire la ratio della scelta di occultare il reale andamento gestionale, quanto piuttosto constatare la effettività dell'andamento dell'organizzazione che, come si è visto, coinvolgeva a pieno titolo l'intero board. D'altra parte le questioni afferenti al trasferimento della sede (OMISSIS) in (OMISSIS) ed alle sue modalità operative, connesse con delicati problemi finanziari e di bilancio, coinvolgevano di necessità tutti i tre componenti del board. Si trattava di scelte gestionali e finanziarie di fondo che trascendevano le stesse problematiche strettamente inerenti alla sicurezza sul lavoro, riguardavano la complessiva organizzazione aziendale, e interessavano quindi gli imputati che, indubbiamente, ricoprivano il ruolo datoriale. Ed è impensabile che su tali questioni, vitali per l'azienda, gli imputati non abbiano interloquito.

Giova rimarcare che la valutazione in fatto compiuta dalla Corte territoriale è persuasiva ed apprezzabile oltre che pienamente conforme ai principi sopra esposti. Infatti, il ricco apparato testimoniale di cui si è dato conto descrive in dettaglio il reale funzionamento dell'organizzazione, al di là dei dati cartolari.

Viene cosi rispettata l'enunciazione proposta qui sopra a proposito della necessità di acquisire elementi di giudizio sulla reale conformazione dei poteri gestionali. Nè va dimenticato quanto esposto sopra in via generale: datore di lavoro è il dominus di fatto dell'organizzazione ed il detentore dei concreti poteri decisionali: organizzazione, gestione, controllo e spesa. E non vi è dubbio che i ricorrenti contribuissero a gestire tali poteri.

A fronte di tali complessive considerazioni appaiono irrilevanti le deduzioni difensive, come quella in ordine all'invio o meno di alcuna e-mail ad uno dei consiglieri.

19. La posizione di M..

Il ruolo di garanzia di M. viene dalla Corte di merito connesso alla sua veste di dirigente con riferimento a specifici compiti affidatigli. Tra essi ve n'erano due che riguardavano la prevenzione degli infortuni nello stabilimento di (OMISSIS) e specificamente l'adozione di presidii contro il verificarsi di incendi. Egli era infatti a capo di due aree che si occupavano rispettivamente di attività di progettazione, preventivazione dei contratti di appalto e poi di coordinamento delle attività in cantiere per assicurare la qualità delle prestazioni, i costi e gli aspetti di sicurezza. Egli era inoltre responsabile della manutenzione delle macchine e dei locali. Era stato delegato dall'amministratore delegato in tema di igiene e sicurezza con un'ampiezza di mandato che comprendeva le aree acquisti, approvvigionamenti, impianti, servizi, materie prime, materiali anche di (OMISSIS). La pronunzia da conto dei riscontri effettivi, afferenti alla intensa attività svolta in continuo contatto con S. e C. in tema di opere prevenzionali.

L'imputato ha interloquito su tutte le questioni afferenti alla sicurezza in relazione alle richieste dell'ente assicurativo AXA; era informato direttamente dall'amministratore delegato dei progetti di intervento antincendio dopo il disastro di (OMISSIS); fu richiesto di fornire il suo contributo tecnico per operare le scelte fra i progetti; era presente alle riunioni in cui si discuteva dell'utilizzo dei fondi straordinari antincendio; fu d'accordo con l'amministratore delegato nel far slittare l'utilizzo dei fondi straordinari ad epoca successiva al trasferimento degli impianti in (OMISSIS). Sul punto l'imputato è confesso ma non si tratta di novità dibattimentale giacchè tale circostanza risulta da numerose e-mail.

Si tratta di dirigente cui l'amministratore delegato confida fin dal 2005 il progetto riservato di chiusura dello stabilimento (OMISSIS) e dal quale ottiene nel (OMISSIS) collaborazione per perseguire al meglio questo obiettivo, spiegando nelle sedi interne alla holding la necessità di tener conto del fatto che lo stabilimento (OMISSIS) chiuderà. Si da atto che l'imputato ha negato tale ruolo di tramite fra l'amministratore delegato ed il responsabile di TKR ma la circostanza è documentata da un una lunga serie di e-mail.

Anche tale apprezzamento è immune da censure. Non vi è dubbio, alla stregua della argomentata prospettazione di cui si è dato conto, che M. fosse un dirigente di altissimo livello, dotato di tutte le conoscenze e competenze tecnico-scientifiche necessarie all'assunzione delle determinazioni spettanti al board; e che egli abbia esercitato tale essenziale funzione di collaborazione proprio in vista delle determinazioni afferenti al trasferimento degli impianti (OMISSIS), dalle quali è scaturito l'intero processo. Ed è davvero difficilmente sostenibile che un tecnico tanto competente ignorasse il fenomeno del flash fire. La apprezzata competenza del tecnico è d'altra parte dimostrata dal fatto che egli contribuì a progettare e seguì in ogni fase la realizzazione dell'impianto di spegnimento in (OMISSIS).

Tale complesso di acquisizioni colloca la condotta dell'imputato nella sfera di cooperazione colposa di cui si dirà più avanti. Ma si può sin d'ora concludere che il ruolo dirigenziale di cui si discute e soprattutto l'ammessa attività di "consulenza" che costituisce esplicazione del ruolo professionale ed istituzionale demandatogli, configura in modo indubitabile un ruolo di garanzia, idoneo a basare l'attribuzione degli esiti antigiuridici delle condotte omissive contestate. E le deduzioni difensive di dettaglio non scalfiscono tale valutazione sul ruolo del professionista.

20. La posizione di S..

Per S. la posizione di garanzia discende dal ruolo dirigenziale di direttore dello stabilimento, con delega in ordine alla sicurezza del lavoro. D'altra parte tale ruolo e tale sfera di responsabilità non è per nulla incompatibile, secondo la Corte di merito, con quella concomitante dell'amministratore delegato.

Il ruolo altamente dirigenziale prospetta in modo indubitabile la contestata posizione di garanzia; a prescindere dalla portata delle delega attribuitagli. Valgono qui le medesime considerazioni svolte a proposito di M..

Si è visto, infatti, che compete alla figura del dirigente di attuare le direttive del datore di lavoro, organizzando l'attività lavorativa e vigilando su di essa, in virtù di competenze professionali e di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell'incarico conferitogli. Il dirigente è tenuto a cooperare con il datore di lavoro nell'assicurare l'osservanza della disciplina legale nel suo complesso; e, quindi, nell'attuazione degli adempimenti che l'ordinamento demanda al datore di lavoro. Tale ruolo, nella fattispecie è chiaramente assai ampio in considerazione dell'importante incarico di direttore dello stabilimento.

21. La posizione di C. ed il ruolo del responsabile del servizio di prevenzione e protezione.

Per C. la posizione di garanzia deriva, al di là dell'assenza della formale qualifica di dirigente, dall'ampiezza delle funzioni e dei poteri all'interno dello stabilimento (OMISSIS). Egli era responsabile, e dotato di poteri gerarchici, in un settore che si occupava anche di organizzare il monitoraggio per la manutenzione degli impianti, con la collaborazione dell'ing. Lu.. Tale ruolo emerge dalla deposizione dello stesso Lu. ed è del resto ammesso dall'imputato che ha riferito di aver messo a punto il programma di ispezione degli impianti eseguito da Lu. fino alla data delle sue dimissioni e poi passato all'ing. G..

La corretta manutenzione degli impianti rileva nella fattispecie anche per la mancata riparazione dei due centratori del nastro sulle linee aspo 1 e aspo 2. Inoltre l'imputato era responsabile dell'organizzazione del personale e dei mezzi di emergenza in caso di incendio. Da lui dipendevano i componenti delle squadre di emergenza.

Tale ruolo ha una evidente connessione con le funzioni operative di prevenzione primaria e secondaria. Si rammenta la disposizione impartita ai capi turno di assumere su di sè anche la responsabilità dell'emergenza: disposizione che costituisce ordine gerarchico con il quale il dirigente attua le direttive del datore di lavoro. In sostanza, per la Corte di merito, l'aver agito operativamente e gerarchicamente nell'organizzazione della manutenzione e dell'emergenza fa dell'imputato un dirigente di fatto, come tale titolare di posizione di garanzia.

Tale apprezzamento è contestato senza fondamento dalla difesa. E' sufficiente considerare che l'ing. Lu., di cui a lungo si è parlato e che fu protagonista di importanti approfondimenti sulla sicurezza e sui rischi, oltre che responsabile della manutenzione, agiva in collaboratore di C. per rendersi conto che l'imputato era nei fatti una figura di primo piano nel settore della sicurezza.

D'altra parte, sempre per rispondere alle censure difensive, non vi è dubbio che la decisione di attribuire al capo turno anche il governo dell'emergenza fu adottata dal vertice dello stabilimento, ma l'attuazione della statuizione costituisce tipica esplicazione del ruolo di collaborazione proprio del dirigente. Infine, il ruolo del C. nei fatti è stato oggetto di discussione dialettica nel corso dell'intero processo, e dunque non può parlarsi di deficit della contestazione e lesione del diritto di difesa. E d'altra parte che egli fosse formalmente dirigente o lo fosse solo di fatto non muta lo stato delle cose; nè l'alternativa inficia la difesa, che nel corso dell'intero processo ha ampiamente discusso sul ruolo dell'imputato. Ciò che conta, al di là delle discussioni e censure prospettate dalla difesa sulla portata dei compiti del ricorrente, resta il fatto decisivo che egli è continuamente presente nei fatti che riguardano la sicurezza, come emerge dall'intera tessitura della sentenza. La rilevanza del ruolo di C. emerge, ad abundantiam, indirettamente dall'analisi che la Corte fa degli importanti compiti del suo successore ing. c. a proposito della responsabilità da reato dell'ente, come sarà esposto più avanti.

Il C. era inoltre e soprattutto responsabile del servizio di prevenzione e protezione e tale ruolo contribuisce in modo prioritario a fondare la sua responsabilità concorrente nei reati.

Si è visto, infatti, che in tale veste predispose i documenti di valutazione del rischio che trascurarono il pericolo di flash fire e le pertinenti istruzioni ai lavoratori.

La difesa contesta che egli avesse un ruolo di garante in tale qualità, ma la pronunzia rammenta la consolidata giurisprudenza che ravvisa la responsabilità anche in capo questa figura qualora si accerti che la mancata adozione di una misura precauzionale da parte del datore di lavoro è il frutto dell'omissione colposa di un suo compito professionale.

Il tema impone di prendere in esame tale peculiare figura istituzionale del sistema prevenzionistico che, insieme al medico competente, svolge un importante ruolo di collaborazione con il datore di lavoro. Il servizio, ora previsto dagli artt. 31 e ss. del T.U., deve essere composto da persone munite di specifiche capacità e requisiti professionali adeguati ai bisogni dell'organizzazione; ed ha rilevanti compiti, che consistono nell'individuazione e valutazione dei rischi, nonchè nel proporre le misure preventive e protettive di cui all'art. 28. Questa figura svolge una delicata funzione di supporto informativo, valutativo e programmatico ma è priva di autonomia decisionale: essa, tuttavia coopera in un contesto che vede coinvolti diversi soggetti, con distinti ruoli e competenze.

In breve, un lavoro in equipe. Alla luce di tali considerazioni è possibile rispondere alla ricorrente domanda se i componenti dell'organo possano assumere la veste di garante. Si è tratto argomento negativo dal fatto che tali soggetti non sono destinatari in prima persona di obblighi sanzionati penalmente; e svolgono un ruolo non operativo ma di mera consulenza. L'argomento non è tuttavia decisivo. In realtà, l'assenza di obblighi penalmente sanzionati si spiega agevolmente proprio per il fatto che il servizio è privo di un ruolo gestionale, decisionale, e svolge solo una funzione di supporto alle determinazioni del datore di lavoro.

L'assenza di sanzioni penali, tuttavia, non è risolutiva per escludere il ruolo di garante. Ciò che importa è che i componenti del SPP siano destinatari di obblighi giuridici; e non può esservi dubbio che, con l'assunzione dell'incarico, essi assumano l'obbligo giuridico di svolgere diligentemente le funzioni che si sono viste.

D'altra parte, il ruolo svolto da costoro è parte inscindibile di una procedura complessa che sfocia nelle scelte operative sulla sicurezza compiute dal datore di lavoro. La loro attività può ben rilevare ai fini della spiegazione causale dell'evento illecito. Si pensi al caso del SPP che manchi di informare il datore di lavoro di un rischio la cui conoscenza derivi da competenze specialistiche. In situazioni del genere pare ragionevole pensare di attribuire, in presenza di tutti i presupposti di legge ed in particolare di una condotta colposa, la responsabilità dell'evento ai soggetti di cui parliamo. Una diversa soluzione rischierebbe di far gravare sul datore di lavoro una responsabilità che esula dalla sfera della sua competenza tecnico-scientifica. La responsabilità di tale figura è stata del resto ammessa da diverse pronunzie della Corte di cassazione (Sez. 4, n. 25288 del 23/04/2008, Maciocia, Rv. 240297;

Sez. 4, n. 16134 del 18/03/2010, Santoro, Rv. 247098; Sez. 4, n. 32195 del 15/07/2010, Scagliarini, Rv. 248555; Sez. 4, n. 2814 del 21/12/2010, Di Mascio, Rv. 249626; Sez. 4, n. 49821 del 23/11/2012, Lovison, Rv. 254094).

Dal principio enunciato emerge la sicura riferibilità del ruolo di garante in capo al C.; e l'obbligo conseguente di svolgere in autonomia, nel rispetto del sapere scientifico e tecnologico, il compito di informare il datore di lavoro e di dissuaderlo da scelte magari economicamente seducenti ma esiziali per la sicurezza. Tale condotta doverosa non è stata tenuta dall'imputato, come si è già accennato a proposito del documento di valutazione dei rischi e sarà pure esposto in prosieguo con riguardo ai profili di colpa addebitatigli.