Cassazione Penale, Sezioni Unite, 18 settembre 2014 n. 38343

Cassazione Penale, Sezioni Unite, 18 settembre 2014 (ud. 24 aprile 2014), n. 38343 - Sentenza Thyssenkrupp - criteri di demarcazione tra dolo eventuale e colpa cosciente, responsabilità amministrativa della società

segue: elemento soggettivo - colpa - i tipi di dolo


22. Le condotte colpose e la loro connessione causale con gli eventi.

In relazione alle complesse deduzioni difensive in materia occorre dar conto, sia pure sinteticamente, delle molte pagine che la sentenza dedica all'analisi dei profili di colpa eziologicamente rilevanti emersi nel corso del processo. Si assume che è agevole riscontrare l'esistenza del nesso di causalità tra il non agire contestato agli imputati e gli eventi, secondo lo standard consolidato della giurisprudenza di legittimità dell'alto grado di credibilità razionale.

Le principali carenze cautelari vengono evocate. Aver proceduto nelle lavorazioni senza aver ancora ottenuto il certificato di prevenzione incendi. Non aver correttamente valutato i rischi e provveduto alla loro eliminazione o riduzione. Non avere il datore di lavoro, in collaborazione con il RSPP, valutato adeguatamente i rischi per la sicurezza dei lavoratori ed adottato un documento di valutazione dei rischi con l'indicazione delle misure di tutela appropriate, fra cui il sistema di rivelazione e spegnimento automatico delle fiamme. Non aver dato istruzioni ai lavoratori di mettersi immediatamente al sicuro in caso di pericolo grave. Non averli allertati attraverso una adeguata informazione sui rischi specifici cui erano esposti. Non averli adeguatamente formati in materia di sicurezza ed in particolare non aver curato che quelli incaricati della prevenzione e lotta antincendio fossero adeguatamente formati attraverso corsi durante l'orario di lavoro. Non aver fornito attrezzature idonee ai fini della sicurezza, sottoposte a verifiche periodiche. Non aver definito la linea APL5 a rischio elevato di incendio. Non aver valutato il rischio di incendio alla luce del D.M. 10 marzo 1998.

Per la Corte di merito "il tragico parallelismo fra le cause di produzione e l'elenco delle norme appena citate non potrebbe essere più netto nell'indicare un chiaro nesso causale fra le omesse condotte doverose e gli eventi". E si rammenta che la verifica del nesso causale potrà ritenersi raggiunta anche sulla base della prova di apprezzabili, significative probabilità che le condotte doverose avrebbero hanno avuto di scongiurare il danno.

La pronunzia mette in luce le gravi carenze dell'impianto e le pone in stretta connessione con le iniziative assunte a (OMISSIS). Si cita la modifica del contratto di pulizia, da quello che prevedeva personale fisso a quello che lo prendeva a chiamata. All'obiezione che l'esborso finale non è cambiato, si risponde che il costo avrebbe dovuto semmai aumentare in considerazione delle operazioni di trasferimento che si svolgevano nello stabilimento in fase di smobilizzo. Nel (OMISSIS) la situazione di sporcizia era diffusa con presenza massiva di carta ed olio; e riguardava l'intero stabilimento, come riscontrato dagli organi ispettivi. Contrariamente a quanto ritenuto dalle difese, le carenze riguardavano anche gli impianti ancora funzionanti, come riferito dagli ispettori.

Inoltre la riduzione dei corsi di formazione fino al loro arresto nel (OMISSIS), e la tolleranza dell'azienda in ordine all'assenteismo da parte degli operai erano la diretta conseguenza del fine di risparmio ben esplicitato nella relazione al bilancio (OMISSIS), nella quale si evoca candidamente la circostanza che lo stabilimento è destinato alla chiusura. Tale decisione si ricollega all'idea di utilizzare anche l'elemento umano con elasticità, come riferito da alcuni testimoni che venivano distolti dai corsi per tornare sugli impianti. Inoltre i corsi medesimi, in spregio alla legge, erano tenuti fuori dall'orario di lavoro, cioè di fatto senza alcun obbligo di frequentazione. Di qui derivò il risultato, secondo la Corte torinese davvero indifendibile, rappresentato dalla attribuzione della responsabilità più alta nell'emergenza al lavoratore Ma. che non aveva neppure completato un corso antincendio.

La manutenzione degli impianti non seguiva ormai più alcuna programmazione perchè si era dimesso l'ing. Lu. che organizzava ed eseguiva le ispezioni periodiche. Viste le condizioni dell'impianto si può dubitare addirittura che tali ispezioni siano continuate, come dimostrato dall'assenza dei relativi verbali. La situazione di assoluta carenza di manutenzione è fotografata con spietatezza dalle condizioni miserevoli riscontrate sulla linea nel rapporto della Asl del (OMISSIS). Anche la mancata manutenzione è il risultato di politiche di risparmio e disinvestimento centrali, visto che le carenze più gravi venivano proprio dal rimescolamento e accorpamento di mansioni, senza formazione dei manutentori che rimanevano nella fabbrica; e dal risparmio negli acquisti dei pezzi di ricambio.

La sentenza rimarca pure la mancata attuazione di importanti cautele che furono invece tempestivamente adottate in (OMISSIS), come l'installazione degli estintori a lunga gittata e l'introduzione di un'efficiente autobotte; la mancata installazione di sistemi antincendio pur minimi usciti dalla trattativa con la società assicuratrice, ricollegabili alla decisione di non sprecare denaro per lo stabilimento prossimo al trasloco. Lo dicono gli imputati E. e M. quando spiegano il doppio slittamento dei fondi: è lo stesso amministratore che nel (OMISSIS) informa ufficialmente il consiglio di amministrazione che lo stabilimento di (OMISSIS) è destinato a chiusura e che in esso si erano fatti investimenti antinfortunistici solo fino al (OMISSIS).

Tutte le centrali decisioni di risparmio si incrociavano e divenivano più pericolose per l'altrettanto centrale decisione di chiudere lo stabilimento. Si trattava di una decisione del tutto legittima, ma che creava ricadute in termini di assottigliamento del personale formato e dunque nuova ripartizione di mansioni fra chi inesperto rimaneva: lo aveva segnalato la stessa Asl nel (OMISSIS), tanto da richiedere un aggiornamento del documento di valutazione dei rischi.

Insomma, per la Corte di merito non vi è alcuna soluzione di continuità fra le direttive di risparmio e le gravissime carenze prodottesi a (OMISSIS) che causarono l'incendio. Ne è definitiva conferma la estrema ristrettezza del budget a firma singola del direttore (OMISSIS) che nella concretezza dei suoi poteri non poteva nè assumere altro personale, nè acquistare o sottoporre a seria manutenzione gli impianti, nè organizzare corsi di formazione, nè scegliere le opere antincendio da far slittare. E' conseguentemente dimostrato non solo il nesso di concausalità fra le varie norme violate e gli eventi, ma anche che la loro violazione è rapportabile a scelte di carattere gestionale centrale, che riguardavano i più alti gradi dell'ente.

Ma l'aspetto più importante degli addebiti ruota intorno al documento di valutazione dei rischi del (OMISSIS), ed al documento di valutazione dei rischi di incendio del (OMISSIS) con annesso il piano di emergenza ed evacuazione, che coinvolge direttamente E., S. e C..

Si assume che i documenti sono stati formati in maniera distorta e cioè enunciando solo formalmente criteri di valutazione corretta, ma poi rapportandoli ad elementi non corrispondenti alla realtà, trascurando le esperienze acquisite nelle concrete modalità operative dell'attività svolta. Il risultato è stato di ritenere medio il rischio di incendio della linea APL5, mentre esso era in realtà alto, col risultato di non rendere palesi le conseguenti, doverose iniziative prevenzionali, fra cui l'installazione di un sistema di rivelazione e spegnimento automatico di incendio, che avrebbero azzerato o ridotto al minimo possibile il rischio letale.

Tale impostazione dei documenti reca violazione del D.Lgs. n. 626 che attribuisce al datore di lavoro l'obbligo preliminare di valutare egli stesso il rischio e di approntare misure atte ad azzerarlo o ridurlo al massimo.

Le difese hanno negato che il piano avesse totalmente ignorato la zona di ingresso della linea ed i rischi alti che in tale sito si manifestavano. La confutazione di tale tesi emerge dalla stessa intitolazione del capitolo relativo; ed è lo stesso C. nel suo esame ad ammettere sostanzialmente di aver inserito nel documento la valutazione del forno che era ritenuto la parte più a rischio.

Dunque, secondo la Corte di merito, il documento di valutazione del rischio omise totalmente di esaminare la zona degli aspi svolgitori.

La pronunzia confuta la tesi difensiva secondo cui non esistevano rischi prevedibili di incendio e di flash fire nella specifica zona.

Nella vicenda processuale viene contestato di aver omesso di approntare una serie di misure di prevenzione primarie e secondarie fra cui l'impianto di rivelazione e spegnimento automatico nel tratto interessato dell'incendio. Tale condotta era doverosa alla stregua del dovere di autonormazione che regola la materia. L'obbligo giuridico si accompagna a colpa specifica attestata al livello della mera prevedibilità dell'evento dannoso. In quest'ottica ciò che sarebbe stato prevedibile applicando i criteri e le leggi di settore, rimane addebitabile a tutti coloro che rivestivano posizioni di garanzia, cioè a tutti gli imputati, giacchè fra i loro doveri vi erano anche quelli di conoscenza della realtà della fabbrica e di applicazione ed aggiornamento delle norme tecniche accreditate.

Questa preliminare valutazione di mera astratta prevedibilità degli eventi, assume la Corte di merito, è travolta ed assorbita dalla verifica della colpa contestata a tutti come cosciente. Per ritenere dimostrata tale aggravante è necessario condurre la verifica solo sul patrimonio di conoscenze effettive di ciascuno degli imputati.

Questa precisazione vale a rispondere all'obiezione formulata dalle difese appellanti circa la sommatoria indifferenziata di conoscenze e posizioni che sarebbe stata invece arbitrariamente effettuata nella prima sentenza.

Analoga censura coglie il piano di emergenza ed evacuazione. La sentenza pone in luce che l'indicazione di "palese gravità" che esonera i lavoratori dall'intervenire direttamente sull'incendio in atto, era ambigua, non chiara e responsabilizzava eccessivamente i dipendenti che non avevano ricevuto alcuna formazione rispetto ad una scelta di importante rilievo. Sta di fatto che gli addetti erano sempre intervenuti per primi tenendo sotto controllo la situazione, senza essere stati però informati dei rischi e senza essere stati dotati di materiale idoneo. Quanto alla disposizione di usare il pulsante di emergenza, essa non solo non era inserita chiaramente ma si può anche ritenere che fosse vietata, poichè comportava prolungati blocchi dell'impianto, mentre gli operai tendevano sempre ad andare avanti con le lavorazioni, come riferito da fonti testimoniali. Ma l'aspetto più rilevante del documento non risiede soltanto nella caoticità, opinabilità, pratica inapplicabilità, quanto nel suo mancato aggiornamento nel (OMISSIS) rispetto ai cambiamenti che si erano verificati in fabbrica. Si fa riferimento all'accorpamento della responsabilità dell'emergenza in capo a chi aveva già quella della produzione, che rendeva di fatto impossibile al capoturno di occuparsi dell'emergenza: situazione tragicamente documentata dalla morte del capoturno Ma. che non potè attivare la pur caotica procedura, perchè fu tra i primi a morire essendo impegnato nella funzione di produzione. Inoltre la diminuzione e la mancata formazione del personale addetto alle squadre di emergenza comportò il completo fallimento, la notte dei fatti, della procedura. Soprattutto, tutte le notizie che erano arrivate alla dirigenza in ordine al pericolo del flash fire a seguito del cedimento dei flessibili non fecero modificare il piano, che continuava ad attribuire agli operai il compito di avvicinarsi al fuoco con estintori a corta gittata, ignari che il rischio maggiore per la loro vita non veniva dalle fiamme ma da un'improvvisa onda di fuoco che li avrebbe potuti improvvisamente colpire senza scampo.

Conclusivamente, per il giudice di merito il documento di valutazione del rischio del (OMISSIS) fu confezionato nella consapevole e volontaria dissimulazione degli elementi di rischio reali della lavorazione, dissimulazione orientata al fine di indicare rischi di incendio inesistenti o minori rispetto al reale, il tutto preordinato a non dover indicare misure precauzionali tra cui l'installazione del sistema di rivelazione e spegnimento anche e proprio nel tratto di linea in cui si verificò il sinistro.

23. Le condotte colpose dei singoli imputati.

La pronunzia premette che i fatti accertati consentono di addebitare la responsabilità colposa tout court a tutti i garanti, poichè tra i loro compiti vi era quello di informarsi e di accertarsi su quale fosse divenuta effettivamente la realtà della fabbrica (OMISSIS) e su quelli che erano stati i sintomi premonitori, provenienti da varie fonti, del rischio di incendio. Peraltro, si aggiunge, la ricchezza del materiale probatorio consente di mettere bene a fuoco le singole posizioni.

23.1. E..

Per ciò che riguarda E. si propone un lunghissimo elenco di condotte che lo rivelano quale informato protagonista di tutte le scelte aziendali che condussero alla formazione di documenti di valutazione del rischio non corrispondenti alla realtà ed alle scelte aziendali finalizzate al massimo risparmio in vista della chiusura dell'impianto (OMISSIS). Egli è in definitiva il massimo autore delle violazioni antinfortunistiche che hanno causato gli eventi di incendio e morte. Non vi è dubbio che adempiendo alle condotte doverose avrebbe impedito la consumazione dei reati. La qualificazione soggettiva di tale comportamento è oggetto di separata e contestata valutazione di cui si dirà in appresso.

23.2. Pr. e P..

Richiamando quanto esposto in precedenza quanto alla sopravvivenza sostanziale del board, se ne rimarca il ruolo decisorio sulle questioni più importanti, compresa la prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Vengono menzionati diversi documenti che mostrano l'informazione sui fatti, il coinvolgimento nella violazione dei loro obblighi, omettendo di far valere la loro capacità decisionale anche in tema di sicurezza del lavoro. Si tratta di verbali del board e di documenti nei quali si discute della sorte dello stabilimento, dei problemi della sicurezza, dell'utilizzazione dei fondi straordinari per la prevenzione degli incendi, dell'attuazione degli investimenti relativi alla sede (OMISSIS) e non a quella (OMISSIS).

Essi, pur sprovvisti di poteri decisori autonomi, avevano il potere- dovere di segnalare. Non lo esercitarono perchè erano d'accordo con l'amministratore e condivisero dunque con lui le decisioni assunte dalla società. Certamente la capacità operativa massima si accentrava nell'amministratore ma essi avrebbero potuto segnalare la necessità di altri comportamenti. In particolare essi avrebbero potuto almeno rappresentare che in presenza di un forte allarme per la sicurezza, in presenza di abbondanza di fondi da destinare alla prevenzione antincendio, non era sufficiente decidere di fare solo una conferenza stampa, non era comunque il momento di far slittare a dopo la chiusura di (OMISSIS) le opere prevenzionali già attuate per gli impianti di (OMISSIS).

Si da atto che i difensori hanno messo in discussione la possibilità che una segnalazione avrebbe di fatto cambiato le decisioni della società nella materia della sicurezza sul lavoro. La risposta, per la Corte di merito, non può che essere positiva tenendo conto che la verifica della causalità può essere soddisfatta anche solo nella forma di apprezzabili significative probabilità della condotta doverosa di scongiurare il danno: non si dimentichi il valore che in tutta la holding aveva l'organismo del board che era garante della ponderatezza e interdisciplinarità delle decisioni. Come è dato leggere nei verbali sequestrati, le decisioni venivano assunte collettivamente dopo discussioni paritetiche e non a caso a volte esse erano rinviate se non adeguatamente istruite e sviscerate, cioè applicando alla lettera il modello decisionale adottato nella Delib.

consiglio amministrazione 25 luglio 2001. Non vi è dubbio, secondo la Corte territoriale, che l'amministratore delegato innanzi alla segnalazione di un consigliere delegato, fra l'altro formalizzata come la Delib. imponeva, della necessità di interventi prevenzionistici nello stabilimento di (OMISSIS), l'avrebbe senz'altro recepita dialetticamente, non foss'altro che per le gravissime ripercussioni che ne sarebbero potute nascere.

23.3. M..

La sentenza ripete, ampliandole, le considerazioni già svolte a proposito del ruolo di garanzia, circa il ruolo centrale di tale imputato. Costui non solo cumulava diversi, cruciali incarichi formali, ma era anche il pianificatore degli investimenti in materia di sicurezza antincendio. Ha una competenza tecnica talmente sofisticata da essere il progettista dell'impianto di spegnimento in (OMISSIS) dopo i fatti di (OMISSIS). E' il tecnico di fiducia di E. per ciò che riguarda tutte le decisioni in tema di sicurezza e gestione dei relativi investimenti.

Si ricostruisce il ruolo complessivo alla stregua di numerosi documenti, che vengono analiticamente esposti in sentenza.

Conclusivamente, si considera che se è vero che egli non avrebbe potuto da solo impedire gli eventi per il limite di budget e di capacità decisionale autonoma, tuttavia anche per lui vale la considerazione che egli aveva poteri e doveri residuali, quale appunto quello di segnalare la necessità di operare in senso prevenzionale che gli è stato contestato. Per ciò che riguarda l'efficienza causale della sua condotta omissiva si fa un ragionamento analogo a quello proposto sopra circa le apprezzabili, significative probabilità di scongiurare il danno. M. avrebbe potuto segnalare, con cognizione di causa e l'autorevolezza che l'amministratore gli riconosceva ricorrendo a lui per le decisioni che coinvolgevano aspetti tecnici e finanziari, la necessità di utilizzare anche per lo stabilimento di (OMISSIS), come faceva per quello di (OMISSIS), i fondi stanziati per la prevenzione di incendi sulle linee.

Si aggiunge che la costanza con la quale l'amministratore lo coinvolse sempre con un ruolo di primo piano nelle decisioni trova una definitiva conferma nella sua consultazione prima della decisione finale di far slittare a dopo il trasferimento a (OMISSIS) l'utilizzo dei fondi straordinari stanziati. M. lo ha confermato. Ciò attesta senza dubbio che l'amministratore lo riteneva persona la cui adesione gli era necessaria per adottare, nello specifico campo antinfortunistico, le sue decisioni.

23.4. S..

Anche per S. la sentenza rinvia a quanto esposto in precedenza sul ruolo di garanzia. Egli era sicuramente privo di qualunque autonomo potere decisionale rispetto alla dirigenza di (OMISSIS) nel campo della sicurezza: non decideva ma si limitava a girare a (OMISSIS) le richieste protese ad operare le scelte. L'imputato era tenuto ad obblighi giuridici che discendevano dalla posizione che aveva scientemente accettato; ma ha anche operato in concreto aderendo alle decisioni assunte a (OMISSIS) in tutti i campi della mancata prevenzione che sono stati già analizzati. A lui è particolarmente ricollegabile una diretta responsabilità delle condizioni di degrado cui erano giunti gli impianti grazie alle politiche di risparmio operate nella sede (OMISSIS). Egli vedeva tutti i giorni l'entità dei ricorrenti incendi e focolai che si verificavano; sapeva che flash fire si erano già verificati in azienda, come riferito dalle squadre di emergenza. Aveva assistito alle varie visite fatte nello stabilimento anche in connessione con le problematiche assicurative ed aveva girato le relative proposte all'amministratore senza indicare alcuna preferenza. Egli aveva visto il risultato della restrizione nel campo della manutenzione, dell'uscita di lavoratori esperti, nonchè della carenza di pulizia e di procedure di sicurezza. Tali comportamenti, non esclusivi, non sono meramente passivi ma pienamente adesivi alla strategia (OMISSIS) di spendere il meno possibile per (OMISSIS), tentando di conservare però una regolarità amministrativa formale.

La documentazione difensiva attestante l'attività sul fronte della prevenzione non è rilevante perchè riguarda condotte poste in essere fino al (OMISSIS) o adempimenti assunti verso organi di controllo ancora in fieri e che riguardavano siti distanti dalla linea APL5 ovvero simulazioni di incendio in zone diverse. Nulla che contraddica, dunque, il totale disinteresse per il rischio di flash fire. Gli è stato contestato di non aver segnalato la necessità degli interventi prevenzionali che erano doverosi e che, se fossero stati realizzati avrebbero scongiurato gli eventi. A tale dovere egli si è sottratto a partire dal (OMISSIS). Gli interventi di sollecitazione si fermano infatti al (OMISSIS).

Si da conto delle obiezioni difensive circa l'idoneità causale di eventuali iniziative di segnalazione. Esse tuttavia trova risposta secondo il paradigma dell'alto grado di credibilità razionale. Si scorgono condotte che avrebbero potuto ragionevolmente scongiurare gli eventi. Ci si riferisce soprattutto alla passiva accettazione dei documenti di valutazione del rischio generico e specifico di incendio con annesso piano di emergenza ed evacuazione formato da C..

Se nel documento fossero stati correttamente indicati i rischi effettivi degli impianti, alla dirigenza (OMISSIS) non sarebbe stato possibile protrarre la strategia gestionale di risparmio decisa in vista della chiusura della sede di (OMISSIS), non sarebbe stato possibile far slittare per ben due volte l'utilizzo di quei fondi già stanziati che la casa-madre sollecitava a usare subito per salvare la vita delle persone con tolleranza zero.

23.5. C..

Si rammenta che costui aveva posizione di garanzia legata al ruolo di dirigente di fatto: sovraintendeva all'organizzazione ed esecuzione della manutenzione degli impianti ed all'organizzazione dell'emergenza. Si tratta dell'organizzazione di due settori che riguardano due concause che determinarono gli eventi di danno. Anche quanto alla sua posizione la sentenza fa riferimento ai poteri e doveri subordinati di segnalazione.

Pure nei suoi confronti alle obiezioni difensive si ribatte che le condotte di stimolo in chiave prevenzionistica si arrestano al (OMISSIS), epoca dalla quale egli tenne un comportamento acquiescente rispetto alle decisioni di risparmio elaborate a (OMISSIS); ed anzi positivamente adesivo e funzionale alle stesse. Nelle sue funzioni di dirigente preposto al settore strategico della manutenzione degli impianti egli adotta modelli via via riduttivi delle ispezioni programmate in piena simmetria con le riduzioni di personale. Nelle funzioni di dirigente preposto all'emergenza egli adotta, d'accordo con S., l'accorpamento progressivo di tali funzioni in singole persone fisiche già gravate della responsabilità della produzione e manutenzione.

Ma la sua responsabilità emerge anche in relazione al suo ruolo di responsabile del servizio di prevenzione e protezione: è in tale veste che egli prepara e redige i tre documenti formali di cui si è già detto, il cui contenuto e mancato aggiornamento furono indispensabili alla giustificazione e copertura delle decisioni di (OMISSIS).

Confutando le deduzioni difensive in tema di nesso causale si argomenta che una diversa formulazione del documento di valutazione del rischio sarebbe stato di ostacolo, quantomeno sul piano della significative probabilità di scongiurare il danno, al datore di lavoro che avesse voluto non intraprendere alcuna delle misure di protezione che lo stesso documento avrebbe indicato.

24. La prevedibilità degli eventi.

La pronunzia ripete i numerosi indizi, già ripetutamente evocati, che rendevano altamente prevedibile lo specifico rischio di flash fire. Essi erano ben noti agli imputati; alla luce particolarmente, tra l'altro, di analogo fenomeno verificatosi il (OMISSIS);

e si è quindi in presenza di colpa con previsione dell'evento.

I lavoratori, per contro, tennero un contegno che non può essere ritenuto imprudente o imprevedibile: essi fecero ciò che ci si attendeva facessero, cioè accorsero a spegnere l'incendio, ignari che il vero pericolo non erano le fiamme cui si avvicinavano, ma l'innescarsi del flash fire.

In conseguenza tutti gli imputati devono essere ritenuti responsabili dei reati di omicidio colposo plurimo ed incendio colposo aggravati dalla previsione dell'evento.

25. Prevedibilità, descrizione dell'evento, previsione in concreto.

Come si è visto la prevedibilità dell'evento è stata lungamente contestata dalle difese, argomentando dalla presenza di una serie di peculiari e fatali circostanze che, concatenandosi in modo del tutto speciale, determinarono un evento che fuoriusciva dall'orizzonte degli accadimenti preventivabili.

Tale tesi è priva di pregio. E' chiaro che qualunque problema di prevedibilità impone che sia definito l'oggetto della previsione che, nella specie è costituito dall'evento che, conseguentemente, deve essere "descritto". Il tema è delicato, di rilevante importanza pratica e ricco d'implicazioni teoriche. Esso va affrontato tenendo in conto la finalità della detta descrizione. Essa è funzionale all'individuazione di un esito lesivo che costituisca espressione del rischio specifico che una determinata disciplina cautelare era chiamata a governare.

Affermata la necessità di fare riferimento all'evento ai fini del giudizio di prevedibilità che fonda la colpa, occorre determinare il criterio in base al quale individuare le particolarità dell'evento nella sua complessità che vengono selezionate ai fini della sua definizione. Si tratta, appunto, del problema della descrizione dell'evento prevedibile, che con grande frequenza compare nei casi giudiziari per illeciti colposi di evento, anche se viene affrontato in modo intuitivo. Al riguardo sono astrattamente possibili due approcci: uno che descrive l'evento così come si è storicamente verificato, con tutti i suoi contingenti dettagli; l'altro che, invece, coglie lo stesso evento in senso generalizzante, come un evento del genere di quello prodotto. Sono evidenti le diverse conclusioni applicative cui conducono le due opposte soluzioni: l'una restringe a dismisura l'area del prevedibile, giacchè esisterà sempre una descrizione abbastanza ricca da cogliere la irripetibilità ed unicità di ciascun evento che verrà così sottratto ad ogni possibilità di ripetizione; l'altra la amplia, in relazione alle diverse modalità con le quali si conduce la selezione degli aspetti del fatto considerati ai fini della costruzione in senso generalizzante della tipologia o classe di evento. La scelta attinge ad una matrice logica. E' stato osservato che il giudizio di prevedibilità altro non è che il giudizio circa la possibilità di previsione di eventi simili e, dunque, di eventi che hanno in comune con il risultato concreto prodottosi determinate caratteristiche.

Appurare se un evento è prevedibile implica allora l'elaborazione di una generalizzazione, una descrizione nella quale siano incluse certe particolarità del caso e non altre.

Così posto il problema, si delinea un ulteriore, importante passaggio afferente all'individuazione dei criteri in base ai quali procedere alla generalizzazione dell'evento, cioè delle modalità rilevanti. Un nodo non marginale, giacchè l'esito del giudizio di prevedibilità è per lo più strettamente condizionato dal tipo di descrizione data dell'evento. L'aspetto più problematico riguarda, l'inclusione nella descrizione dell'evento dello svolgimento causale.

L'accoglimento della tesi che esclude la rilevanza dello sviluppo causale comporta una ingiustificata moltiplicazione delle ipotesi di responsabilità; e disperde la fondamentale istanza, già evocata, afferente alla congruenza tra ragioni della regola cautelare e cause dell'evento.

In dottrina non si dubita che in materia di colpa la prevedibilità non debba essere accertata rispetto al solo evento finale, ma anche in relazione al decorso causale, almeno nelle sue linee essenziali.

Si tratta di porre a confronto il decorso causale che ha originato l'evento concreto conforme al tipo con la regola di diligenza violata; e di controllare se tale evento sia la realizzazione del pericolo in considerazione del quale il comportamento dell'agente è stato qualificato come contrario a diligenza. Si tratta quindi di verificare se lo svolgimento causale concreto fosse tra quelli presi in considerazione dalla regola violata. Si analizzeranno quindi i più significativi anelli della catena causale.

Peraltro, occorre ribadirlo, anche sotto il profilo causale la pur necessaria prevedibilità dell'evento non può riguardare la configurazione dello specifico fatto in tutte le sue più minute articolazioni, ma la classe di eventi in cui quello oggetto del processo si colloca. La Corte di cassazione (Sez. 4, n. 39606 del 28/06/2007, Marchesini, Rv. 237880) ha già avuto occasione di considerare che la descrizione dell'evento non può discendere oltre un determinato livello di dettaglio e deve mantenere un certo grado di categorialità; giacchè un fatto descritto in tutti i suoi accidentali ragguagli diviene sempre, inevitabilmente, unico ed in quanto tale irripetibile ed imprevedibile.

Facendo applicazione di tali principi emerge chiaramente che nella fattispecie non è in discussione un generico rischio di incendio, che può avere le più molteplici cause e richiedere cautele anche fortemente differenziate, bensì lo specifico rischio di flash fire.

Orbene, non può minimamente dubitarsi, alla luce di quanto sin qui ripetutamente esposto circa la presenza di una fitta rete di vulnerabili tubi flessibili con olio in pressione, che una eventualità di tale genere fosse agevolmente preventivabile. Tale pericolosa contingenza, del resto, all'epoca di fatti era ben nota al sapere tecnico, tanto che era oggetto di apposita disciplina che la Corte di merito rammenta. Il rischio tipico è quello della vaporizzazione dell'olio sotto pressione e della generazione dell'onda di fuoco. Lo sviluppo causale tipico, generalizzante, delinea una catena causale che conduce all'evento attraverso la vulnerazione dell'impianto, che determina la diffusione del liquido infiammabile e la sua deflagrazione. La normativa cautelare è finalizzata a controllare i differenti fattori presenti nella lavorazione, che possono condurre, per un accidente contingente, alla rottura della tubazione; ed alla predisposizione di strumenti di allarme e difesa.

In tale quadro traspare la sicura prevedibilità ex ante della categoria di evento. Sono irrilevanti i dettagli che, combinandosi, hanno condotto al drammatico sviluppo della catena causale. Si vuol dire che è del tutto ininfluente, per esemplificare, che l'innesco dell'incendio iniziale sia stato determinato dall'attrito tra parti metalliche, costituente peraltro contingenza propria della lavorazione. La situazione, dal punto di vista della valutazione giuridica non sarebbe mutata, sul piano della prevedibilità, se l'evento fosse stato propiziato da scintille di saldatura o da cedimento per deficit di manutenzione. Si tratta di contingenze che costituiscono mere, ininfluenti modalità di concretizzazione del rischio tipico.

Alla astratta prevedibilità si accompagnava la concreta previsione dell'evento. Anche qui occorre solo richiamare, sinteticamente fatti, cui si è già ripetutamele fatto cenno, che la sentenza analizza in dettaglio e ripetutamente: il flash fire del (OMISSIS); i molteplici avvertimenti interni ed esterni, tutti noti agli imputati e discussi;

la dissimulazione dello specifico pericolo dell'onda di fuoco nei documenti di valutazione del rischio, con le letali conseguenza dovute all'inconsapevole avvicinamento degli operai alla fonte del rischio. Neppure, qui, dunque, si scorge alcun vizio logico o giuridico che possa inficiare la valutazione del giudice di merito.

25.1 In particolare sono infondate le diffuse censure difensive che pongono in luce condotte ritenute scorrette dei lavoratori, quali fattori di interruzione del nesso causale o causa di imprevedibilità dell'evento. Quanto alla prima questione è sufficiente rinviare a ciò che si è esposto sopra a proposito del rischio lavorativo, che il garante è tenuto a governare, e che comprende pure gli errori del dipendente pertinenti alla lavorazione.

Per il resto, le condotte dei lavoratori vengono analizzate dettagliatamente nella pronunzia d'appello per escludere che in alcuna fase esse possano essere censurate; anche per confutare le deduzioni difensive in ordine all'imprevedibilità degli accadimenti.

Si rammenta che nello stabilimento si formava una grande quantità di carta che si accumulava anche in punti inaccessibili, che i mezzi a disposizione erano inadatti, che vi erano altresì pozze d'olio nelle quali la stessa carta si intrideva; sicchè la presenza di sostanze combustibili non era affatto addebitabile agli operai ma ai garanti della sicurezza. Inoltre, per ciò che concerne la procedura di imbocco del nastro, se è vero che mancò l'azionamento del pulsante che colloca l'aspo in centro, è altrettanto vero che si trattava di operazione manuale da espletare ad occhio e che la lampadina che avrebbe dovuto segnalare all'operatore che il nastro non era perfettamente centrato era bruciata e si trovava comunque in una zona che non fu attinta dalle fiamme. Inoltre la disattivazione della fotocellula relativa alla carta in riavvolgimento era favorita dal fatto che era mancante la lampadina di segnalazione; e comunque la manovra non solo non era abnorme ma era necessitata dal fatto che il difetto della carta adesa era talmente ricorrente da spingere gli operai a mantenere il riavvolgimento della carta sulla modalità manuale, proprio per non determinare continui arresti della linea.

Ancora, gli operai non avevano il compito di sorvegliare continuativamente l'impianto in tutta la sua lunghezza, sicchè la loro permanenza nel pulpito non era un fatto anormale; e non può neppure parlarsi, quindi, di ritardo nell'intervento d'emergenza.

Piuttosto è da condividere il giudizio di eroismo espresso dalla prima Corte nei confronti di persone che, ignare dei veri rischi e senza alcuna formazione antincendio, si sobbarcavano il compito di affrontare le fiamme con mezzi inidonei.

Pure tale ponderazione appare immune da censure. In effetti, eventuali condotte improprie degli operai erano agevolmente prevedibili in un contesto di forte scadimento dell'efficienza della produzione e della sicurezza delle lavorazioni. Peraltro, i lavoratori stessi erano stati tenuti all'oscuro circa il rischio connesso alla fragilità dei tubi flessibili e dunque non è razionale addebitare loro eventuali errori, peraltro propiziati dalla parziale inefficienza degli apparati afferenti al centraggio degli aspi.

26. Causalità e causalità della colpa.

Come emerge dalla sintesi di alcuni passaggi importanti della pronunzia, l'argomentazione oscilla sovente tra diverse impostazioni quanto alla regola di giudizio relativa all'evitabilità dell'evento per effetto di condotte appropriate; a quella relativa alla dimostrazione del nesso causale in presenza di condotte omissive;

alla complessiva gestione del giudizio controfattuale pertinente a tali ragionamenti probatori. Infatti si parla talvolta di dimostrazione con alto grado di probabilità logica, così implicitamente evocando la giurisprudenza delle Sezioni unite (Sez. U., Franzese); e tal'altra di serie ed apprezzabili probabilità di successo delle condotte doverose.

Sebbene possa convenirsi con le difese che l'uso delle diverse formule non è sempre adeguatamente vigilato e chiarito in tale delicato e sofisticato snodo della valutazione giuridica, e non coglie a sufficienza la diversità delle situazioni cui si riferisce, una disamina complessiva dell'argomentazione probatoria rende chiaro che in definitiva la Corte territoriale riferisce all'ambito della colpa gli apprezzamenti di tipo probabilistico. In breve, la colpa si configura quando la cautela richiesta avrebbe avuto significative probabilità di successo; quando cioè l'evento avrebbe potuto essere ragionevolmente evitato, quando - insomma - si configura la cosiddetta "causalità della colpa".

Anche alla luce delle insistite censure difensive, la delicata questione cui si è fatto cenno, teoricamente complessa e ricca di implicazioni applicative, richiede una preliminare chiarificazione che riguarda la struttura stessa della colpa ed i suoi intrecci con la causalità materiale; anche per tentare di indicare un itinerario analitico che consenta di superare gli sbandamenti assai frequenti soprattutto nella giurisprudenza di merito. Tale necessario approfondimento è del resto parzialmente in linea con qualche precedente pronunzia della Suprema Corte (Sez. 4, n. 37606 del 06/07/2007, Rinaldi, Rv. 237050; Sez. 4, n. 19512 del 14/02/2008, Aiana, Rv. 240172; Sez. 4, n. 25648 del 22/05/2008, Ottonello, Rv. 240859; Sez. 4, n. 16761 dell'11/03/ 2010, Catalano, Rv. 247017).

La formula legale della colpa espressa dall'art. 43 cod. pen., col richiamo alla negligenza, imprudenza ed imperizia ed alla violazione di leggi, regolamenti, ordini e discipline, delinea un primo e non controverso tratto distintivo di tale forma di imputazione soggettiva, di carattere oggettivo e normativo. Tale primo obiettivo profilo della colpa, incentrato sulla condotta posta in essere in violazione di una norma cautelare ha la funzione di orientare il comportamento dei consociati ed esprime l'esigenza di un livello minimo ed irrinunciabile di cautele nella vita sociale. La dottrina che sul piano sistematico prospetta la doppia collocazione della colpa sia nel fatto che nella colpevolezza, colloca significativamente tale primo profilo dell'imputazione sul piano della tipicità, svolgendo esso un ruolo insostituibile nella configurazione delle singole fattispecie colpose.

Accanto al profilo obiettivo ed impersonale ve ne è un altro di natura più squisitamente soggettiva, solo indirettamente adombrato dalla definizione legale, che sottolinea nella colpa la mancanza di volontà dell'evento. Tale connotato negativo ha un significato inevitabilmente ristretto che si risolve essenzialmente sul piano definitorio, classificatorio: serve infatti a segnare la traccia per il confine con l'imputazione dolosa, cui si farà in seguito un cenno più ampio. In positivo, il profilo soggettivo e personale della colpa viene generalmente individuato nella capacità soggettiva dell'agente di osservare la regola cautelare, nella concreta possibilità di pretendere l'osservanza della regola stessa, in una parola nella esigibilità del comportamento dovuto. Si tratta di un aspetto che può essere collocato nell'ambito della colpevolezza, in quanto esprime il rimprovero personale rivolto all'agente: un profilo della colpevolezza colposa cui la riflessione giuridica più recente ha dedicato molta attenzione, nel tentativo di rendere personalizzato il rimprovero personale attraverso l'introduzione di una doppia misura del dovere di diligenza, che tenga in conto non solo l'oggettiva violazione di norme cautelari, ma anche la concreta capacità dell'agente di uniformarsi alla regola, valutando le sue specifiche qualità personali. Dunque, in breve, il rimprovero colposo riguarda la realizzazione di un fatto di reato che poteva essere evitato mediante l'esigibile osservanza delle norme cautelari violate.

Tali accenni mostrano che, da qualunque punto di vista si guardi alla colpa, la prevedibilità ed evitabilità del fatto svolgono un articolato ruolo fondante: sono all'origine delle norme cautelari e sono inoltre alla base del giudizio di rimprovero personale.

Limitando l'indagine al profilo della colpa che maggiormente interessa nel presente giudizio, quello cioè inerente all'evitabilità dell'evento, va segnalato che l'art. 43 cod. pen. reca una formula ricca di significato: il delitto è colposo quando l'evento non è voluto e "si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia". Viene così chiaramente in luce, e con forza, il profilo causale della colpa, che si estrinseca in diverse direzioni.

E' da tempo chiaro che la responsabilità colposa non si estende a tutti gli eventi che comunque siano derivati dalla violazione della norma, ma è limitata ai risultati che la norma stessa mira a prevenire. Tale esigenza conferma l'importante ruolo della prevedibilità e prevenibilità nell'individuazione delle norme cautelari alla cui stregua va compiuto il giudizio ai fini della configurazione del profilo oggettivo della colpa. Si tratta di identificare una norma specifica, avente natura cautelare, posta a presidio della verificazione di un altrettanto specifico evento, sulla base delle conoscenze che all'epoca della creazione della regola consentivano di porre la relazione causale tra condotte e risultati temuti; e di identificare misure atte a scongiurare o attenuare il rischio. L'accadimento verificatosi deve cioè essere proprio tra quelli che la norma di condotta tendeva ad evitare, deve costituire la concretizzazione del rischio. L'individuazione di tale nesso consente di sfuggire al pericolo di una connessione meramente oggettiva tra regola violata ed evento; di una configurazione dell'evento come condizione obiettiva di punibilità. Come si è sopra esposto, la valutazione in questione richiede di valutare gli anelli significatici della catena causale.

Ma il profilo causale della colpa si mostra anche da un altro punto di vista che attiene all'indicato momento soggettivo, quello cioè più strettamente aderente al rimprovero personale. Affermare, come afferma l'art. 43 cod. pen., che per aversi colpa l'evento deve essere stato causato da una condotta soggettivamente riprovevole implica che l'indicato nesso eziologico non si configura quando una condotta appropriata (il cosiddetto comportamento alternativo lecito) non avrebbe comunque evitato l'evento. Si ritiene da più parti, condivisibilmente, che non sarebbe razionale pretendere, fondando poi su di esso un giudizio di rimproverabilità, un comportamento che sarebbe comunque inidoneo ad evitare il risultato antigiuridico. Tale assunto rende evidente la forte connessione esistente in molti casi tra le problematiche sulla colpa e quelle sull'imputazione causale.

Infatti, non di rado le valutazioni che riguardano lo sviluppo causale si riverberano sul giudizio di evitabilità in concreto. Su tale sfumata questione si tornerà più avanti. Qui, dando preliminarmente per scontato, ipoteticamente, che il nesso di causalità materiale sia stato già riscontrato, la causalità di cui qui si parla è appunto quella della colpa. Essa si configura non solo quando il comportamento diligente avrebbe certamente evitato l'esito antigiuridico, ma anche quando una condotta appropriata aveva apprezzabili, significative probabilità di scongiurare il danno. Su tale assunto la riflessione giuridica è sostanzialmente concorde, anche se non mancano diverse sfumature in ordine alla livello probabilità richiesto per ritenere l'evitabilità dell'evento. In ogni caso, non si dubita che sarebbe irrazionale rinunziare a muovere l'addebito colposo nel caso in cui l'agente abbia omesso di tenere una condotta osservante delle prescritte cautele che, sebbene non certamente risolutiva, avrebbe comunque significativamente diminuito il rischio di verificazione dell'evento o (per dirla in altri, equivalenti termini) avrebbe avuto significative, non trascurabili probabilità di salvare il bene protetto.

Anche la giurisprudenza di legittimità ha in numerose occasioni sottolineato il ruolo fondante della prevedibilità ed evitabilità dell'evento. E' sufficiente richiamare, per tutte, la fondamentale pronunzia (Sez. 4, n. 4793 del 06/12/1990, Bonetti, Rv. 191798) che, nel contesto di un complesso e delicato caso giudiziario, ha posto in luce che la prevedibilità altro non è che la possibilità dell'uomo coscienzioso ed avveduto di cogliere che un certo evento è legato alla violazione di un determinato dovere oggettivo di diligenza, che un certo evento è evitabile adottando determinate regole di diligenza.

E' ben vero che una parte della giurisprudenza di legittimità, ispirandosi alla criticata concezione oggettivante della colpa, tende a ritenere che la prevedibilità e prevenibilità dell'evento sono elementi estranei all'imputazione soggettiva di cui si parla.

Tuttavia si è perlopiù in presenza di pronunzie risalenti nel tempo, ispirate a concezioni della colpa che non trovano più credito nel presente della riflessione giuridica.

Per concludere, occorre infine segnalare che nell'ambito del profilo subiettivo della colpa di cui si parla l'esigenza della prevedibilità ed evitabilità in concreto dell'evento si pone in primo luogo e senza incertezze nella colpa generica, poichè in tale ambito la prevedibilità dell'evento ha un rilievo decisivo nella stessa individuazione della norma cautelare violata; ma anche nell'ambito della colpa specifica la prevedibilità vale non solo a definire in astratto la conformazione del rischio cautelato dalla norma, ma anche va ragguagliata alle diverse classi di agenti modello ed a tutte le specifiche contingenze del caso concreto. Certamente tale spazio valutativo è pressochè nullo nell'ambito delle norme rigide la cui inosservanza da luogo quasi automaticamente alla colpa;

ma nell'ambito di norme elastiche che indicano un comportamento determinabile in base a circostanze contingenti, vi è spazio per il cauto apprezzamento in ordine alla concreta prevedibilità ed evitabilità dell'esito antigiuridico da parte dell'agente modello.

Tali indicazioni di principio, come si vede, consentono di ritenere corrette le enunciazioni della pronunzia di merito che valutano le violazioni delle norme cautelari considerando la loro attitudine ad evitare l'evento con un significativo grado di probabilità. Le deduzioni difensive avverse a tali apprezzamenti probabilistici che riguardano la "causalità della colpa" non sono dunque fondate.

27. Causalità e causalità della colpa nei reati commissivi mediante omissione.

Quanto si qui esposto a proposito della causalità della colpa è, si confida, sufficientemente chiaro. L'esposizione che precede da per scontato, in via ipotetica, che il nesso di causalità materiale sia stato accertato e che si tratti solo di valutare revitabilità dell'evento per effetto di condotte conformi alle regole cautelari.

Una situazione di tale genere, come sarà meglio esposto più avanti, si configura senz'altro nell'ambito della causalità commissiva.

Le cose si complicano enormemente, invece, nell'ambito della causalità omissiva. A tale figura è già stato fatto un ampio cenno cui si rinvia. Qui, proseguendo il discorso su colpa ed evitabilità dell'evento, occorre prendere atto che la causalità omissiva segna un ambito in cui i temi dell'imputazione oggettiva e soggettiva spesso si intrecciano e si confondono.

Intanto, occorre considerare che noi solitamente ragioniamo come se tra causalità commissiva e causalità omissiva vi fosse un confine netto. Si tratta invece di una mera semplificazione della realtà.

L'esperienza giudiziaria mostra un quadro assai variegato. Vi sono situazioni sicuramente riconducibili alla causalità omissiva: il medico che sarebbe tenuto ad accorrere in ospedale per un urgente intervento chirurgico preferisce restare a casa. Vi sono poi molti casi di incerta collocazione: il medico interviene, si adopera anche con sollecitudine, ma manca di compiere un atto che era essenziale, come stilare una corretta diagnosi (Ndr: testo originale non comprensibile) so prescrivere una terapia appropriata. Oppure, il chirurgo trapianta un organo affetto da tumore, senza compiere le indagini preliminari che potrebbero scongiurare tale evenienza; o ancora l'imprenditore espone i lavoratori a dosi elevate ed incontrollate di una sostanza nociva, mancando di adottare le misure idonee ad eliminare o ridurre la diffusione del veleno.

Il tema ha trovato differenti soluzioni in dottrina; mentre la giurisprudenza parla sempre di causalità omissiva, anche se spesso fa ragionamenti di causalità commissiva. Anche su questo punto le Sezioni Unite Franzese hanno fornito un utile suggerimento, segnalando che molti casi che vengono trattati in termini di causalità omissiva sono in realtà situazioni di causalità commissiva. Pare che la risposta, talvolta problematica, debba tenere conto dell'ottica giuridica di attribuzione di paternità del fatto e di ciò che assume significato in questo senso. Insomma, si tratta di cogliere se nella spiegazione dell'evento abbia avuto un ruolo significativo e preponderante la condotta commissiva o quella omissiva. Allora, nel caso di errore diagnostico o terapeutico il fatto che l'agente si sia in qualche modo attivato è alquanto insignificante. Occorre quindi ragionare in termini di causalità omissiva. Invece nei casi del taglio della arteria, del trapianto o di esposizione incontrollata a sostanze dannose il comportamento attivo assume un significato preponderante nella spiegazione dell'evento. Si tratta quindi di causalità commissiva.

Occorre pure riflettere che questa discussione non è solo una disquisizione teorica ma ha rilevanti implicazioni applicative. La rilevanza della non sempre semplice distinzione tra reati commissivi ed omissivi appare bene in azione nell'ambito del ragionamento controfattuale cui si è già fatto cenno; e che nei giudizi giuridici viene condotto con diverse finalità e con differenti standard probatori. Noi produciamo ragionamenti controfattuali, ad esempio, quando accertiamo il ruolo condizionante di un fattore e ci chiediamo - quindi - se, in sua assenza, l'evento si sarebbe ugualmente verificato. Qui, come si è visto, lo standard probatorio è quello dell'umana certezza, in conformità al modello della causalità condizionalistica.

Di tipo controfattuale è pure il ragionamento che riguarda l'evitabilità dell'evento per effetto della condotta prudente e diligente, nell'ambito del distinto giudizio inerente alla già evocata causalità della colpa. Qui, come pure si è accennato, per affermare l'evitabilità dell'evento, è sufficiente che sia accertata una qualificata possibilità di un esito favorevole. Si è cioè di fronte ad apprezzamenti di tipo meramente probabilistico, che riguardano l'accertamento della colpa e non della causalità.

Nell'ambito della causalità commissiva la distinzione tra i due indicati ragionamenti controfattuali è solitamente chiara. Essi si collocano su due piani distinti.

27.1. Nella causalità omissiva, invece, tutto diventa più complicato ed oscuro. Qui siamo infatti in presenza di un nulla, dal punto di vista naturalistico. Dobbiamo inserire nel controfattuale un comportamento (la condotta appropriata, diligente, prudente) che non esiste in natura, e che noi immaginiamo in modo idealizzato, astratto; e chiederci se tale comportamento avrebbe consentito di evitare l'evento con la ragionevole certezza richiesta dallo statuto della causalità condizionalistica. Giungere ad una risposta positiva, spesso, come si è accennato, non è facile, specialmente in alcuni classici contesti particolarmente complicati come quelli della responsabilità medica e dell'esposizione lavorativa a sostanze dannose, caratterizzati dalla complessa interazione tra fattori di diverso segno. Ma ciò che interessa di più è che qui causalità e colpa tendono a sovrapporsi. I ragionamenti controfattuali che nella causalità commissiva erano ben distinti, qui si confondono, si sovrappongono. L'indagine sull'evitabilità dell'evento è in primo luogo un'indagine di tipo causale e richiede quindi lo standard della certezza, che nei reati omissivi non è facilmente raggiungibile. Il problema proprio della colpa, che chiamiamo convenzionalmente "causalità della colpa" (cioè utilità del comportamento alternativo lecito), diventa al contempo un problema causale e si carica quindi del connotato di ragionevole certezza proprio della causalità. Di qui la comprensibile ma pur sempre criticabile confusione che regna in giurisprudenza tra causalità e colpa in tali contesti.

27.2. Per tentare di evitare la confusione che dilaga negli atti delle parti e nelle sentenze, pare utile segnare alcuni appunti per dirigere l'itinerario del giudizio sull'imputazione. Nei casi dubbi conviene aver preliminarmente chiaro se si sia in un ambito di causalità commissiva od omissiva: la guida, come si è accennato, sarà la considerazione degli aspetti più significativi e giuridicamente rilevanti della condotta, nonchè l'eventuale introduzione di un distinto fattore di rischio.

Collocata l'indagine nell'ambito della causalità commissiva, occorrerà individuare un'azione e dimostrarne il ruolo condizionalistico attraverso il giudizio controfattuale: se il terapeuta non avesse somministrato il farmaco l'evento non si sarebbe verificato nelle condizioni date. Si tratta, in breve, di compiere il giudizio controfattuale della causalità materiale. Si è in presenza di operazione logica priva di risvolti problematici una volta che sia noto lo sviluppo degli accadimenti; e che non di rado non viene neppure espressamente sviluppata nell'argomentazione probatoria, tanto evidente è il suo andamento. Superato il problema della causalità materiale andrà quindi svolto il giudizio sulla colpa, individuando una condotta contraria ad una regola dell'arte che sarebbe valsa a scongiurare l'evento letale: ad esempio, testare il farmaco per scongiurare i rischi da allergia. Qui, come si è ripetutamente chiarito, la causalità della colpa riguarda la constatazione della probabilistica evitabilità dell'evento per effetto del comportamento alternativo lecito.

Ove, viceversa, si sia in ambito di causalità omissiva, l'indagine riguarderà in primo luogo il ruolo di garanzia nei termini che si sono sopra accennati. L'ulteriore passaggio logico sarà costituito dall'individuazione di una condotta appropriata ed omessa che avrebbe scongiurato l'esito avverso, sempre attraverso lo strumento logico del giudizio controfattuale. Quest'indagine, come è stato dimostrato dalla dottrina che ha più profondamente investigato il tema, è ad un tempo propria della causalità e della colpa; e lo statuto condizionalistico della causalità richiede una risposta in termini di logica certezza circa l'esito fausto di una terapia appropriata, per restare al classico esempio dell'ambito medico. Naturalmente, la sovrapposizione tra causalità e colpa non è completa. La colpa richiede, come si è tentato di mostrare sopra, anche un apprezzamento ulteriore, di contenuto squisitamente soggettivo che implica la considerazione delle peculiarità del caso concreto, della plausibile esigibilità della condotta nelle condizioni date. E' la dimensione più propriamente soggettiva della colpa, che rivela l'autonomia del profilo soggettivo del reato ed il suo fondamentale ed ancora non pienamente riconosciuto ruolo nell'ambito del giudizio di colpevolezza. Resta tuttavia il fatto che il controfattuale della causalità omissiva e quello della causalità della colpa (id est dell'evitabilità dell'evento) tendono in prima approssimazione a sovrapporsi, ad identificarsi. Ciò significa che, dovendosi risolvere in primo luogo un problema di causalità materiale, la regola di giudizio è quella della ragionevole certezza propria dell'imputazione oggettiva dell'evento; e non quella delle apprezzabili possibilità di successo che caratterizza la causalità della colpa.

28. Causalità e colpa nel caso in esame.

Poste tali premesse teoriche la complessa vicenda in esame deve essere riassuntivamente schematizzata nei suoi aspetti rilevanti.

La considerazione della motivazione rende chiaro che il processo riguarda, nel suo nucleo significativo, condotte omissive consistite nel non aver assicurato la sicurezza delle lavorazioni ed in particolare la prevenzione del rischio di flash fire a causa di scelte gestionali già ampiamente esposte. Correttamente la Corte di merito svaluta la distinzione tra condotte attive e passive addebitate all'amministratore delegato. In effetti quelle attive afferenti alla conformazione dei bilanci onde consentire lo slittamento nella spesa dei fondi per la sicurezza non costituiscono che un risvolto tecnico al servizio dell'omissione di cautele giuridicamente rilevante quale nucleo delle condotte colpose e causa prima degli eventi.

Inoltre, le innumerevoli violazioni della disciplina prevenzionistica non rilevano in quanto tali, bensì precipuamente come anelli intermedi, costituenti da un lato effetto delle scelte strategiche e dall'altro cause del disastro. Così, correttamente, la catena causale viene nitidamente ricostruita in tutti i suoi passaggi con una ricchezza di dati fattuali che rende inutili ulteriori chiose.

Non vi è dunque dubbio che la colposa omissione insita nella già evocata scelta aziendale abbia avuto un sicuro ruolo eziologico rispetto agli eventi. Il controfattuale della causalità omissiva è in questo caso lineare: l'adozione di tutte le cautele doverose, primarie e secondarie, avrebbe certamente evitato il drammatico sinistro.

Resta da cogliere il rilievo delle condotte individuali che, correttamente, come si è visto, vengono dalla Corte di merito focalizzate attorno al nucleo antigiuridico afferente alla scelta strategica di far mancare le condizioni di sicurezza dell'impianto.

Orbene, a tale riguardo la sentenza delinea una tipica situazione di cooperazione colposa. L'amministratore è il primo indiscusso protagonista, ma attorno a lui si muovono gli altri imputati che, all'interno della complessa organizzazione aziendale, cooperano, interagiscono con la figura di vertice. Come si è visto, essi in vario modo, nell'ambito delle rispettive qualifiche e competenze, aderiscono alle scelte strategiche, le supportano con le loro competenze tecniche o nell'esercizio dei poteri gestionali. In breve, si tratteggia implicitamente ma con evidenza una tipica fattispecie di cooperazione colposa. Tale complessiva condotta cooperante, che tutti coinvolge, costituisce la colposa causa degli eventi e la fonte delle responsabilità individuali.

E' alla luce della figura della cooperazione colposa che va dunque apprezzata la correttezza giuridica della dell'affermazione di responsabilità.

29. La cooperazione colposa.

Della cooperazione colposa disciplinata dall'art. 113 cod. pen. si è occupata ripetutamente la giurisprudenza di legittimità, esprimendo da ultimo (Sez. 4, n. 1786 del 02/12/2008, Tomaccio, Rv. 242566) valutazioni di fondo, che hanno parzialmente innovato rispetto alla tradizione e che vanno riproposte ed ulteriormente approfondite.

Per quel che qui maggiormente interessa, occorre chiarire quale sia la reale portata della norma in questione nell'ambito delle fattispecie d'evento a forma libera come quella di cui all'art. 589 cod. pen..

In proposito in dottrina vengono sostenute, con diverse sfumature, due tesi di fondo. Secondo l'una l'art. 113 cod. pen., eserciterebbe una mera funzione di modulazione di disciplina, nell'ambito di situazioni nelle quali già si configura la responsabilità colpevole sulla base dei principi generali in tema di imputazione oggettiva e soggettiva: orientamento determinato, al fondo, dal timore che applicazioni disinvoltamente estensive possano vulnerare il principio di colpevolezza.

L'altra tesi, invece, reputa che la disciplina della cooperazione colposa eserciti una funzione estensiva dell'incriminazione rispetto all'ambito segnato dal concorso di cause colpose indipendenti, coinvolgendo anche condotte atipiche, agevolatrici, incomplete, di semplice partecipazione, che per assumere concludente significato hanno bisogno di coniugarsi con altre condotte.

Tale ultimo indirizzo è implicitamente accolto nella giurisprudenza di legittimità. Esso è senz'altro aderente alle finalità perseguite dal codificatore che, introducendo la disciplina di cui si discute, volle troncare le dispute esistenti in quell'epoca, esplicitando la possibilità di configurare fattispecie di concorso anche nell'ambito dei reati colposi.

Tale indirizzo interpretativo trova pure sicuro conforto nella disciplina di cui all'art. 113 c.p., comma 2 e art. 114 cod. pen., che prevedono, nell'ambito delle fattispecie di cooperazione, l'aggravamento della pena per il soggetto che abbia assunto un ruolo preponderante e, simmetricamente, la diminuzione della pena per l'agente che abbia apportato un contributo di minima importanza. Tale ultima contingenza, evocando appunto condotte di modesta significatività, sembra attagliarsi perfettamente al caso di condotte prive di autonomia sul piano della tipicità colposa e quindi non autosufficienti ai fini della fondazione della responsabilità colpevole.

Riconosciuto il ruolo estensivo dell'incriminazione svolto dall'art. 113 cod. pen., occorre prendere atto che, pur dopo molte dispute, il confine tra la fattispecie di cooperazione colposa e quella in cui si configura il concorso di cause colpose indipendenti è spesso incerto.

L'effetto estensivo si configura senz'altro nei reati commissivi mediante omissione, quando vi sia l'apporto di soggetto non gravato dell'obbligo di garanzia.

Una situazione analoga si può configurare quando la regola cautelare violata attiene all'obbligo di prevenire altrui condotte colpose:

rientrano in tale ambito i casi di scuola dell'affidamento dell'auto a conducente totalmente inesperto e privo di patente; e quello dell'omessa custodia dell'arma carica che, così, viene imprudentemente maneggiata da persona impreparata. In tutti tali casi traspare l'esigenza di una lettura integrata delle condotte colpose, anche per verificare la realizzazione nell'evento del rischio cautelato dalla regola di diligenza.

Meno definita appare la vasta area in cui è presente una condotta che, priva di compiutezza, di fisionomia definita nell'ottica della tipicità colposa se isolatamente considerata, si integra con altre dando luogo alla fattispecie causale colposa. Mentre la condotta tipica da luogo alla violazione della regola cautelare eziologica, quella del partecipe, come ritenuto da autorevole dottrina, si connota per essere pericolosa in una guisa ancora indeterminata. A tali condotte viene solitamente attribuita valenza in chiave agevolatrice.

A tale ambito sembrano riferirsi non solo l'intitolazione dell'art. 113 cod. pen., che evoca il concetto di cooperazione colposa distinto da quello di concorso doloso; ma anche i lavori preparatori, quando si parla di scientia maleficii, di consapevolezza di concorrere con la propria all'altrui azione, di fascio di volontà cooperanti nel porre in essere il fatto incriminato.

Così definito il contesto, si pone il cruciale problema di individuare il fattore che fa per così dire da collante tra le diverse condotte, delineandone la cooperazione. Tale elemento di coesione viene ritenuto di tipo psicologico, tanto dalla dottrina prevalente che dalla giurisprudenza: si tratta della consapevolezza di cooperare con altri.

E' però discusso se tale consapevolezza debba estendersi sino a cogliere il carattere colposo dell'altrui condotta. Le contrastanti tesi espresse al riguardo presentano il fianco a qualche critica.

Semplificando al massimo i termini di un dibattito ricco di sfumature: la tesi della mera consapevolezza dell'altrui condotta sembra implicare il rischio di creare un'indiscriminata estensione dell'imputazione. D'altra parte, richiedere la consapevolezza del carattere colposo dell'altrui comportamento reca il rischio opposto di svuotare la norma e di renderla inutile, giacchè una tale consapevolezza ben potrebbe implicare un atteggiamento autonomamente rimproverabile.

Pare alle Sezioni Unite che l'importanza dell'indicato tratto psicologico (la consapevolezza di cui si è detto) sia stata spesso enfatizzata. Le situazioni nelle quali le condotte in cooperazione non sono concomitanti propongono qualche dubbio in proposito. Di certo, comunque, le preoccupazioni di eccessiva estensione della fattispecie di cooperazione connesse alla mera consapevolezza dell'altrui condotta concorrente non sono certo prive di peso. Esse pare possano essere arginate solo individuando con rigore, sul piano fenomenico, le condotte che si pongono tra loro in cooperazione.

Occorre cioè che il coinvolgimento integrato di più soggetti sia imposto dalla legge, da esigenze organizzative connesse alla gestione del rischio, o almeno sia contingenza oggettivamente definita senza incertezze e pienamente condivisa sul piano della consapevolezza.

In tali situazioni, l'intreccio cooperativo, il comune coinvolgimento nella gestione del rischio giustifica la penale rilevanza di condotte che, come si è accennato, sebbene atipiche, incomplete, di semplice partecipazione, si coniugano, si compenetrano con altre condotte tipiche.

In tutte tali situazioni ciascun agente dovrà agire tenendo conto del ruolo e della condotta altrui. Si genera così un legame ed un'integrazione tra le condotte che opera non solo sul piano dell'azione, ma anche sul regime cautelare, richiedendo a ciascuno di rapportarsi, preoccupandosene, pure alla condotta degli altri soggetti coinvolti nel contesto. Tale pretesa d'interazione prudente individua il canone per definire il fondamento ed i limiti della colpa di cooperazione. La stessa pretesa giustifica la deviazione rispetto al principio di affidamento e di autoresponsabilità, insita nell'idea di cooperazione colposa.

Tale ordine di idee si rinviene, ad esempio, in alcune prese di posizioni della giurisprudenza di legittimità, che hanno tratteggiato le ragioni che, in nome della cooperazione come modello di doveroso accrescimento dell'efficienza delle cautele, possono giustificare il coinvolgimento anche di soggetti che, nell'ambito di una determinata organizzazione, svolgono un ruolo subalterno e meno qualificato e che, conseguentemente, facilmente svolgono nei fatti un ruolo meno significante. E' stata così enunciata, ad esempio, la necessità di un rapporto reciprocamente critico-dialettico tra primario ed assistente ospedaliero, nonostante la posizione subordinata e meno qualificata di quest'ultimo; che ha comunque il dovere di manifestare l'eventuale dissenso rispetto alle scelte terapeutiche (ad es. Sez. 4, n. 556 del 17/11/1999, Zanda, Rv. 215443).

30. La cooperazione colposa nel presente giudizio.

Dalla ricostruzione dell'istituto emerge che esso trova la sua applicazione elettiva nelle situazioni complesse dal punto di vista fattuale od organizzativo che vedono il coinvolgimento di diversi soggetti. La figura si attaglia perfettamente a contingenze come quella in esame, nelle quali la gestione del rischio avviene all'interno di organizzazioni complesse, nelle quali i processi decisionali vedono il contributo di diversi livelli di potere, di diversificati ruoli, di distinte competenze. Si determina il coinvolgimento integrato di vaie condotte che, solitamente, non possono essere considerate isolatamente senza perdere il loro significato.

Nel caso in esame si verifica proprio il contributo cooperativo sopra descritto. Il vertice decisionale non può agire senza la collaborazione di dirigenti ed esperti che offrono il loro contributo. Nella specie M. nella veste di tecnico di alta qualificazione, S. nella veste di direttore dello stabilimento, C. quale dirigente di fatto coinvolto nelle problematiche della sicurezza soprattutto nella qualificata veste di responsabile del SPP, assecondano e rendono possibile la realizzazione del piano di incauta dismissione dello stabilimento nei modi che la sentenza spiega bene e diffusamente. Si tratta di condotte costituenti frammenti del complesso processo decisionale, sicuramente colpose, sicuramente in grado di influenzare negativamente l'andamento delle cose e quindi significative se riguardate isolatamente; ancor più pregnanti in senso antigiuridico se incastonate nel complessivo quadro cooperativo. Conclusivamente, anche sul piano della responsabilità individuale sono soddisfatte tutte le già esposte istanze afferenti alla causalità materiale generata dal processo decisionale; e quelle afferenti alla causalità della colpa di ciascuno dei partecipi.

Nè ha fondamento la tesi difensiva secondo cui la cooperazione colposa non sia stata oggetto di contestazione e di considerazione nel giudizio. E' sufficiente leggere i capi d'imputazione afferenti ai reati di omicidio ed incendio colposi a carico degli imputati che collaboravano con l'AD per avvedersi che l'accusa riguarda proprio il fatto di non aver fatto sentire la loro voce, di non aver offerto il doveroso contributo critico rispetto alla dissennate decisioni che si andavano delineando. La pronunzia d'appello, come si è visto, nel suo nucleo decisorio è tutta e diffusamente incentrata proprio sul deficit di segnalazione, in una situazione gestionale complessa che richiedeva l'intervento integrato di diverse figure. Chiaro è, dunque, il riferimento all'istituto della cooperazione colposa.

In conclusione, nessuna censura può essere mossa all'affermazione di responsabilità in ordine agli illeciti colposi.

31. Dolo eventuale o colpa cosciente. La prima sentenza.

Come si è visto l'impugnazione del Procuratore Generale ha diffusamente ed argomentatamente contestato la qualificazione colposa della condotta dell'amministratore delegato. Per esaminare la questione, occorre dar conto delle argomentazioni espresse dalle contrastanti pronunzie di merito.

La prima sentenza richiama, condividendola, la giurisprudenza della Corte di cassazione che ha ravvisato nel dolo eventuale l'accettazione da parte dell'agente della concreta possibilità, intesa in termini di elevata probabilità, di realizzazione dell'evento accessorio allo scopo conseguito in via primaria. In quella giurisprudenza si afferma che l'agente pur non avendo avuto di mira un determinato accadimento, ha tuttavia agito anche a costo che questo si realizzasse, sicchè lo stesso non può non considerarsi riferibile alla determinazione volitiva. Si versa invece nell'ambito della colpa cosciente, sempre alla stregua di tale giurisprudenza, quando l'agente abbia posto in essere la condotta nonostante la rappresentazione dell'evento, ma ne abbia escluso la possibilità di realizzazione, non volendo nè accettando il rischio che quel risultato si verifichi, nella convinzione o nella ragionevole speranza di poterlo evitare. Occorre inoltre nel dolo eventuale una Deliberazione con la quale l'agente subordina consapevolmente un determinato bene ad un altro.

Posta tale premessa teorica, la pronunzia analizza diffusamente il comportamento dell'amministratore delegato mostrando che egli aveva perfetta consapevolezza dei fattori di rischio e dello stato di progressivo degrado dello stabilimento di (OMISSIS); che dispose altresì deliberatamente l'accantonamento dei fondi antincendio esistenti, ritenendo che essi potessero essere razionalmente utilizzati una volta trasferiti gli impianti in (OMISSIS). In tale situazione egli si rappresentò la concreta possibilità del verificarsi dell'evento ed era nella condizione di dover disporre immediate, urgenti ed efficaci misure di prevenzione e protezione contro gli incendi. La percezione di tale contingenza risultava ancora più chiara in considerazione della diversa e migliore situazione esistente nello stabilimento di (OMISSIS). In tale contesto risalta pure la inadeguata considerazione dello stato delle cose nel documento di valutazione del rischio. Si aggiunge che l'imputato è un professionista di elevata qualificazione; che egli conosceva le pericolose peculiarità della zona di ingresso della linea; ed era altresì al corrente delle regole tecniche internazionali che descrivono regolarmente il tipico fenomeno del flash fire. Del resto, si aggiunge, è stato lo stesso imputato a chiarire la scelta di differire gli interventi di prevenzione antincendio ad epoca successiva al trasferimento in (OMISSIS) anche in considerazione dei tempi occorrenti per la loro realizzazione. La pronunzia censura la decisione di continuare la produzione in assenza di misure di prevenzione idonee a fronteggiare l'indicato degrado. Tale decisione, d'altra parte, aveva un contenuto economico vantaggioso per l'azienda, giacchè si contenevano i danni derivanti da un blocco totale della produzione, programmando il trasferimento del singolo impianto nel momento produttivo più favorevole. Si conclude che l'amministratore, che viene definito come persona preparata, autorevole, determinata, competente, scrupolosa, si rappresentò la concreta possibilità, la probabilità del verificarsi un incendio, di un infortunio anche mortale sulla linea APL5 e che tuttavia, in vista degli interessi economici perseguiti dall'azienda, abbia omesso qualsiasi intervento di prevenzione antincendio così accettando il rischio dell'evento. Ciò a causa dell'azzeramento degli investimenti e degli interventi indispensabili, nonchè dell'azzeramento delle condizioni minime di sicurezza indispensabili. L'imputato era ben consapevole delle implicazioni sottese alla scelta aziendale; e decidendo di non effettuare alcun intervento di prevenzione ha agito anche a costo che si verificassero eventi drammatici.

Si aggiunge che l'amministratore, come tutti gli altri imputati, nutriva dentro di sè la speranza che nulla accadesse; e che tuttavia, perchè la speranza sia in grado di limitare l'elemento soggettivo all'ambito della colpa cosciente, deve essere caratterizzata dalla ragionevolezza. Non deve essere quindi solo un moto dell'animo paragonabile all'auspicio, ma appunto una ragionevole speranza. La Corte di primo grado non riesce ad individuare alcun fattore alla stregua del quale l'imputato potesse ragionevolmente sperare che nulla sarebbe accaduto, nonostante l'assenza di misure di prevenzione e nonostante lo scadimento dell'impianto. L'imputato ha dichiarato di aver confidato nel fatto che esistesse un impianto antincendio a protezione della sala pompe; e che inoltre i suoi collaboratori fossero in grado di gestire la situazione a causa delle loro capacità personali. Si tratta di difese che non vengono condivise, poichè esisteva un grave pericolo connesso alla ramificazione di condutture flessibili e non, portanti olio ad alta pressione, presenti sull'intera linea. Nè vi era ragione di confidare nelle capacità dei collaboratori, sia per l'assenza di alcun potere decisionale autonomo, sia per la limitatezza della loro preparazione tecnica e gestionale.

La Corte esclude che la speranza degli altri imputati fosse altrettanto irragionevole, giacchè essi si erano affidati all'esperienza e professionalità dell'amministratore delegato in materia di produzione come di sicurezza sul lavoro; e sulla sua capacità di evitare il verificarsi dell'evento previsto.

32. La sentenza d'appello.

La Corte di assise di appello reputa, invece, che i ragionamenti sui quali il primo giudice ha fondato l'imputazione dolosa sono infondati giacchè contrastanti con dati di fatto.

Si rammenta che, al fondo, non è la previsione dell'evento bensì la volizione a differenziare il dolo eventuale dalla colpa cosciente. La previsione in termini di concretezza e di probabilità costituisce solo uno degli strumenti offerti al giudice per accertare la sussistenza della volizione. L'indagine sull'elemento volitivo è di per sè difficile, dovendosi far ricorso ad elementi sintomatici di diverso genere. Si rammenta la giurisprudenza delle Sezioni Unite (Sez. U, Nocera, Rv 246323): l'accettazione del rischio non può avvenire per pura disattenzione, noncuranza o mero disinteresse, ma a seguito di un'opzione, di una Deliberazione con la quale l'agente consapevolmente sceglie fra l'agire accettando l'eventualità di commettere l'azione vietata e il non agire. In ogni caso l'accettazione e la volizione hanno come oggetto non il rischio di evento ma esattamente l'evento di reato. Si richiama al riguardo la giurisprudenza che definisce la volizione come un agire anche a costo di determinare l'evento, come un accettare di pagare un eventuale prezzo pur di poter agire e raggiungere il risultato voluto.

Viene inoltre svalutata la distinzione compiuta dall'accusa pubblica tra condotte commissive ed omissive, giacchè la decisione di determinare lo slittamento dell'utilizzo dei fondi appare solo la formalizzazione di una lunga serie di omissioni che avevano da tempo tagliato gli investimenti destinati alla prevenzione. Inoltre, non è la natura commissiva o omissiva della condotta a costituire indice di volizione, giacchè in ciò non vi è la prova del reale atteggiamento interiore.

Scendendo all'analisi della prima sentenza, si argomenta che non appare condivisibile la distinzione tra le condotte tenute da diversi imputati. In realtà la decisione dell'amministratore delegato non fu solitaria, ma frutto della consultazione degli altri componenti del comitato esecutivo che erano ben informati; e dei consigli di M.. Inoltre S. e C. erano sul posto e vedevano con i loro occhi le condizioni di abbandono delle linee ed i focolai ricorrenti; ed avevano pure notato che l'amministratore, dal mese di settembre, aveva rinunziato a visitare lo stabilimento di (OMISSIS).

Non si comprende in che modo costoro potessero ragionevolmente sperare che l'amministratore cambiasse improvvisamente indirizzo e ponesse mano da solo alla realizzazione delle protezioni. La prima Corte, si argomenta ancora, ha pure tratto incongruamente elementi di giudizio dalla ritenuta irragionevolezza delle giustificazioni offerte dall'amministratore circa la speranza che non si verificassero gli eventi di reato.

In realtà la ricostruzione della discussa fattispecie dolosa richiede di mettere a confronto l'obiettivo perseguito dall'agente con l'evento di danno non voluto ma previsto come possibile quale conseguenza della condotta. Ed è proprio questo tipo di comparazione tra obiettivo perseguito ed eventi dannosi a risolvere in maniera nettamente negativa la verifica ipotetica. Scopo delle condotte era un obiettivo di risparmio o meglio l'accantonamento di fondi in vista del trasferimento degli impianti in (OMISSIS), dove sarebbero stati riutilizzati. A tali obiettivi vanno giustapposti gli eventi di reato: essi sono tecnicamente disastrasi. I danni prevedibili in caso di verificazione dei reati per l'azienda sarebbero stati molteplici.

Anche a voler accantonare le valutazioni di carattere morale connesse alla morte di dipendenti, rimangono danni di rilevantissima entità:

la distruzione degli impianti, il blocco della produzione, il risarcimento dei danni per le morti, i danni all'immagine della società. Nel comparare l'obiettivo di risparmio perseguito con i danni previsti in caso di verificazione degli eventi, secondo la Corte di merito può tranquillamente concludersi che, accettando il verificarsi degli eventi, l'imputato non solo non avrebbe fatto prevalere l'obiettivo perseguito ma avrebbe provocato un danno di dimensioni tali da annullarlo e soverchiarlo totalmente. Qui non si tratta dunque di un caso in cui l'evento previsto è raffigurato come un prezzo da pagare per il raggiungimento dell'obiettivo, bensì di una vicenda in cui la verificazione dell'evento diventa la negazione dell'obiettivo perseguito. Ed è impensabile che un imprenditore esperto e lucido abbia agito in maniera tanto irrazionale.

In realtà, aggiunge la Corte, è la stessa sentenza appellata che offre spunti per dare una risposta convincente all'interrogativo circa i motivi per cui tutti gli imputati ritennero che gli eventi disastrosi non si sarebbero verificati. I frequenti ed anzi giornalieri focolai di incendio venivano sempre spenti grazie all'intervento immediato degli addetti alla produzione che, pur con mezzi inadeguati e pericolosi, riuscivano ad avere la meglio sulle fiamme. La notte dei fatti l'efficacia dell'intervento non si riscontrò poichè esso non fu immediato a causa di diversi fattori.

Il rischio esisteva, esso non fu adeguatamente cautelato e ciò vale a configurare la colpa specifica e cosciente. Ovviamente, si aggiunge, "questo confidare era intriso di una enorme imprudenza ma l'agire imprudente è per l'appunto colposo". In conclusione, gli imputati accettarono tutti il rischio che si verificassero eventi diversi cioè focolai non diffusi, ma confidarono con gravissima imprudenza che gli operai sarebbero riusciti a sedarli come di consueto.

33. Il dolo eventuale.

Come si vede, le divergenti ma argomentate prese di posizione dei giudici di merito e le serrate critiche dell'accusa pubblica alla sentenza d'appello impongono di rivisitare funditus il tema del confine tra dolo e colpa.

Occorre in primo luogo considerare che il tema del dolo eventuale e della linea di demarcazione rispetto alla figura della colpa cosciente è stato oggetto, negli ultimi anni, di un copioso, stimolante dibattito che ha intensamente coinvolto teoria e prassi.

Sono emerse rinnovate e talvolta originali riflessioni che costituiscono il risvolto speculativo di nuove evenienze riscontrate nell'esperienza giuridica, che hanno travolto le classiche dissertazioni dimostrandone talvolta l'insufficienza o l'erroneità.

Anche alla luce di tale recente esperienza, i tempi sono maturi per una rinnovata speculazione che, lungi dal creare una nuova opinabile, verbosa teoria che si aggiunga alle tante che popolano lo scenario, pervenga a delineare concretamente i tratti di tale figura in una guisa definita, che ne consenta l'applicazione al presente del diritto penale, per quanto possibile in modo chiaro, ponendo così fine alle cruciali incertezze testimoniate da controversi processi come quello in esame.

Una simile indagine va svolta con il realismo della giurisprudenza, avendo di mira da un lato le incertezze presenti da superare; e dall'altro i principi ed i valori che segnano il volto luminoso del presente dell'ordinamento penale.

Tale atteggiamento realistico induce in primo luogo a prendere decisamente le distanze da atteggiamenti nichilistici che, sopraffatti dalla irrisolte incertezze, opinano che la figura debba scomparire o essere sostituita da un tratto squisitamente normativo, oggettivizzante, avulso dalla tradizione che pure nel dolo eventuale ricerca assiduamente un atteggiamento psichico assimilabile alla volontà.

Sovviene al riguardo l'insegnamento che giunge dalle origine storiche della figura. Il dolo eventuale è emerso nel corso di una lunga esperienza giuridica che additava non superate istanze di politica criminale, esigenze di punizione di fatti generalmente ritenuti sicuramente antigiuridici e meritevoli dell'intervento punitivo: in breve, l'accettazione delle lesive conseguenze collaterali del proprio agire. L'istituto, nella sua veste speculativa, ha fatto pure emergere istanze di chiarificazione analitica, che a quelle esigenze punitive apprestassero uno strumento dal volto nitido, distinto da vaghe figure del passato, buone per tutti gli usi di una sommaria pratica punitiva.

Tali riferimenti alle esigenze del diritto punitivo ed alla chiarificazione scientifica vanno rammentati, preservati, attualizzati, avendo presenti, come si è accennato, i vincoli e gli sfondi assiologici che, fortunatamente, il presente della scienza penalistica propone. L'indagine si giova, conviene subito premetterlo, del fatto che l'istituto della colpa, sebbene permanga figura solo eventuale dell'imputazione soggettiva, ha recentemente assunto, come si è visto, un volto ben definito. Ciò consente di ricercare il confine di cui qui si discute entro uno scenario assai ampio e meglio delineato, partendo proprio dalla diversità ed anzi, per certi versi, dalla contrapposizione tra dolo e colpa. D'altra parte, occorre aver chiaro l'obiettivo: ricercare un criterio d'imputazione umanamente praticabile, saldamente ancorato ai fatti, scevro da contaminazioni retoriche, onde conseguire certezza del rimprovero quale doveroso riflesso della certezza del diritto, e limite al puro soggettivismo del giudice.

34. Il dolo. La definizione legislativa e le questioni generali.

La disamina deve partire dalla generale considerazione del dolo, che esprime la più intensa adesione interiore al fatto, costituisce la forma fondamentale, generale ed originaria di colpevolezza e rappresenta il criterio ordinario d'imputazione soggettiva. Esso è conoscenza e volontà in relazione agli elementi del fatto storico propri del modello legale descritto dalla norma incriminatrice, ovvero rappresentazione e volizione del fatto di reato.

La definizione che ne dà l'art. 43 cod. pen. vale se non altro a rimarcare l'immancabile coinvolgimento della sfera intellettiva e volitiva dell'uomo. Si tratta di significativa evocazione, che però non offre indicazioni univoche che valgano a definire i confini dell'imputazione soggettiva, nè aiuta a risolvere le questioni tradizionalmente controverse come quella in esame.

In dottrina è stata da più parti denunziata l'imprecisione e l'incompletezza della formula. Essa accentra la previsione e volizione sul solo evento, mentre i profili conoscitivi e volitivi del dolo coinvolgono senza dubbio tutti gli elementi del fatto storico congruenti con il modello di reato; ed accosta impropriamente i profili intellettivi e volitivi, quasi che essi debbano essere contemporaneamente presenti e cogliere tutti gli elementi del fatto, mentre la condivisa, largamente prevalente opinione ritiene che nei confronti di numerosi elementi del fatto stesso è sufficiente la sola rappresentazione.

Ma ciò che è stato maggiormente oggetto di critica è proprio la mancanza di una esplicita presa di posizione quanto alla configurabilità delle manifestazioni più sfumate del dolo che vengono solitamente comprese, appunto, nella nozione di dolo eventuale; ed all'individuazione di una traccia per segnare un confine rispetto alla contigua figura della colpa cosciente.

Per quanto attiene al dolo eventuale, sembra di poter evincere dai lavori preparatori che il codificatore si astenne deliberatamente dall'assolvere a tale arduo compito definitorio, rimettendolo all'elaborazione giurisprudenziale. Più in generale, per ciò che riguarda l'evocazione dei profili intellettivi e volitivi del dolo, è diffusa l'opinione che si sia trattato di una scelta di compromesso con la quale i compilatori tentarono di conciliare le due teorie che in quell'epoca si contendevano il campo e che, nella ricerca del nucleo essenziale del dolo attribuivano preminenza una alla volontà e l'altra alla rappresentazione.

Tali critiche, tuttavia, non colgono il punto centrale della presente disamina, quello afferente alla volontà ed ai suoi confini. Orbene, la lettura della formula legale non lascia dubbi sul fatto che si intese valorizzare e quasi enfatizzare la componente volitiva della figura. L'evento deve essere preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione. Non accadimento semplicemente desiderato, sperato, ma "conseguenza", esito che dipende dal consapevole attivarsi od omettere.

La formula, letta alla luce di tale pregnante valorizzazione della volontà, illumina pure le situazioni nelle quali l'evento, senza essere intenzionalmente perseguito, venga posto in correlazione causale con la propria azione e, proprio per questa ragione, voluto come conseguenza nel momento stesso in cui l'agente decide di porla in essere, conscio del risultato che ne può derivare. In definitiva, il dettato normativo legittima la figura del dolo eventuale, consentendo di cogliere in essa un atteggiamento psichico assimilabile a quello propriamente volontaristico.

D'altra parte, dal riferimento all'intenzionalità si desume almeno che il dolo implica atteggiamenti interni, processi psicologi che, tuttavia, non possono essere meramente potenziali, ma devono effettivamente svolgersi nella psiche del soggetto, devono cioè essere reali. Si tratta di enunciazione tutt'altro che ovvia, che merita di essere subito evidenziata, giacchè è chiamata continuamente a confrontarsi, tanto nell'elaborazione dottrinale quanto nella pratica giurisprudenziale, con dati di segno contrario:

la tentazione di una eccessiva normativizzazione del dolo, di quello eventuale in particolare, il ricorso a schemi presuntivi che consentano di superare le difficoltà connesse alla dimostrazione di un dato così poco estrinseco come l'atteggiamento interiore. Al contempo, però, a tale enunciazione va aggiunta la considerazione realistica della necessità, insita nell'accertamento, di non proscrivere del tutto il riferimento a modelli generalizzanti dell'agire umano; la necessità, altresì, di adattare, in certo modo semplificandoli, discussi concetti tratti dalla psicologia o dal senso comune, così da renderne possibile l'applicazione nel contesto giudiziario.

E' pure comunemente riconosciuta l'esigenza di uscire, per quanto possibile, da formule astratte per percorrere itinerari analitici e concreti. E' stata colta un'esigenza di "scomposizione", di analisi interna del dolo. Vi è un problema di struttura, che attiene appunto al suo contenuto, al reale significato dei connotati intellettivi e volitivi evocati dall'art. 43; un problema di oggetto che riguarda tutti gli elementi del fatto; ed un problema di accertamento che presenta particolare complessità, dovendosi inferire fatti interni o spirituali attraverso un procedimento che parte dall'id quod plerumque accidit e considera le circostanze esteriori, caratteristiche del caso concreto, che normalmente costituiscono l'espressione o accompagnano o sono comunque collegate agli stati psichici. Tra tali aspetti del problema del dolo vi è una stretta connessione. Infatti, sovente è proprio dalle particolari caratteristiche dell'oggetto che sarà possibile rendersi conto della natura del processo psicologico che lo riflette: sarà insomma l'oggetto a definire in concreto i profili intellettivi e volitivi del dolo. Inoltre, va adeguatamente sottolineata la centralità del momento dell'accertamento, nel quale si condensano e si risolvono concretamente i delicati problemi applicativi che la speculazione dottrinaria inscrive, sovente, entro sofisticate cornici teoretiche.

Tale approccio analitico ed integrato deve essere perseguito, nella prospettiva di proscrivere elaborazioni concettuali che, anche se astrattamente impeccabili, si dimostrino insuscettibili di concreta verifica e quindi inutilizzabili; e di creare un terreno di convinta condivisione tra la dottrina e la prassi, nel segno della valorizzazione delle componenti soggettive dell'illecito e della rinunzia a soluzioni retoriche o presuntive che finiscono con lo svalutare le questioni attinenti alle componenti psicologiche del reato.

35. La struttura del dolo. Rappresentazione e volontà.

Il legislatore, come si è accennato da del dolo una nozione complessa nella quale si integrano profili intellettivi o rappresentativi e profili volitivi. Attorno a tali fattori, la volontà e la rappresentazione, si è dipanata una plurisecolare disputa dottrinale tra due scuole di pensiero che, pur nella varietà delle opinioni, tendono ad attribuire ruolo preminente all'una od all'altra delle componenti di tale forma d'imputazione soggettiva.

Sebbene in proposito si siano sviluppate dispute teoriche poco produttive, non può essere neppure trascurato che la vasta dottrina sul dolo presenta diverse inflessioni che oscillano, nelle situazioni problematiche e di confine, proprio per il maggiore o minore rilievo attribuito al profilo rappresentativo o volitivo del dolo. Si tratta di una situazione che si manifesta soprattutto nell'ambito della riflessione a proposito della definizione dei tratti distintivi del dolo eventuale, anche in relazione alla contigua categoria della colpa cosciente. In tale ambito, come meglio si vedrà in prosieguo, si perviene a risultati assai differenti a seconda che il profilo volitivo del dolo venga ricostruito secondo un modello di tipo normativo, astratto, fondato sull'atteggiamento interiore tipicamente connesso alla rappresentazione di un risultato; o che esso, invece, venga ricostruito considerando l'irripetibile atteggiamento psichico del caso concreto.

36. La teoria della rappresentazione.

Occorre brevemente rammentare che la teoria della rappresentazione muove da una premessa di natura psicologica: nel reato vi è sempre una condotta che coincide, nella forma positiva, col puro movimento corporeo e nella forma negativa con l'iniziale stato di quiete di quelle parti del corpo il cui movimento dipende dalla volontà del soggetto. La realizzazione dolosa di una condotta implica necessariamente una volizione nello stretto significato psicologico del termine. E' indispensabile cioè un impulso cosciente del volere diretto a produrre il movimento o a conservare lo stato di inerzia.

Qui davvero, si ritiene, la nozione di volontà con cui lavora il giurista e quella propria dello psicologo coincidono perfettamente.

Infatti, solo in questo ambito si riscontra quella fusione tra mentale e fisico che rappresenta la caratteristica essenziale del processo volitivo. Accanto a tale profilo squisitamente volitivo ve ne è uno intellettivo che investe tutti gli altri elementi della fattispecie. Così, di realmente volontario non c'è in ogni caso che l'azione, mentre l'evento più che volontario dovrebbe dirsi intenzionale, a significare cioè che l'azione è stata posta in essere col proposito (diretto o eventuale) di produrre l'evento. Se è vero che ogni volizione cosciente presuppone uno scopo e che quindi un elemento di intenzionalità non manca mai nel reato doloso, non è meno vero, si afferma, che anche a prendere in esame la forma più intensa di dolo, quello cioè intenzionale, quando si scende ad analizzarne la sostanza si deve riconoscere che tutte le volte che ci chiediamo quali siano i nessi che intercorrono tra l'agente ed elementi distinti dall'azione od omissione, ci troviamo a constatare nient'altro che rappresentazione: dotata di speciale intensità e forza causale, ma pur sempre rappresentazione.

Tale dottrina prende le mosse dall'esigenza, avvertita da plurisecolare coscienza giuridica, che vuole ricondurre al dolo anche alcune situazioni in cui non vi è intenzionalità del risultato: è da considerare in dolo di omicidio chi, per lucrare un'assicurazione, ha incendiato la propria casa pur sapendo che nel rogo sarebbe perita una vecchia paralitica. La morte della donna non è un fine ultimo e neppure un mezzo necessario per perseguirlo, ma solo una conseguenza rappresentata come certamente connessa all'impiego di uno dei mezzi o al verificarsi del risultato finale. Essa, tuttavia, rischia di impoverire, svuotare il dolo; e mostra i maggiori aspetti problematici nelle situazioni in cui l'agente opera prevedendo come solo possibile il verificarsi dell'evento lesivo, giacchè implica il pericolo di eccessiva dilatazione del dolo eventuale fino a comprendervi casi che la coscienza giuridica e lo stesso diritto positivo collocano nella colpa con previsione.

37. La teoria della volizione.

La teoria della volontà configura una essenziale componente volitiva rispetto all'evento non solo quando esso è intenzionale, cioè direttamente preso di mira, ma anche quando l'agente lo prevede come conseguenza necessariamente connessa all'impiego di un mezzo o al verificarsi di un risultato finale; ed ancora in alcuni casi nei quali lo stesso evento è previsto come possibile conseguenza della propria condotta. Naturalmente, tale istanza si deve confrontare con la difficoltà di definire il criterio per differenziare, tra le tante conseguenze possibili, quelle che sono anche volute dal soggetto.

Il legislatore, pur con le incertezze prima indicate, ha superato nella formula normativa il rigido dualismo tra le due tradizionali teorie del dolo: ha dapprima evocato il concetto d'intenzione, a sottolineare che il diritto penale ricollega la sanzione ad un comportamento umano nella cui struttura rientra un effettivo atteggiamento di volontà; e, avvertita l'esigenza di una definizione più esauriente, ha introdotto la previsione e volizione dell'evento.

Ciò consente, come si è accennato, di scorgere nella formula una sobria, ma netta opzione per la teoria della volontà.

Nella dottrina italiana più recente è dato cogliere, nel complesso, una tendenziale opzione per le teorie che attribuiscono alla volontà un ruolo chiave nella struttura di tutte le forme di dolo.

Si è osservato che di recente si è assistito ad un ritrovato interesse per l'intenzionalità contro il cognitivismo rigidamente determinista, che si sostanzia in particolare nello sforzo di classificare i comportamenti in rapporto ai fini e alla loro rilevanza per il soggetto agente, nonchè nell'attenzione ai processi indispensabili per coordinare, attuare e guidare l'azione diretta al conseguimento di uno scopo. La rilevanza di tali studi nell'ambito penale consiste nell'avere restituito succo contenutistico e dignità scientifica allo stesso concetto di intenzione: un concetto sintetizzabile come orientamento dell'individuo ad un risultato nei termini non già di un puro desiderio, ma di un concreto attivarsi (o di un altrettanto finalizzato non attivarsi) per il conseguimento di uno scopo.

Si preferiscono ricostruzioni del dolo che fanno leva precipuamente sulla volontà come intesa dal senso comune: se è vero che sul piano analitico rappresentazione e volontà hanno punti di riferimento diversi, è altrettanto vero che la volontà criminosa finisce con l'investire l'intero fatto di reato colto nella sua unità di significato. In questo senso il diritto penale considera voluto non solo l'atto iniziale di premere il grilletto, ma anche lo sfociare di tale atto nell'evento letale. La volontà intesa in senso ampio investe l'azione come movimento corporeo e il fatto complessivo colto nella sua unità significativa; nell'ambito del fatto di reato concepito come entità unitaria la volontà, dunque, abbraccia anche tutti gli altri elementi del fatto diversi dalla condotta. In conseguenza, se manca la volontà di realizzare il fatto, non bastano a integrare il dolo desideri, speranze, proponimenti, tendenze, inclinazioni e simili. Proprio perchè il comportamento doloso orienta finalisticamente i fattori della realtà nella prospettiva del mezzo verso uno scopo, esso attrae nell'orbita della volontà l'intero processo che determina il risultato perseguito. Insomma, traspare nel dolo un atto di volizione quale scelta soggettivo- personale che mette in conto la lesione di beni.

38. Le categorie del dolo.

In relazione all'aspetto della volontà il dolo viene distinto in diverse categorie. Sebbene pure al riguardo vi siano varie opinioni e terminologie, è attualmente prevalente l'indirizzo che configura una tripartizione in dolo intenzionale, dolo diretto, dolo eventuale.

Esso si è ormai affermato anche nel lessico della giurisprudenza.

Pertanto, nel seguito, ci si atterrà a tale tripartizione. Per conferire completezza e coerenza all'analisi demandata a queste Sezioni unite è necessario tracciare, pur con la doverosa brevità, i tratti essenziali delle tre indicate figure del dolo.

39. Il dolo intenzionale.

Solitamente il dolo viene ritenuto intenzionale allorchè la rappresentazione del verificarsi del fatto di reato rientra nella serie di scopi in vista dei quali il soggetto si determina alla condotta e l'agente persegue, appunto, intenzionalmente quale scopo finalistico della propria azione od omissione un risultato certo, probabile o solo possibile; quando cioè ha di mira proprio la realizzazione della condotta criminosa (reati di azione) ovvero la causazione dell'evento (reati di evento). Tale forma di dolo è caratterizzata dal ruolo dominante della volontà che raggiunge l'intensità massima. L'intenzione è compatibile con la previsione dell'evento in termini non di certezza ma di possibilità.

Gli autori che caratterizzano la volontà come direzione verso uno scopo ritengono che la forma intenzionale deve essere ritenuta l'espressione tipica dell'elemento soggettivo doloso, mentre il dolo diretto e quello eventuale costituiscono un'estensione della disciplina dell'imputazione soggettiva.

40. Il dolo diretto.

Si ha dolo diretto quando la volontà non si dirige verso l'evento tipico e tuttavia l'agente si rappresenta come conseguenza certa o altamente probabile della propria condotta un risultato che però non persegue intenzionalmente. Esso si configura tutte le volte in cui l'agente si rappresenta con certezza gli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice e si rende conto che la sua condotta sicuramente la integrerà. Rientra in questa forma di dolo anche il caso in cui l'evento lesivo rappresenta una conseguenza accessoria necessariamente o assai probabilmente connessa alla realizzazione volontaria del fatto principale. Questa figura di dolo è caratterizzata dal ruolo dominante della rappresentazione. In altri termini, il dolo diretto si configura quando l'agente ha compiuto volontariamente una certa azione, rappresentandosene con certezza o con alta probabilità lo sbocco in un fatto di reato, ma la rappresentazione non esercita efficacia determinante sulla volizione della condotta.

In breve, si è in presenza di un livello di probabilità del verificarsi dell'evento che tocca una soglia tanto elevata da implicare di regola, la certezza soggettiva che l'evento accadrà: di regola, perchè tale certezza deve sussistere effettivamente e va dunque accertata, con la conseguenza che la responsabilità per dolo non potrebbe essere sostenuta, in particolare, ove in chi agisce risultasse il convincimento del non realizzarsi dell'evento rilevante. Quando un evento viene previsto con certezza il dolo non può essere escluso in base a stati psichici consistenti in una presa di distanze interiore dall'evento stesso. Ma occorre distinguere: se un soggetto agisce con la certezza di realizzare il fatto tipico pur avversandolo tenacemente, in cuor suo sperando contro ogni speranza in un esito favorevole, non viene meno la rappresentazione dello scontato prodursi dell'evento. Se invece un individuo è convinto, anche nel modo più alogico e colpevole, magari per superstizione, di non cagionare l'evento certamente legato alla sua condotta, manca in realtà l'elemento rappresentativo ed il dolo dev'essere escluso.

Occorre aggiungere che una previsione realmente certa è ben difficilmente prospettabile e d'altra parte vi è necessità di non alterare il confine col dolo eventuale, sicchè deve venire in gioco un livello di previsione in termini di ben elevata probabilità e dunque tanto rilevante che sarebbe insensato far conto a qualsiasi fine sul non verificarsi dell'evento. Perciò alla cognizione certa deve equipararsi - perchè è in pratica impossibile ogni distinzione - la rappresentazione della realizzazione del fatto come altamente probabile.

Come si vede, nel dolo diretto assume rilievo eminente il profilo intellettivo: occorre che l'agente si sia concretamente rappresentato il risultato. Le opinioni, tuttavia, divergono circa la misura di probabilità occorrente per configurare tale livello d'imputazione.

Si va, nell'ambito delle elaborazioni teoriche, dalla certezza, alla probabilità prossima alla certezza, alla alta probabilità, alla probabilità.

Si tratta di un punto di grande rilievo che deve essere qui sottolineato: la distinzione tra dolo diretto e dolo eventuale viene connessa alla rappresentazione del livello di possibilità di verificazione del risultato. A seconda che la linea di confine sia posta attorno alla certezza o alla semplice probabilità l'area d'estensione del dolo diretto si amplia o si riduce, con una complementare riduzione o crescita del campo del dolo eventuale. La questione, come è agevole intendere, ha grandissima importanza pratica oltre che teorica e sarà ripresa più avanti. Qui preme di rimarcare in anticipo che la preservazione del confine tra dolo eventuale e dolo diretto impone di assegnare a tale ultima figura solo l'ambito segnato da eventi che hanno una ben levata probabilità di verificazione.

In ogni caso, come si è stato da più parti condivisibilmente considerato, il profilo rappresentativo di cui si parla non può essere confuso coi moti affettivi, con gli atteggiamenti emozionali.

La volontà dolosa non è esclusa dagli alibi morali che l'agente si sforzi di elaborare per alleggerire il peso della propria coscienza, nè si confonde con i suoi atteggiamenti affettivi: se l'evento è stato previsto come conseguenza certa o altamente probabile della condotta, il suo significato finalistico obiettivo corrisponde alla volontà del soggetto.

41. Il dolo eventuale e la colpa cosciente.

Il dolo eventuale designa l'area dell'imputazione soggettiva dagli incerti confini in cui l'evento non costituisce l'esito finalistico della condotta, nè è previsto come conseguenza certa o altamente probabile: l'agente si rappresenta un possibile risultato della sua condotta e ciononostante s'induce ad agire accettando la prospettiva che l'accadimento abbia luogo. L'istituto "presenta nell'elaborazione teorica e nella prassi una grandissima varietà di posizioni: è il luogo problematico nel quale maggiormente si mostrano, prendono corpo concreto, confrontandosi con le esigenze applicative, le dispute teoriche tra rappresentazione e volontà nel dolo. Esso racchiude nella sua struttura definitoria il confine tra dolo e colpa e, ancor più, segna in molti casi il limite soggettivo dell'illecito penale.

Per completezza va chiarito che il dolo eventuale è compatibile con due figure in relazione alle quali si verifica talvolta qualche confusione: il dolo indeterminato ed il dolo alternativo. La prima fattispecie si configura quando il soggetto agisce volendo alternativamente o cumulativamente due o più risultati che non sono tra loro incompatibili, come quando si spara contro un gruppo di persone volendo cagionare indifferentemente la morte di una o più persone. Il dolo alternativo si caratterizza invece per il fatto che i diversi fatti previsti sono incompatibili fra loro, nel senso che la realizzazione dell'uno esclude la realizzazione dell'altro: si spara per ferire od uccidere indifferentemente. In ambedue le figure in questione il dolo potrà configurarsi come intenzionale, diretto o eventuale.

Le diverse prospettazioni elaborate per caratterizzare il dolo eventuale possono essere distinte essenzialmente per il maggiore o minore rilievo attribuito al momento della rappresentazione e per lo spazio lasciato alla concreta indagine sull'atteggiamento psichico dell'agente, sulla componente volitiva. Si tratta di sfumature interne al senso dei discorsi, che sovente vanno oltre le enunciazioni formali sull'adesione all'una od all'altra delle teorie.

42. Il dolo eventuale e la teoria della rappresentazione.

In un quadro così complesso e difficilmente definibile pare utile partire dalla sintetica esposizione della dottrina che nel dolo eventuale valorizza il ruolo della rappresentazione; anche perchè essa si trova spesso riflessa nell'elaborazione giurisprudenziale.

Quando il risultato dannoso è previsto solo come probabile o possibile occorre, ai fini dell'imputazione dolosa, qualcosa di più della sua sola previsione, onde definire un criterio discretivo rispetto alla colpa cosciente contrassegnata, appunto, dalla previsione dell'evento. L'unico criterio disponibile per stabilire quale è stato l'atteggiamento del soggetto nei confronti dell'evento rappresentato è dato in tutto e per tutto dal comportamento tenuto.

Se una persona si determina ad una certa condotta, malgrado la previsione che essa possa sboccare in un fatto di reato, ciò significa che accetta il rischio implicito nel verificarsi dell'evento; qualora avesse voluto sottrarsi a tale rischio, qualorà non avesse acconsentito all'evento, evidentemente non avrebbe agito.

Lo stato di dubbio non esclude il dolo: finchè l'agente si rappresenta la possibilità positiva del prodursi di un fatto di reato lesivo di un interesse tutelato dal diritto, il rimprovero che gli si muove non è di aver agito con leggerezza, bensì di essersi volontariamente determinato ad una condotta, nonostante la previsione di realizzare un illecito penale. Dunque in tali situazioni è presente un elemento di rappresentazione concreta.

Tale concreta previsione manca, invece, nella colpa cosciente. Nei classici casi del giocoliere che lancia i coltelli verso un'altra persona, o dell'automobilista che guida a velocità eccessiva in una strada affollata, vi è una previsione della possibilità di cagionare un evento dannoso accompagnata dalla convinzione che, fidando nell'abilità personale, tale pregiudizio non si verificherà. Tale convincimento nient'altro significa se non che l'agente ha escluso dalla propria coscienza la possibilità positiva che l'evento si verificasse; in altre parole che dallo stato di una previsione generica sulla idoneità di un comportamento quale egli tiene, a sfociare in astratto in un reato, è passato alla previsione concreta che, per particolari circostanze, ciò non avrà a verificarsi. La colpa cosciente si rivela caratterizzata dalla previsione negativa che un fatto di reato non si realizzerà e si distingue così dallo stato mentale di chi, rappresentatasi la possibilità di porre in essere una figura criminosa, non arrivi a superare questa posizione di dubbio. Dunque, in tale dottrina la colpa cosciente si caratterizza per una previsione astratta che si evolve nel superamento del dubbio e si risolve in una previsione negativa. Al contrario il dubbio, se non superato o rimosso, radica il dolo.

In breve, il limite dell'imputazione dolosa deve, nel dolo eventuale, ravvisarsi nell'accettazione del rischio: quando l'agente ha accettato la possibilità dell'evento, sia pure come risultato accessorio rispetto allo scopo della sua condotta, si può affermare che esso è voluto.

In tale scuola di pensiero la vera nozione unificante di tutte le specie di dolo è costituita dal momento rappresentativo: la rappresentazione dell'evento non solo come certo ma anche come probabile o possibile segna il passaggio dalla colpa cosciente al dolo eventuale, se il soggetto non abbia risolto in senso negativo il dubbio sulle conseguenze lesive possibili. E' chiaro che in tale impostazione il dolo eventuale non costituisce una figura di margine, ma assurge ad ipotesi di base. Tale indirizzo dottrinale, come si è accennato, trova sovente applicazione anche in giurisprudenza.

43. Il dolo eventuale e la teoria della volizione.

Un opposto indirizzo della riflessione dottrinale, pure esso non di rado evocato dalla prassi, soprattutto quella più recente, va alla ricerca, come si è accennato, della dimensione volontaristica anche nel dolo eventuale. Di volontà in senso proprio può parlarsi solo con riferimento al dolo intenzionale. Nel dolo eventuale, in cui tale importante inflessione finalistica manca, occorre pur tuttavia andare alla ricerca di connotati della figura che la caratterizzino in guisa tale che un momento lato sensu volontaristico sia comunque presente.

E' chiaro che in tale diversa prospettiva il dolo eventuale diviene figura peculiare, distinta e per nulla archetipica. Lo sforzo analitico nella direzione di fattori conoscitivi e volitivi peculiari caratterizza tale figura che, come è stato efficacemente sintetizzato, diviene una forma autonoma, un normotipo con una sua tipicità e colpevolezza distinte.

In parallelo con tale sforzo analitico si è sviluppata una nuova fenomenologia: il dolo eventuale ha investito non solo attività illecite, ma anche attività di base lecite, come la circolazione stradale, le relazioni sessuali, le attività imprenditoriali. Il presente giudizio è espressione, appunto, di tali nuovi, inusuali contesti, che mettono alla prova l'istituto. Tale nuova temperie giudiziaria ha fatto comparire nei processi nuove figure d'autore.

Soggetti mai visti prima sulla scena del crimine doloso, tradizionalmente popolato, come si esporrà più avanti, da persone che impugnano una pistola e sparano ad un avversario. La nuova situazione ha portato, beneficamente, ad approfondimenti sull'atteggiamento interiore, sui processi decisionali, sulle motivazioni, che hanno dato più affinato contenuto alla fattispecie, dando corpo al vitale momento della colpevolezza, al rimprovero doloso.

43.1. Le teorie volontaristiche muovono dalla critica alla dottrina che nel dolo eventuale valorizza il momento rappresentativo. Si considera che la "previsione negativa" circa la possibilità che l'evento si realizzi, che costituisce l'unico criterio idoneo a definire rigorosamente il meccanismo psicologico della colpa cosciente, rappresenta il punto debole della costruzione. Infatti il codice esige la previsione dell'evento e non la previsione negativa.

Il concetto di prova negativa è equivoco e sistematicamente inaccettabile. Sotto il profilo dell'oggetto, la previsione di un non evento finisce col postulare come oggetto del nesso psichico un requisito che non fa parte del fatto tipico: del fatto tipico fa parte l'evento, non la sua negazione.

Parimenti, altra dottrina osserva che la tesi secondo cui la colpa cosciente è caratterizzata dal superamento del dubbio rende inspiegabile l'aggravamento di pena previsto dall'art. 61 c.p., n. 3, e finisce, secondo la prassi corrente, con l'ascrivere al dolo eventuale un'area che andrebbe invece assegnata alla colpa cosciente.

Il tenore letterale della norma rivela l'impraticabilità, nell'ordinamento italiano, della teoria secondo la quale la colpa con previsione sarebbe caratterizzata dal superamento, dalla rimozione della rappresentazione della possibilità che l'evento si verifichi.

Si parla di un'azione compiuta nonostante la previsione dell'evento.

Ciò significa che detta previsione deve sussistere al momento della condotta, non deve essere stata sostituita da una non-previsione o contro-previsione, come quella implicita nella rimozione del dubbio.

L'avverbio "nonostante" sottolinea efficacemente il permanere di un fattore-ostacolo che dovrebbe frapporsi alla condotta. La nozione di colpa con previsione attualmente praticata appare, in conclusione, per molti versi, frutto di un'insufficiente attenzione al dato normativo. Ne discende che il puro stato di dubbio nel quale il soggetto si trovi va ascritto al campo della colpa, sia pure aggravata, non a quello del dolo. Il dubbio non esclude l'esistenza del dolo, ma non è sufficiente ad integrarlo. Ogniqualvolta l'agente si decida ad agire senza aver raggiunto la sicurezza soggettiva che l'evento previsto non si verificherà non può mancare una qualche accettazione del rischio. Essa non può essere superata dal puro accantonamento del dubbio quale stratagemma cui l'agente può facilmente, consapevolmente ricorrere per vincere le remore ad agire.

A tale riguardo occorre accertare se la rimozione del dubbio rivesta un carattere di soggettiva serietà, in quanto l'agente sia pervenuto in buona fede al convincimento che l'evento non si sarebbe verificato. Nè sarebbe possibile sondare nell'inconscio alla ricerca delle radici dalle quali un determinato errore può derivare, giacchè la norma-comando non può che fare appello alla parte cosciente dell'animo umano. Infine non viene neppure ritenuto possibile attingere ad un particolare atteggiamento emotivo, uno stato emozionale che accompagnerebbe la decisione di agire nonostante la previsione dell'evento, giacchè il concetto di volizione di cui all'art. 43 cod. pen. non appare riconducibile a tale stregua.

In breve, l'automobilista che percorre ad alta velocità le vie del centro sa di rendere più probabile la lesione dell'altrui incolumità. Dunque, se non si vuole correre il rischio di un macroscopico aumento dei casi di responsabilità dolosa, occorre individuare il dolo eventuale, rispetto alla colpa cosciente, non solo con riguardo al profilo rappresentativo ma richiedendo la presenza di elementi psicologici ulteriori.

43.2. Tale diverso modo di approcciarsi al tema conduce a considerare che se la previsione è elemento anche della colpa cosciente, è sul piano della volizione che va ricercata la distinzione tra dolo eventuale e colpa cosciente. La colpevolezza per accettazione del rischio non consentito corrisponde alla colpevolezza propria del reato colposo, non alla più grave colpevolezza che caratterizza il reato doloso. Accetta un rischio non consentito non solo chi incendia una casa prevedendo la possibilità della morte di una persona, ma anche chi spinge un'auto a velocità eccessiva in una strada affollata. L'argomentazione fondata sulla colpevolezza per accettazione del rischio non può spiegare, dunque, perchè mai, se l'evento si verifica, esso sia attribuito a titolo di dolo in un caso ed a titolo di colpa nell'altro: nel dolo eventuale vi deve essere quindi qualcosa in più dell'accettazione del rischio.

Si afferma così che dolo eventuale si ha quando il rischio viene accettato a seguito di un'opzione, di una Deliberazione con la quale l'agente consapevolmente subordina un determinato bene ad un altro.

Vi è la chiara prospettazione di un fine da raggiungere, di un interesse da soddisfare, e la percezione del nesso che può intercorrere tra il soddisfacimento di tale interesse e il sacrificio di un bene diverso. In sostanza l'agente compie anticipatamente un bilanciamento, una valutazione comparata degli interessi in gioco (suoi ed altrui) ed i piatti della bilancia risultano, a seguito di tale valutazione, a livelli diversi: ve n'è uno che sovrasta l'altro. Il risultato intenzionalmente perseguito trascina con sè l'evento collaterale, il quale viene dall'agente coscientemente collegato al conseguimento del fine. Non basta, quindi, la previsione del possibile verificarsi dell'evento; è necessario anche - e soprattutto - che l'evento sia considerato come prezzo (eventuale) da pagare per il raggiungimento di un determinato risultato. Anche l'evento collaterale appare, in tal modo, all'agente "secondo l'intenzione". Il dolo eventuale, dunque, in quanto espressione di una volontà pianificatrice, non risulta in opposizione con l'immagine del delitto doloso fornita dall'art. 43 cod. pen.. In sintesi si può dire che nel dolo eventuale, oltre all'accettazione del rischio o del pericolo vi è l'accettazione, sia pure in forma eventuale, del danno, della lesione, in quanto essa rappresenta il possibile prezzo di un risultato desiderato. Vi è dunque nel dolo eventuale una componente lato sensu economica.

In dottrina si argomenta pure che nel dolo eventuale la volizione in senso proprio sicuramente non esiste. Posto che le conseguenze accessorie di un comportamento non possono dirsi intenzionali e non rientrano, quindi, nel concetto di volizione in senso naturalistico, l'unica strada percorribile è quella di assimilare alla volizione alcune situazioni reputate ad essa vicine con una scelta che è di tipo normativo, fondata su parametri rigorosi riferiti al modello dell'intenzionalità. Si tratta di individuare l'atteggiamento che, presente la consapevolezza di una possibile causazione dell'illecito, più si avvicini alla prospettiva della sua volizione. Tale elemento di assimilazione è costituito dalla possibilità di affermare che l'agente avrebbe agito anche nella certezza di produrre il risultato.

Tale impostazione presenta il vantaggio di creare un collegamento diretto, sia pure potenziale, rispetto all'evento; e quindi evita di dover scendere a considerare parametri interiori puramente emozionali che finiscono col collegare l'imputazione soggettiva all'atteggiamento più o meno ottimistico verso l'evento o impongono di prendere in considerazione la maggiore o minore sincerità verso se stessi. Essa potrebbe inoltre costituire un argine contro il pericolo di dilatazione del criterio d'imputazione dolosa.

In breve, va escluso che un'imputazione dolosa possa fondarsi su presupposti psicologici concernenti il fatto tipico e in particolare l'evento, i quali in realtà si riducano alla dimensione rappresentativa, con un'abrogazione surrettizia del riferimento cardine alla volontà. Senza riferimento al ruolo del volere, il dolo si trasforma in una categoria puramente normativa, il cui confine con la colpa viene a dipendere soltanto dalla discrezionalità tipica delle valutazioni normative. Assimilare normativamente situazioni del tutto differenti nella loro sostanzialità psicologica lascia ampi spazi di pura valutazione politico-criminale giudiziaria: si approda ad un concetto di dolo nella sostanza presunto, secondo parametri ampiamente affidati, circa la definizione dei loro contenuti, alla discrezionalità giudiziaria.

Tale prospettazione, che si ispira ad antica dottrina solitamente sintetizzata come prima formula di Frank, non è andata esente da critiche. E' stato da più parti osservato che, radicando l'indagine sul dolo non in quello che nell'animo dell'agente si è effettivamente prodotto, ma in quello che avrebbe potuto prodursi, essa appare decisamente carente sul versante del nesso psicologico tra agente e fatto laddove un effettivo contenuto psicologico di tale segno non può far difetto nel dolo. La praticabilità di un giudizio ipotetico risulta poi difficile in tutte le situazioni in cui tra risultato intenzionalmente perseguito ed evento collaterale vi sia, nell'ottica dell'agente, una sostanziale equivalenza ed in cui, quindi, sovente lo stesso agente avrebbe avuto forti perplessità nel decidere. Si viene in sostanza a fondare la distinzione tra dolo e colpa essenzialmente solo in chiave ipotetica e sulla base di una valutazione della personalità del reo.

43.3. La breve ed incompleta rassegna che precede in ordine ai diversi tentativi di meglio definire il dolo eventuale lascia intravedere due orientamenti di fondo. Uno mostra attenzione per l'aspetto di scelta personale, il profilo intellettuale, razionale che sorregge la decisione per l'azione, da tenere distinto dagli aspetti per così dire emozionali dell'atteggiamento interiore. In tale ambito assume rilievo il livello di oggettiva probabilità dell'evento, sicchè l'accertamento del dolo, sotto tale aspetto, tende all'astrattezza, alla tipicità, alla normatività dell'atteggiamento dell'agente razionale. Vi domina il profilo rappresentativo del dolo. E' la previsione del risultato possibile, accompagnata dalla scelta di agire ciò nonostante, che implica una scelta e quindi un atto di volontà che coinvolge l'evento. Si tratta di un punto di vista che si ispira anche alla realistica considerazione che i più intimi moti interni non possono essere investigati ed oggettivamente dimostrati con i metodi dell'indagine giudiziaria; e persegue quindi un obiettivo di semplificazione e standardizzazione della prova. Esso implica il grave rischio che il dolo, fondandosi interamente su analisi a sfondo probabilistico, perda gran parte del suo connotato di concreto atteggiamento interiore ed assuma un volto astratto, oggettivato, presuntivo, così vulnerando il principio di colpevolezza.

L'altro indirizzo, consapevole di tale rischio, tenta in vario modo d'introdurre un temperamento considerando anche il concreto atteggiamento soggettivo di fronte al verificarsi del risultato, cioè tentando di cogliere se vi fu realmente, nella contingente irripetibile particolarità del caso, quell'atteggiamento concreto di accettazione del risultato che contrassegna il dolo eventuale. Pure in tale approccio vi è un pericolo dal quale occorre guardarsi, già emerso dalla rassegna di dottrina che precede; quello, cioè, di far dipendere l'essere o non essere del reato dalla sfera emotiva dell'agente, dalla sua maggiore o minore sensibilità, dal livello del senso della realtà.

Sul piano applicativo tali indirizzi non conducono spesso a conseguenze realmente e radicalmente divergenti nella risoluzione dei casi. Residuano, tuttavia, innegabili spazi d'irrisolta incertezza.

Il più tipico, come sarà esposto nel prosieguo, rimane nei casi, sicuramente assai delicati, nei quali la previsione di un evento che ha una seria probabilità di verificazione si accompagna ad una verace e forte speranza che esso non si compia.

L'aspetto più discusso in materia riguarda l'ambito della formalizzazione concettuale della linea di demarcazione tra dolo eventuale e colpa cosciente. Si tratta, in sintesi, di ricercare ed enunciare nel dolo eventuale non l'atteggiamento emotivo ma l'aspetto di selezione razionale che, in maggiore o minore misura, sottende ciascuna scelta d'azione. Ma, particolarmente nell'ottica della giurisprudenza, occorre al contempo ricondurre tale valutazione ad un ambito di concretezza, che valorizzi il concreto momento dell'accertamento giudiziale e rifugga, per quanto possibile, da astratte generalizzazioni. Occorre apprestare, lo si vuole ulteriormente ribadire, uno strumentario concettuale chiaro e concretamente utilizzabile, utile alla sicura risoluzione di casi difficili o di nuova emersione connessi, come si è accennato, a contesti di base leciti.

Sin da ora, tuttavia, occorre prender nota che le tormentate specificità della figura, guardate nel loro articolato complesso, giustificano e rendono sostanzialmente da condividere le opinioni dottrinali che hanno messo in luce la diversità, la peculiarità dell'istituto; la problematicità dell'individuazione di un atteggiamento psichico equiparabile alla volontà; la difficoltà dell'accertamento a causa del suo carattere fortemente ipotetico.

Tutto ciò dovrebbe suggerire un uso particolarmente cauto di tale nozione, per il pericolo di trasformare in dolo una responsabilità sostanzialmente colposa.

44. La giurisprudenza su dolo.

Anche in giurisprudenza il dolo intenzionale, viene caratterizzato dal suo connotato finalistico, che non è escluso dalla previsione dell'evento come meramente possibile, poichè l'incertezza sulla sua verificazione può derivare dal carattere indiretto dei mezzi usati, che non incide sull'intenzione effettivamente perseguita (ad es. Sez. 1, n. 2269 del 18/12/1991, Austria, RV. 191119).

Quanto al dolo diretto ed alla sua distinzione rispetto a quello eventuale vi è copiosa giurisprudenza di legittimità, purtroppo focalizzata quasi esclusivamente sulle problematiche della volontà omicida e del suo accertamento. Il tema è analizzato in modo puntuale in una pronunzia delle Sezioni Unite che propone una completa messa a punto della definizione dell'area di confine tra le diverse forme di dolo. La sentenza parte dalla critica dell'orientamento giurisprudenziale che tende a ridurre il dolo diretto al solo dolo intenzionale, inteso come volontà specificamente mirata a realizzare l'evento tipico, in diretta attuazione del movente; e che al contempo estende eccessivamente la categoria del dolo eventuale, comprendendovi tutti gli atteggiamenti psichici caratterizzati dalla volontà dell'evento, certo o altamente probabile, ed escludendo la sola intenzione di perseguire l'evento.

Tale indirizzo - si osserva - tende ad utilizzare il dolo eventuale come scappatoia per evitare difficoltà nell'accertamento e nella motivazione della volontà omicida. L'osservazione della realtà psicologica sottesa all'amplissima casistica giurisprudenziale consente di individuare e classificare livelli crescenti di intensità della volontà dolosa. Il dolo eventuale è caratterizzato dalla consapevolezza che l'evento, non direttamente voluto, ha la probabilità di verificarsi in conseguenza della propria azione, nonchè dall'accettazione volontaristica di tale rischio. Nel caso di accettazione del rischio dell'evento si richiede all'autore una adesione di volontà, maggiore o minore, a seconda che egli consideri maggiore o minore la probabilità di verificazione dell'evento.

Quando, invece, l'evento è ritenuto dall'agente altamente probabile o certo l'autore non si limita ad accettarne il rischio, ma accetta l'evento stesso, cioè lo vuole e con un'intensità evidentemente maggiore che nel dolo eventuale. In tale caso si ha dolo diretto. Se l'evento, oltre che accettato, è perseguito, la volontà si colloca in un ulteriore livello di gravità e potrà distinguersi fra un evento voluto come mezzo necessario per raggiungere uno scopo finale e un evento perseguito come scopo finale. Si tratta del dolo specifico. Nei casi ricorrenti di uso delle armi per sottrarsi alla reazione della vittima ovvero per sfuggire all'inseguimento della polizia, il tipo di arma, la reiterazione e la direzione dei colpi, la zona del corpo attinta, fanno ritenere certo o altamente probabile il verificarsi di eventi lesivi o mortali, accanto a quello primariamente perseguito dell'intimidazione del soggetto reagente ovvero accanto a quello di costringere l'inseguitore a fermarsi o a desistere. In tali casi, che maggiormente evidenziano l'esigenza repressiva, sarebbe ingenuo parlare di mera accettazione del rischio e di dolo eventuale, essendo evidenti gli estremi dell'accettazione di eventi certi o altamente probabili e quindi della volontà di essi, ovvero gli estremi della volontà, sia pure strumentalmente ad un fine ulteriore, di perseguire l'evento che connotano il dolo diretto in entrambi i casi (Sez. U, n. 748 del 12/10/1993, Cassata, Rv. 195804).

Dunque, dalla pronunzia emergono alcune indicazioni di qualche interesse. In primo luogo, nel dolo eventuale occorre una situazione di probabilità dell'evento, che - tuttavia - deve essere riguardata sotto il profilo soggettivo, del modo cioè in cui il concreto agente ha ravvisato la possibilità di verificazione di un risultato della condotta. Oltre a tale probabilità per così dire soggettiva, occorre altresì un profilo deliberativo, costituito dalla "accettazione volontaristica del rischio". Tale profilo volontaristico, tuttavia, riguarda non l'evento, ma il rischio dell'evento. Invece, nei casi in cui l'evento è certo o altamente probabile, sempre nella prospettiva soggettiva dell'agente, vi è l'accettazione dell'evento medesimo e quindi la sua volizione. Qui non occorre - secondo la Corte - andare alla ricerca dell'atto deliberativo nel quale si estrinseca la direzione della volontà. La presenza del profilo volitivo del dolo è implicata dalla stessa elevata probabilità, sia pure sogguardata nella prospettiva dell'agente. Infine, la volontà di cui si parla va accertata sulla base di indicatori obiettivi connessi precipuamente alle modalità del fatto.

Le indicate enunciazioni si rinvengono, sia pure con qualche lieve variante, in altre pronunzie delle Sezioni unite, tutte focalizzate sulla volontà omicida (Sez. U., n. 3428 del 06/12/1991, Casu, Rv. 189405; Sez. U., n. 3571 del 14/02/1996, Mele, Rv. 204167).

L'indirizzo in questione, che tende ad estendere l'area del dolo diretto legandola essenzialmente alla presenza di una rilevante, elevata probabilità di verificazione dell'evento, guardata dal punto di vista dell'agente, è presente in numerose altre pronunzie (tra le tante, Sez. 1, n. 3277 del 29/01/1996, Giannette, Rv. 204188; Sez. 1, n. 3337 del 03/07/ 1996, Garbin, Rv. 205534; Sez. 1, n. 10795 del 25/06/1999, Gusinu, Rv. 214112; Sez. 1, n. 1367 del 26/10/2006, Biscotti, Rv. 235789; Sez. 1, n. 12954 del 29/01/2008, Li, Rv. 240275).

Rispetto a tali orientamenti riferiti a contesti classici, appare di particolare interesse la pronunzia delle Sezioni Unite in tema di ricettazione (Sez. U., n. 12433 del 26/11/2009, Nocera, Rv. 246323).

La sentenza reca alcune notazioni e propone una soluzione che trovano la loro radice nelle peculiarità del reato cui si riferisce: quello di ricettazione in raffronto con la contigua fattispecie di incauto acquisto. In proposito si considera che il dolo eventuale non forma oggetto di una testuale previsione legislativa: la sua costruzione è rimessa all'interprete ed è ben possibile che per particolari reati assuma caratteristiche specifiche. Si è in effetti in un contesto inusuale nella giurisprudenza: non si tratta del classico reato di evento lesivo, ma di una fattispecie nella quale rileva anche il presupposto della condotta costituito dalla provenienza della cosa da delitto. La Corte chiarisce che la componente rappresentativa del dolo deve investire il fatto nel suo complesso, non solo l'evento ma tutti gli elementi della fattispecie. Inoltre, la peculiarità del contesto normativo, la necessità di una nitida linea di demarcazione tra le fattispecie induce a ritenere che il dolo eventuale richiede, nel reato di ricettazione, circostanze più consistenti di quelle che danno semplicemente motivo di sospettare che la cosa provenga da delitto, sicchè un ragionevole convincimento che l'agente ha consapevolmente accettato il rischio della provenienza delittuosa può trarsi solo dalla presenza di dati di fatto inequivoci, che rendano palese la concreta possibilità di una tale provenienza. In termini soggettivi ciò vuol dire che il dolo eventuale nella ricettazione richiede un atteggiamento psicologico che, pur non attingendo il livello della certezza, si colloca su un gradino immediatamente più alto di quello del mero sospetto, configurandosi in termini di rappresentazione da parte dell'agente della concreta possibilità della provenienza della cosa da delitto. Insomma perchè possa ravvisarsi il dolo eventuale non basta un semplice dubbio, ma si richiede una situazione fattuale di significato inequivoco, che impone all'agente una scelta consapevole tra l'agire, accettando l'eventualità di commettere una ricettazione, e il non agire.

Perciò, richiamando un criterio elaborato in dottrina per descrivere il dolo eventuale, può ragionevolmente concludersi che questo, rispetto alla ricettazione, è ravvisabile quando l'agente, rappresentandosi l'eventualità della provenienza delittuosa della cosa, non avrebbe agito diversamente anche se di tale provenienza avesse avuta la certezza.

La soluzione adottata evoca un antico suggerimento metodologico solitamente denominato come "prima formula di Frank", cui si è già fatto cenno in precedenza. Il tema sarà ripreso anche più avanti.

Qui, indipendentemente dalle dispute sulla possibilità di applicazione estensiva della formula anche al di fuori della specifica incriminazione in esame, preme rimarcare che dalla pronunzia esce rafforzata la valorizzazione della componente psicologica, volitiva, del dolo eventuale: il tratto di scelta consapevole.

Occorre infine aggiungere che il dolo eventuale non è configurabile in tutte le fattispecie. La Corte suprema ha avuto occasione di escludere la compatibilità di tale figura con alcuni reati. Ad esempio, in tema di calunnia, ai fini dell'integrazione dell'elemento psicologico non assume alcun rilievo la forma del dolo eventuale, in quanto la formula normativa "taluno che egli sa innocente" risulta particolarmente pregnante e indicativa della consapevolezza certa dell'innocenza dell'incolpato (Sez. 6, n. 2750 del 16/12/2008, Aragona, Rv. 242424; Sez. 6, n. 16645 del 18/02/2009, Russo, Rv. 243517).

45. La giurisprudenza sul confine tra dolo eventuale e colpa cosciente.

A proposito del controverso confine tra dolo eventuale e colpa cosciente, si rinvengono in giurisprudenza diverse sfumature che, in modo più o meno marcato, ripetono quelle presenti in dottrina. In alcune pronunzie la linea di demarcazione è individuata nel diverso atteggiamento psicologico dell'agente che, nel primo caso accetta il rischio che si realizzi un evento diverso non direttamente voluto, mentre nel secondo, nonostante l'identità di prospettazione, respinge il rischio, confidando nella propria capacità di controllare l'azione, sicchè esso non è voluto e non è accettato per il caso che si verifichi. Comune è, pertanto, la previsione dell'evento diverso da quello voluto, mentre ciò che diverge è l'accettazione o l'esclusione del rischio relativo. Si tratta di atteggiamenti psicologici che vanno ricostruiti affidandosi agli elementi sintomatici evidenziati dal comportamento del soggetto (Sez. 4, n. 11024 del 10/10/1996, Boni, Rv. 207333). E' in sostanza la consapevole accettazione di tale possibilità che trasferisce nella volontà ciò che era nella previsione (Sez. 1, 12/11/1987, Pelissero, Rv. 177455).

In altre pronunzie, invece, la linea di confine tra dolo eventuale e colpa cosciente è più orientata verso il profilo rappresentativo:

nel primo la verificazione dell'evento si presenta come una concreta possibilità e l'agente, attraverso la volizione dell'azione, ne accetta il rischio; mentre nell'altra la verificabilità dell'evento rimane un'ipotesi astratta che nella coscienza dell'agente non viene concepita come concretamente realizzabile e pertanto non è in alcun modo voluta. Si tratta della trasposizione puntuale della dottrina che distingue tra la previsione astratta della colpa cosciente e la previsione concreta del dolo eventuale (Sez. 1, n. 2192 del 26/06/1987, Arnone, Rv. 177670; Sez. 1, n. 7382 del 03/06/1993, Piga, Rv. 195270; Sez. 1, n. 4583 del 24/02/1994, Giordano, Rv. 198272; Sez. 1, n. 832 del 08/11/1995, Piccolo, Rv. 203484). Nella colpa cosciente compare, quindi, una controvolontà che invece non è presente nel dolo eventuale (Sez. 1, n. 13260 del 20/10/1986, Amante, Rv. 174405; Sez. 1, n. 8211 del 21/04/1987, De Figlio, Rv. 176382).

Il dolo eventuale si ha quando gli esiti previsti siano probabili e anche solo possibili se, malgrado ciò, perseverando nella sua azione, l'agente ne accetta il rischio, così dando un'adesione di volontà al loro verificarsi e pur se egli speri il contrario. Il limite del dolo eventuale è dato dalla certezza del non verificarsi degli eventi possibili rappresentati (Sez. 1, n. 5786 del 17/03/1980, Siniscalchi, Rv. 145219). In tale imputazione non vi è una finzione giuridica, bensì una realtà psicologica che assimila al dolo diretto l'atteggiamento di chi agisce accettando il rischio della verificazione dell'evento, così trasferendo nel raggio della volontà ciò che era solo nella previsione (Sez. 1, n. 9699 del 30/05/1980, Milan, Rv. 146043).

Incerta appare in giurisprudenza la possibile rilevanza dell'atteggiamento interiore a sfondo emotivo costituito dalla speranza, cui si è fatto ampio riferimento, come si è visto, nella pronunzia in esame. In qualche sentenza la si ammette: la rappresentazione delle conseguenze delle proprie azioni probabili o solo possibili in modo apprezzabile configurano il dolo eventuale, a meno che l'agente abbia agito nel ragionevole convincimento o almeno nella speranza di una sua mancata realizzazione (tra le tante, Sez. 1, n. 1264 del 24/05/1984, Albergo, Rv. 165106; Sez. 4, n. 27 del 08/01/1988, Margheri, Rv. 177326; Sez. 1, n. 4916 del 07/04/1989, Parrella, Rv. 180981).

In una pronunzia, tuttavia, si afferma che in presenza della concreta rappresentazione della probabilità di verificazione dell'evento, quando malgrado ciò si persevera nell'azione, accettandosene il rischio e dando così adesione di volontà al verificarsi dell'evento, il dolo eventuale non è escluso dalla speranza che il risultato non abbia luogo (Sez. 5, n. del 27/04/1984, Bottelli, Rv. 135360).

In altra giurisprudenza la speranza è stata ritenuta rilevante quando presenti il carattere della ragionevolezza. Si è infatti affermato che sussiste il dolo eventuale e non la colpa aggravata dalla previsione dell'evento se l'agente, pur non volendo l'evento, ne accetta il rischio di verificazione come risultato della sua condotta, anche a costo di determinarlo. La Corte ha precisato che l'agente risponde, invece, a titolo di colpa con previsione se, pur rappresentandosi l'evento come possibile risultato della sua condotta, agisce nella ragionevole speranza che esso non si verifichi (Sez. 1, n. 4912 del 07/04/1989, Calò, Rv. 180978; Sez. 5, n. 13274 del 17/10/1986, Asquino, Rv. 174418; Sez. Fer., n. 40878 del 24/07/2008, Dell'Avvocato, Rv. 241984).

Occorre prendere atto che le formule giurisprudenziali di cui si è doverosamente dato conto risultano scarsamente significative nella loro astrattezza. Per comprendere realmente quale sia la configurazione giurisprudenziale del dolo eventuale è indispensabile riferirsi ai casi più problematici ed alle soluzioni concretamente adottate. Pertanto, nel prosieguo saranno esaminati alcuni casi difficili, che hanno dato luogo a risposte contrastate e dibattute, e che hanno messo alla prova le generiche enunciazioni di principio.

Tali soluzioni applicative saranno poi riconsiderate alla luce dei principi in tema di accertamento del dolo eventuale.

46. Il dolo eventuale e le attività lecite di base. La speranza tra dolo e colpa. Lo storico caso (OMISSIS).

Come si è prima accennato, il conflitto tra rappresentazione dell'evento e verace, profonda speranza che esso non si verifichi costituisce uno degli aspetti più difficili nella ricerca del confine tra dolo eventuale e colpa cosciente. Si tratta di una situazione che si riscontra speso nei casi di nuova emersione connessi, come si è ripetutamele accennato, a condotte che si collocano entro attività di base lecite.

La delicata problematica è esaminata in una storica pronunzia che presenta speciale interesse ai fini che qui interessano (Sez. 1, n. 667 del 13/12/1983, (OMISSIS), Rv. 162316). Il caso riguardava una piccola talassemica, bisognevole, per poter sopravvivere, di continue trasfusioni di sangue. I genitori diedero corso di buon grado alle pratiche emotrasfusionali sino a quando non aderirono alla fede religiosa dei testimoni di Geova che, come è noto, vieta tale terapia. In un primo momento le trasfusioni poterono proseguire regolarmente avendo il servizio sociale ospedaliero segnalato la situazione al Tribunale per i minorenni, che adottò provvedimenti per imporre la cura in forma coatta. Nel prosieguo, invece, si verificarono problemi dovuti anche ad una grave carenza delle strutture sanitarie che, dopo un iniziale attivismo, si disinteressarono del caso, nonostante il Tribunale dei minori avesse emesso un provvedimento per risolvere in maniera definitiva il problema concernente l'assistenza terapeutica della minore. In conseguenza, le trasfusioni furono fortemente rallentate e ciò comportò un degrado biologico degli organi vitali che divenne letale.

La Corte di legittimità non dubita che l'inerzia delle pubbliche strutture non vale ad esimere da responsabilità i genitori quali portatori di uno specifico obbligo giuridico di assistenza verso la prole, ma reputa che si imponesse la valutazione dell'incidenza dei provvedimenti autoritativi sull'elemento psicologico del reato, potendo essi determinare per così dire l'affidamento, la speranza che, per effetto di una volontà diversa dalla loro, potessero essere praticate le cure dovute, così evitando un loro attivo interessamento, ritenuto peccaminoso. Alla stregua di tali considerazioni la pronunzia della Corte di merito, che aveva ritenuto l'esistenza di dolo eventuale, è stata cassata con rinvio.

Come si vede, lo spazio così offerto alla disamina delle più profonde motivazioni dei genitori discende da una lettura del dolo eventuale in cui viene fortemente valorizzato il profilo volitivo.

47. Le relazioni sessuali ed il contagio del virus HIV. Altro ambito che mostra problematiche applicazioni del dolo eventuale è quello del contagio di HIV. Il caso tipico è quello della persona che, consapevole di essere portatrice dell'affezione, intrattiene un rapporto sessuale non protetto a seguito del quale trasmette il virus al partner che non è stato informato dell'esistenza della patologia.

La ragione della emblematicità di casi del genere sta precipuamente nel fatto che il rapporto si colloca solitamente in una relazione personale affettiva; e che la possibilità di trasmissione del virus per effetto di un rapporto isolato è assai bassa. Tali situazioni possono indurre stati emotivi di fiducia, speranza, desiderio che il contagio non abbia luogo. Stati psichici siffatti, tuttavia, contrastano con l'oggettiva certezza che il rischio, drammatico, fatale, incombe. In casi del genere l'interrogativo riguarda la configurabilità del dolo eventuale o, invece, della colpa cosciente.

La risoluzione del dilemma sarà influenzata dalle specifiche contingenze che hanno qualificato i fatti; e, sul piano giuridico, dall'adesione all'una od all'altra delle configurazioni di tali tipi d'imputazione soggettiva. Infatti l'accoglimento di teoriche che valorizzano il profilo cognitivo, rappresentativo del dolo eventuale, implica che l'imputazione si configuri senza incertezze, giacchè - considerando le cose dal punto di vista puramente razionale - l'agente ha previsto senza dubbio la possibilità del contagio. La soluzione è invece meno scontata nel caso di adesione a configurazioni del dolo che ne valorizzano la considerazione del profilo volitivo e delle intenzioni, dei moti interni, reali.

La materia ha formato oggetto di vasto dibattito dottrinale e si è ripetutamente proposta nella giurisprudenza italiana.

In un caso, assai emblematico, vi erano stati reiterati rapporti sessuali non protetti con il coniuge, che avevano determinato la trasmissione del virus ed un'evoluzione assai rapida della malattia a seguito delle continue cariche virali immesse nell'organismo del partner. A tali condotte attive si accompagnava una condotta omissiva contrassegnata dal tacere alla moglie qualunque informazione e dal trascurare la benchè minima forma d'intervento che avrebbe, quantomeno, allungato le aspettative di sopravvivenza della donna.

L'agente aveva piena consapevolezza della propria condizioni di soggetto sieropositivo e delle modalità di trasmissione del contagio.

Il Tribunale ha affermato la responsabilità per omicidio volontario a titolo di dolo eventuale. Tale valutazione non è stata però condivisa dalla Corte di appello che ha ritenuto configurabile la colpa cosciente. Si è ritenuto che assiomaticamente il primo giudice avesse ritenuto, in assenza di qualsiasi sostegno probatorio, che l'imputato ben conoscesse i rischi e le possibili conseguenze delle proprie scelte e che quindi fosse disponibile ad accettarne i rischi;

che la volontà dell'evento non può farsi derivare automaticamente dalla sua previsione; e che nel caso di specie la condotta non poteva essere ricondotta alla sfera della volontà in assenza di una adeguata consapevolezza culturale dei rischi. Secondo la Corte l'agente aveva maturato un atteggiamento di sottovalutazione e rimozione del pericolo, favorito dallo scarso livello culturale e dalla constatazione che il suo stato di salute non aveva subito modifiche peggiorative.

La Corte Suprema non ha rinvenuto vizi nella pronunzia d'appello (Sez. 1, n. 30425 del 14/06/2001, Lucini, Rv. 219952). Il giudice di legittimità ha affermato che, quale che sia la teoria accolta in tema di confine tra dolo e colpa, è sempre indispensabile un'indagine sull'effettiva volontà dell'agente e sul modo in cui questi si è rapportato all'evento: occorre che sia riscontrato un atteggiamento psicologico che riconduca in qualche modo l'evento nella sfera della volizione. Quando invece il soggetto, pur essendosi rappresentato l'evento come possibile, abbia agito nella convinzione, giusta o sbagliata che sia, che l'evento stesso non si sarebbe comunque verificato, esso non può essere attribuito alla sfera volitiva e si cade nel versante della colpa aggravata dalla previsione dell'evento. Nel caso di specie, secondo la Corte, non è censurabile la valutazione del giudice d'appello che ha escluso il dolo per effetto di un atteggiamento psicologico di rimozione e di allontanamento psicologico dell'eventualità del contagio. Tale valutazione è frutto di un'operazione d'introspezione in cui, scandagliando le dinamiche interne e considerando la modesta condizione culturale, si è addivenuti alla conclusione che l'agente si era convinto che alla moglie non sarebbe accaduto nulla di male.

Qui, come si vede, la speranza e la fiducia trovano base soprattutto in una inadeguata consapevolezza dei rischi, nello scarso livello culturale, nella pur fallace constatazione del proprio stato di persistente benessere. E non vi è dubbio che la Corte di legittimità fa propria la teoria volontaristica del dolo eventuale, condividendo la ponderazione del giudice di merito che era sceso a scandagliare e valutare le ragioni della speranza.

Il medesimo principio è stato riaffermato da questa Corte (Sez. 5, n. 44712 del 17/09/2008, Dall'Olio, Rv. 242610) in un caso dalla connotazione più definita, se non altro per la protrazione nel tempo degli atti sessuali. E'stata ritenuta immune da censure la decisione con cui il giudice di merito ha affermato la responsabilità, a titolo di dolo, per il reato di lesioni personali gravissime, di una donna che, consapevole di essere affetta da sindrome di HIV, aveva ciò nonostante intrattenuto per lunghi anni rapporti sessuali con il proprio partner, senza avvertirlo del pericolo e così finendo per trasmettergli il virus. Si argomenta che la donna era pienamente consapevole. La conoscenza dello stato di sieropositività era dimostrato da vari documenti clinici e la consapevolezza della pericolosità del male era testimoniata dal fatto che essa si era sottoposta nel corso degli anni a controlli medici, nonchè dalla significativa circostanza che il marito era deceduto proprio per AIDS. Anche qui l'indagine scende nel profondo. L'argomento decisivo è che la donna aveva piena consapevolezza della drammaticità e concretezza del rischio, conclamata dalla morte del marito per la medesima causa.

Nello stesso senso si è espressa la Suprema Corte in altro caso simile (Sez. 5, n. 38388 del 16/04/2012, A.L.N., non massimata). La vicenda riguardava infatti un uomo che, avendo acquisito contezza della propria malattia solo dopo aver trasmesso il virus alla propria partner, si era adoperato affinchè essa non ne venisse a conoscenza, impedendole così di sottoporsi ai necessari esami e alle cure del caso, determinando l'aggravamento e l'irreversibilità del morbo. Si è ritenuta responsabilità dell'imputato a titolo di dolo eventuale per il reato di lesioni gravissime, valorizzando il ricorso a stratagemmi volti a tenere la vittima all'oscuro della propria sieropositività.

La Corte di cassazione ha ritenuto pure corretta la configurazione del dolo eventuale in un caso in cui un uomo, consapevole di essere affetto da tempo da HIV, aveva instaurato una relazione sessuale continuativa con una donna, alla quale non aveva riferito della sua patologia, senza curare alcuna precauzione. L'imputazione di dolo eventuale è stata basata sulla pluralità di rapporti sessuali completi intercorsi per circa due anni e dall'elevata viremia, come reso palese dal ricovero dell'uomo (Sez. 5, n. 8351 del 25/10/2012, dep. 2013, C, Rv. 255214).

48. La guida spericolata o in stato di ubriachezza tra dolo e colpa.

La più recente esperienza giudiziaria ha evidenziato il profilarsi di una nuova contingenza che mette in discussione l'incerto confine tra dolo e colpa: quella della guida spericolata o in stato di ubriachezza seguita dalla causazione di eventi letali. Sebbene si sia in presenza, normalmente, di tipica fattispecie colposa, caratterizzata dalla palese violazione di regole cautelari, in alcuni casi è accaduto che la guida fosse talmente lontana dallo standard dell'ordinaria prudenza da ipotizzare l'accettazione concreta dell'evento che caratterizza il dolo eventuale.

Di ciò la Corte di cassazione ha avuto occasione di occuparsi ripetutamente. In un caso si è considerato che i giudici del merito hanno dato contezza del percorso argomentativo seguito nel configurare una fattispecie colposa: la giovane età del conducente e la sua disponibilità di un veicolo di grossa cilindrata rendevano evidente il quadro di un soggetto spericolato ed eccitato, indotto ad una condotta di guida estremamente imprudente e negligente e intesa a dimostrare la propria sicurezza, la padronanza dell'auto e della strada. Si è considerato che, non essendo provata una volontà diversa, non è possibile ritenere che l'agente abbia voluto l'evento, altrimenti si finirebbe per sostenere l'esistenza di un dolo in re ipsa per il solo fatto della condotta rimproverabile, con conseguente inversione dell'onere della prova (Sez. 4, n. 13083 del 10/02/2009, Bodac, Rv. 242979).

Nei medesimi termini si è espressa altra pronunzia, in un caso in cui un soggetto, guidando ad alta velocità una moto di grossa cilindrata e ponendola in posizione di impennamento, invadeva l'opposta corsia, collidendo con un'altra moto che proveniva dall'opposta direzione. Si è evidenziato che, nonostante la condotta fosse indubbiamente sconsiderata ed imprudente, non ricorrevano tuttavia elementi tali da far ritenere che l'imputato avesse inteso scagliare la sua grossa moto contro qualcuno, accettando - sia pure in forma eventuale - l'incidente lesivo, che avrebbe potuto arrecare danno anche a se stesso (Sez. 4, n. 28231 del 09/07/2009, Montalbano, Rv. 28231).

Di particolare interesse è l'importante sentenza di legittimità (Sez. 4, n. 11222 del 24/03/2010, Lucidi, Rv. 249492) relativa ad un caso in cui l'imputato, benchè privato della patente di guida e alterato a seguito di una lite con la fidanzata, conduceva la sua auto ad alta velocità nel centro abitato di (OMISSIS) in una situazione di traffico intenso e attraversava un incrocio nonostante il semaforo rosso, così cagionando la morte di una coppia di motociclisti.

In primo grado l'imputato era stato condannato per omicidio con dolo eventuale. La sentenza di secondo grado, aveva ritenuto, di contro, che il fatto fosse sussumibile nella diversa ipotesi di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell'evento.

Tale impostazione è stata accolta dalla Suprema Corte che ha proposto recise enunciazioni di principio che devono essere qui brevemente esposte. La pronunzia mette in guardia circa il possibile equivoco che potrebbe annidarsi nella mera ed anodina evocazione del l'accettazione del rischio: l'accettazione non deve riguardare solo la situazione di pericolo posta in essere, ma deve estendersi anche alla possibilità che si realizzi l'evento non direttamente voluto.

Il dolo eventuale è pur sempre una forma di dolo e l'art. 43 cod. pen. richiede non soltanto la previsione, ma anche la volontà di cagionare l'evento, giacchè altrimenti si avrebbe la inaccettabile trasformazione di un reato di evento in reato di pericolo, con la estrema ed improponibile conclusione che ogni qualvolta il conducente di un autoveicolo attraversi col rosso una intersezione regolata da segnalazione semaforica, o non si fermi ad un segnale di stop, in una zona trafficata, risponderebbe, solo per questo, degli eventi lesivi eventualmente cagionati sempre a titolo di dolo eventuale, in virtù della violazione della regola cautelare e della conseguente situazione di pericolo scientemente posta in essere. Si aggiunge che, perchè sussista il dolo eventuale, ciò che l'agente deve accettare è proprio l'evento. E' il verificarsi della morte che deve essere stato accettato e messo in conto dall'agente, pur di non rinunciare all'azione che, anche ai suoi occhi, aveva la seria possibilità di provocarlo. Occorre, quindi, accertare, per ritenere la sussistenza del dolo eventuale, che l'agente abbia accettato come possibile la verificazione dell'evento, non soltanto che abbia accettato una situazione di pericolo genericamente sussistente.

Alla stregua di tali principi la pronunzia analizza il caso:

l'imputato, subito dopo l'urto entrava nel panico ("Oddio, li ho ammazzati") e tale espressione, di rammaricata sorpresa, secondo la Corte, appare difficilmente conciliabile con una comprovata accettazione del rischio concreto di causazione dell'evento; in un contesto in cui, peraltro, dovrebbe ritenersi accettato anche il concomitante rischio di eventi lesivi a proprio danno. In ogni caso, nel dubbio sulla sussistenza di tale elemento psicologico (l'accertamento al riguardo, secondo la regola generale di valutazione della prova, deve sottrarsi ad ogni ragionevole dubbio) il giudice non può che condannare per il fatto colposo, non per quello doloso.

Ad analoghe conclusioni è giunta la Corte (Sez. 4, n. 39898 del 30/07/2012, Giacalone, Rv. 254673), nel caso di un automobilista, il quale, pur versando in condizione di astinenza da assunzione di stupefacenti, aveva causato la morte di quattro pedoni investendoli sul marciapiede, posto che l'agente, benchè conscio di poter causare incidenti in ragione del suo stato mentale, non si era rappresentato l'evento tipico effettivamente realizzato.

Il dolo è stato pure escluso in un caso simile (Sez. 1, n. 20465 del 13/05/2013, Mega, non massimata) in cui l'imputato dopo aver assunto hashish e una pastiglia di ansiolitico, si era messo alla guida di notte cagionando un incidente mortale. Il primo giudice aveva ravvisato il reato di omicidio colposo; la Corte d'appello invece quello di omicidio con dolo eventuale; la pronunzia è stata cassata dalla Suprema Corte. Si è considerato che la sentenza d'appello, nell'intento di dare una risposta giudiziaria ritenuta più adeguata a condotte del tipo di quella oggetto del processo, ha di fatto forzato il confine giuridico tradizionalmente tracciato tra dolo e colpa, tra volontà dell'evento (volontà dell'azione a costo di causare l'evento e quindi volontà - anche - del detto evento) e colpa cosciente (volontà dell'azione nella convinzione che l'evento - sia pur prevedibile - non si verificherà).

Certamente, si aggiunge, la condotta è altamente censurabile, ma non di meno è colposa e non dolosa, non potendosi affermare che l'agente - ove si fosse concretamente rappresentato l'investimento e la morte di un'altra persona (paradossalmente anche di sè stesso) - avrebbe deciso di mettersi alla guida anche a costo di ciò. In realtà allo stato della legislazione il reato è già previsto dall'art. 589 cod. pen., che, nel sanzionare l'omicidio colposo, prevede espressamente l'aggravante del fatto commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale (comma 2) e, nel perimetro della detta aggravante, quella ulteriore (comma 3, n. 2) che riguarda il soggetto che è sotto l'effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope. E il reato, così aggravato, non è di poco conto.

A conclusioni diverse, pur applicando i medesimi principi, in fase cautelare, è giunta, invece, altra pronunzia (Sez. 1, n. 23588 del 30/05/2012, Beti Ilir, non massimata). La vicenda riguardava sempre un gravissimo incidente stradale, nel quale il conducente di un SUV aveva percorso l'autostrada contromano per diversi chilometri e a fortissima velocità andando ad impattare frontalmente contro altro veicolo che procedeva nel giusto senso di marcia, ed aveva cagionato la morte di quattro persone. Anche in tal caso la Corte ha ritenuto adeguatamente motivata l'ordinanza del Tribunale del riesame che aveva ricostruito l'elemento psicologico sulla base di un rigoroso esame del fatto nelle sue concrete modalità esecutive, evidenziando che nel caso di specie non si rinveniva nel comportamento dell'imputato alcun elemento dal quale dedurre che, in qualche modo, egli contava di poter evitare l'evento, perchè ha invece continuato a marciare ad elevatissima velocità per circa dieci minuti senza porre in essere - e questo è il dato più significativo - alcuna manovra che, per quanto spericolata, possa far pensare alla sua intenzione di evitare l'urto con altri veicoli, contando sulla sua abilità.

Nella stessa direzione si colloca altra importante, recente pronunzia di legittimità (Sez. 1, n. 10411 del 01/02/2011, Igniatiuc, Rv.

258021) relativa ad un caso assai controverso. Il primo giudice ha ritenuto colpevole di omicidio volontario e lesioni volontarie l'imputato che, alla guida di un furgone rubato, per sottrarsi al controllo da parte della polizia che lo inseguiva, si dava alla fuga in pieno centro urbano ad una velocità pari a 100-110 chilometri all'ora oltrepassando, senza decelerare, una serie di semafori che segnavano luce rossa nella sua direzione di marcia. Giunto ad una velocità superiore ai centro chilometri ad un incrocio, lo attraversava senza rallentare, sebbene il semaforo segnasse rosso; ed urtava violentemente contro altra auto che in quel momento impegnava lo stesso incrocio cagionando gli eventi lesivi di cui si è detto.

Nel caso di specie, una pluralità di elementi (l'elevatissima velocità serbata dall'imputato; il numero degli incroci impegnati prima dell'impatto mortale, sebbene il semaforo segnasse la luce rossa; le caratteristiche del furgone, del peso accertato di due tonnellate; le particolari condizioni di luogo in cui era avvenuto il fatto; la situazione del traffico ancora intenso erano univocamente indicativi del fatto che l'agente si era rappresentato di poter cagionare con il suo comportamento un incidente anche con esiti mortali, ma aveva accettato il rischio della sua verificazione, pur di sottrarsi al controllo della Polizia.

La Corte di assise di appello non ha condiviso tale decisione: si assume che essa sembra far derivare dal grave grado di colpa insito nella condotta di guida dell'imputato la prova della previsione dell'evento.

Tale valutazione è stata censurata dalla Suprema Corte. Si è affermato che il criterio distintivo tra dolo eventuale e colpa cosciente deve essere ricercato sul piano della volizione. Nel dolo eventuale il rischio deve essere accettato a seguito di una Deliberazione con la quale si subordina consapevolmente un determinato bene ad un altro. L'autore del reato, che si prospetta chiaramente il fine da raggiungere e coglie la correlazione che può sussistere tra il soddisfacimento dell'interesse perseguito e il sacrificio di un bene diverso, effettua in via preventiva una valutazione comparata tra tutti gli interessi in gioco - il suo e quelli altrui - e attribuisce prevalenza ad uno di essi. L'obiettivo intenzionalmente perseguito per il soddisfacimento di tale interesse preminente attrae l'evento collaterale, che viene dall'agente posto coscientemente in relazione con il conseguimento dello scopo perseguito. Non è quindi sufficiente la previsione della concreta possibilità di verificazione dell'evento lesivo, ma è indispensabile l'accettazione, sia pure in forma eventuale, del danno che costituisce il prezzo (eventuale) da pagare per il conseguimento di un determinato risultato.

La delicata linea di confine tra il dolo eventuale e la colpa cosciente e l'esigenza di non svuotare di significato la dimensione psicologica dell'imputazione soggettiva, connessa alla specificità del caso concreto, impongono al giudice di attribuire rilievo centrale al momento dell'accertamento e di effettuare una penetrante indagine in ordine al fatto unitariamente inteso, alle sue probabilità di verificarsi, alla percezione soggettiva della probabilità, ai segni della percezione del rischio, ai dati obiettivi capaci di fornire una dimensione riconoscibile dei reali processi interiori e della loro proiezione finalistica. La pronunzia scende a concretamente indicare gli elementi di giudizio da ponderare, ponendoli in correlazione logica fra loro: le modalità e la durata dell'inseguimento; il lasso di tempo intercorso tra l'inizio dello stesso e la sua trasformazione in mero controllo a distanza del furgone rubato; le complessive modalità della fuga e la sua protrazione pur dopo che la Polizia aveva adottato una differente tipologia di vigilanza; le caratteristiche tecniche del mezzo rubato in rapporto a quanto in esso contenuto; la conseguente energia cinetica in relazione alla velocità serbata; le caratteristiche degli incroci impegnati con luce semaforica rossa prima del raggiungimento di quello in cui si verificò l'urto; la conformazione dei luoghi; l'assenza di tracce di frenata o di elementi obiettivamente indicativi di tentativi di deviazione in rapporto al punto d'impatto; il comportamento serbato dall'imputato dopo la violenta collisione, consistito in un estremo tentativo di fuga.

L'impostazione delineata è stata poi confermata, successivamente al giudizio di rinvio, da questa Corte (Sez. 5, n. 42973 del 27/09/2012, Ignatiuc, Rv. 258022).

49. L'assenza di "movente".

L'apparente assenza di una tangibile, plausibile motivazione determina una situazione tra le più intense e meno facilmente risolubili. Qui, infatti, si ha un'enorme difficoltà a capire il senso degli accadimenti; ad investigare la sfera interiore; a sceverare i tratti del dolo, anche quello più tenue ed eventuale.

Il tema del movente e la regola di giudizio da applicare nei casi dubbi si è drammaticamente posto in un noto caso giudiziario: una pistola viene manovrata alla finestra di un istituto universitario quando viene esploso un colpo che colpisce ed uccide una ragazza che passa in strada. La Corte d'assise, da atto che le ipotesi ricostruttive hanno sin dall'inizio ondeggiato tra dolo e colpa; tra accettazione del rischio, visto che l'arma era stata puntata ad altezza d'uomo, ed esplosione accidentale di un colpo. Essa perviene alla conclusione che i dubbi non sono stati sciolti. "Possibile che l'imputato abbia con coscienza e volontà, agendo con dolo, premuto il grilletto dell'arma per uccidere o accettando il rischio di uccidere alla presenza di numerosi testimoni? La risposta è negativa perchè le risultanze processuali non danno la prova dell'accordo scellerato tra lo sparatore ... e gli altri presenti. Da tutti questi elementi considerati in sè e nella loro globalità, s'inferisce la possibilità che l'imputato non fosse consapevole di maneggiare un'arma carica ... anzi sembra desumersi che maneggiò con imprudenza, negligenza, imperizia un'arma, ma senza sapere che era carica. Si potrebbe replicare che l'imputato .... ben era in grado di rendersi conto se l'arma era carica, nonchè di valutare il pericolo della pistola, regolandosi di conseguenza .... Ma in questo appunto risiede l'essenza dell'addebito colposo che si muove all'imputato. In definitiva, gli elementi a sostegno dell'una o dell'altra ipotesi finiscono per equivalersi: in tal caso opera il canone della scelta più favorevole all'imputato. Per questo va affermata la responsabilità in ordine al reato di omicidio colposo " (Ass. Roma, 13 settembre 1999, Scattone). Tale approccio è stato confermato dalle successive pronunzie. Il caso è colmo di insegnamenti:

l'ondeggiamento tra dolo e colpa; la necessità della lettura coordinata delle emergenze indiziarie di segno opposto; infine, l'attribuzione di peso preponderante all'assenza di una riconosciuta motivazione nel senso dell'offesa anche indirettamente volontaria; ed al principio di favore per l'imputato.

Tale situazione di assenza di motivazione congrua si è mostrato pure in altro discusso caso giudiziario. Un agente di polizia aveva sparato in direzione dell'auto in cui si trovavano alcuni giovani che avevano partecipato ad una rissa per ragioni sportive e che si stavano dando alla fuga; ed aveva colpito mortalmente uno dei fuggitivi. Il primo giudice ha individuato il movente dell'intervento di polizia nel proposito di fermare ed identificare i giovani in considerazione della loro condotta illecita; ed ha considerato "veramente arduo" ipotizzare che un tale risultato potesse essere perseguito con tale accanimento da mettere in conto anche l'evento letale. La morte si poneva come risultato incongruo rispetto alle finalità dell'intervento di polizia. Tale apprezzamento è stato successivamente ribaltato in appello. La Suprema Corte ha affermato che il movente è la causa psichica della condotta umana e lo stimolo che induce l'individuo ad agire e, perciò, è distinto dal dolo che è l'elemento costitutivo del reato e riguarda la sfera della rappresentazione e volizione dell'evento. Le cause psichiche dell'agire umano, poi, non sono necessariamente razionali, ma al contrario sono aperte alle ispirazioni e impulsi più vari e misteriosi, insondabili come la complessità dell'animo umano.

Correttamente, dunque, la Corte territoriale aveva tenuto distinto, nel caso in esame, il movente con la sua apparente irrazionalità, attinente al foro interno dell'agente conoscibile solo nella misura in cui trovi riscontro in una rappresentazione esterna, dal dolo quale elemento psicologico del fatto reato storicamente accaduto e, perciò, fenomenicamente rilevabile, escludendo che dall'irrazionalità del primo potesse dedursi l'inesistenza del secondo e l'involontarietà della stessa condotta (Sez. 1, n. 31449 del 14/02/2012, Spaccarotella, Rv. 254143). Si è qui in presenza di una pronunzia, isolata, che svaluta l'analisi del tratto interno dell'agire umano e trae esclusivo elemento di giudizio da una asserita e non meglio chiarita rilevabilità "fenomenologica" del dolo.

50. Considerazioni conclusive su dolo eventuale e colpa cosciente.

La disamina di alcuni casi difficili affrontati da questa Corte rende chiaro, ben oltre qualsiasi disquisizione teoretica, che la giurisprudenza, quando il contesto è davvero controverso, predilige l'approccio volontaristico e si dedica con grande attenzione alla lettura dei dettagli fattuali che possono orientare alla lettura del moto interiore che sorregge la condotta. Anche in forza di tale considerazione riassuntiva è ora possibile tentare di tirare le fila.

Un dato testuale desunto dall'art. 43 cod. pen. è sicuramente decisivo per discernere tra dolo e colpa: l'essere o non essere della volontà. Noi non sappiamo esattamente cosa sia la volontà: la psicologia e le neuroscienze hanno fino ad ora ha fornito informazioni e valutazioni incerte, discusse, allusive. Tuttavia, la comune esperienza interiore ci indica in modo sicuro che nella nostra vita quotidiana sviluppiamo continuamente processi decisionali, spesso essenziali per la soluzione di cruciali contingenze esistenziali: il pensiero elaborante, motivato da un obiettivo, che si risolve in intenzione, volontà.

Sappiamo pure che tali processi hanno un andamento assai variabile: a volte brevi ed impulsivi; a volte lunghi, complessi, segnati dalla ponderazione di diversi elementi spesso di segno opposto, di informazioni di vario genere. Tale andamento culmina in un ineffabile momento decisorio in cui ci si determina ad agire o meno in vista di un determinato conseguimento. L'esperienza interiore ci insegna inoltre che i fattori di tale processo sono eterogenei, multiformi, alcuni maggiormente connotati in chiave emotiva, altri frutto di analisi razionale.

Tale andamento si conclama nel dolo intenzionale, diretto verso uno scopo. Qui solitamente la condotta mostra la volontà finalistica senza incertezze e nessuna speciale indagine è richiesta. Diversa la situazione nel dolo diretto: il momento cognitivo in ordine agli elementi di fattispecie ed alle conseguenze del proprio agire è talmente netto che dal solo fatto di tenere una certa condotta sulla base di alcune informazioni sullo sviluppo degli accadimenti si inferisce, normalmente, una determinazione nel senso dell'offesa del bene giuridico protetto. Come si vede, si è in presenza di una sfera dell'agire umano dominata dalla rappresentazione. Il dolo, id est la volontà, è documentato dalla conoscenza delle conseguenze, dalla rappresentazione appunto. Si delinea così una figura giuridica distinta dal punto di vista strutturale, cui correttamente dottrina e giurisprudenza hanno riconosciuto, con sforzo analitico, una identità propria.

Assai più complessa ed oscura è la contingenza che si designa come dolo eventuale, caratterizzata, come si è visto dall'accettazione delle possibili conseguenze collaterali, accessorie delle proprie condotte. Qui il momento rappresentativo riguarda un evento dal coefficiente probabilistico non tanto significativo da risolvere il dubbio sull'essere o meno dell'atteggiamento doloso.

Nè vi sono segni tangibili, significativi, che consentano di inferire subitaneamente e chiaramente la direzione della volontà, l'andamento del processo decisionale, l'atteggiamento psichico rispetto all'evento illecito non direttamente voluto ma costituente conseguenza concretamente possibile della propria condotta. Tale evento collaterale non è propriamente oggetto di volizione. Il quadro è senza dubbio aperto all'incertezza e richiede di definire quale sia, in tali contingenze, l'atteggiamento psichico rispetto all'evento collaterale che possa essere considerato equivalente della volontà, ad essa assimilabile; in modo che, come è stato suggestivamente suggerito, si riveli una diversa declinaziorie del concetto di volontà entro un unitario nucleo di senso capace di conservare a ciascuna delle configurazioni del dolo un "analogo concetto di volontà".

Il dolo eventuale deve dunque essere configurato in guisa tale che possa esser letto sensatamente e senza forzature come una forma di colpevolezza dolosa; in ossequio al fondante principio di legalità.

Senza dubbio l'istituto è fortemente modellato dalle esigenze del diritto ed è dunque più normativo di altri. Esso, come si è già accennato, costituisce una costante criminologica, corrisponde a storiche ed immutate istanze di punizione di comportamenti che, per l'adesione che comportano alla prospettiva della verificazione dell'evento, sono comunemente ritenuti riprovevoli e meritevoli di giuridica sanzione.

D'altra parte, come pure si e accennato, il dolo eventuale è nato per corrispondere ad esigenze analitiche, garantiste; per sottrarre la fenomenologia di cui ci si occupa all'oscuro maneggio di risalenti istituti dai contorni deliberatamente offuscati, indefiniti, funzionali ad una pronta e sommaria azione punitiva, come il dolus generalis ed il dolus indirectus. Tale sforzo analitico deve essere rammentato ed attualizzato. Diverse istanze pertinenti ai livelli più alti e fondanti della scienza penalistica impongono di prendere atto della necessità di tale pur incerta figura; ed al contempo di definirla, circoscriverla entro confini ristretti e chiari, in modo che sicura e prevedibile ne sia l'applicazione. Su ciò si tornerà.

Uno dei modi classici per segnare i tratti ed i confini del dolo eventuale è quello di confrontarlo con le figure ad esso più vicine: il dolo diretto e la colpa cosciente. La prima distinzione è teoricamente chiara; anche se, come si è visto non risulta unanimemente definito il livello di probabilità dell'evento dal quale si possa inferire immediatamente il dolo. Di ciò si è detto.

Qui occorre considerare che in ogni caso il coefficiente probabilistico assai spesso non è misurabile; o non è talmente elevato da potersene inferire in modo tranquillante il dolo. Perciò, quanto più ci si avventura in ambiti incerti, tanto più penetrante ha da essere la valutazione coordinata di tutte le contingenze del caso alla ricerca del tratto volontaristico che contrassegna la colpevolezza dolosa.

Ben più complessa è l'individuazione della linea di confine tra dolo eventuale e colpa cosciente. Anticipando le conclusioni, per conferire chiarezza al discorso occorre subito dire che, posto in tali termini, il problema potrebbe generare qualche fraintendimento.

L'idea di un tratto di confine potrebbe infatti indurre a pensare erroneamente che tra l'una e l'altra figura vi sia, in linea di principio, una sfumata continuità. In realtà non è proprio così.

Dolo e colpa sono forme di colpevolezza radicalmente diverse, per certi versi antitetiche. Alla luce di tale diversità va pure letta la distinzione di cui si discute. Si vuol dire che le due figure, il dolo eventuale e colpa cosciente, appartengono a due distinti universi e da tale radicale diversità delle categorie al cui interno si collocano traggono gli elementi che le caratterizzano e le distinguono. Tanto per chiarire subito ciò che si intende dire e sottrarre la disamina ai fumi dell'astrattezza: la struttura della previsione è diversa; diverso è l'evento; diverso è lo scenario dell'agire umano; diverso infine è l'animus. Su ciò si tornerà diffusamente più avanti.

Tali preliminari enunciazioni aiutano a spiegare le molteplici ragioni critiche che inficiano la pur accreditata ed autorevole dottrina, spesso recepita dalla giurisprudenza, che individua nella colpa cosciente una previsione seguita da una controprevisione, cioè da una previsione negativa circa la verificazione dell'evento; e nel dolo eventuale, per conseguenza, un dubbio irrisolto.

Di alcune diffuse e condivise ragioni si è già detto. E' sufficiente rammentare che il Codice parla, a proposito della colpa cosciente, di reale previsione dell'evento e non fa per nulla cenno al processo di negazione dell'accadimento elaborato dall'indirizzo che si critica.

Inoltre, la teoria sottende una non realistica semplificazione ed idealizzazione della realtà: un agente che lucidamente analizza, discerne e si persuade nel senso della negazione dell'evento. Si tratta di una visione delle cose molto lontana dalla varietà delle contingenze che si verificano nella vita. Essa è certamente valida nel caso di scuola del lanciatore di coltelli, ma non nelle mille sfumate irripetibili contingenze del reale; tanto più nel mondo spesso buio, opaco, subliminale della colpa. Qui la sconsideratezza, la superficialità, l'irragionevolezza accreditano forme di previsione sommarie ed irrisolte, buone per la colpa ma non per il dolo.

Le cose non mutano guardandole nella prospettiva del dolo eventuale:

secondo la teoria in esame esso si configurerebbe tutte quante volte l'agente si determini in presenza di un dubbio irrisolto circa la verificazione dell'evento e quindi in presenza delle mera percezione di una situazione rischiosa. Una tale soluzione interpretativa svuota tale imputazione soggettiva di ogni reale contenuto volitivo che coinvolga la relazione tra condotta ed evento; la allontana in modo inaccettabile dalla categoria del dolo come atto di volontà; da luogo ad una sorta di presunzione. Certamente il dubbio accredita l'ipotesi di un agire che implichi una qualche adesione all'evento, ma si tratta appunto solo di un'ipotesi che deve confrontarsi con tutte le altre contingenze del caso concreto. Tale principio, del resto, è stato già espresso dalle Sezioni Unite (Sez. U, Nocera) e da diverse pronunzie di legittimità. Si è affermato che il dubbio descrive una situazione irrisolta, di incertezza, che appare difficilmente compatibile con una presa di posizione volontaristica in favore dell'illecito, con una decisione per l'illecito; ma ove concretamente superato, avendo l'agente optato per la condotta anche a costo di cagionare l'evento, volitivamente accettandolo quindi nella sua prospettata verificazione, lascia sussistere il dolo eventuale (Sez. 1, n. 30472 del 11/07/2011, Braidic, Rv. 251484; Sez. 4, n. 36399 del 05/09/ 2013, M., Rv. 256342).

Dunque, ciò che risulta dirimente è, infine, un atteggiamento psichico che indichi una qualche adesione all'evento per il caso che esso si verifichi quale conseguenza non direttamente voluta della propria condotta. Il contrario avviso trascura, come è stato considerato dalla più attenta dottrina, che chi agisce dubitando a volte si determina in condizioni di irrazionalità motivazionale, oppure versa in uno stato di opacità che rapporta il rimprovero giuridico alla sfera della colpa.

In breve, la previsione dell'evento può essere ben diversa nel dolo eventuale e nella colpa cosciente; e ciò costituisce il riflesso della diversità di fondo tra colpevolezza dolosa e colpevolezza colposa. Nel dolo si è in presenza dell'agire umano ordinato, organizzato, finalistico. Un processo intellettuale che, lungamente elaborato o subitaneamente sviluppatosi e concluso, sfocia pur sempre in una consapevole decisione che determina la condotta antigiuridica.

Qui il rimprovero giuridico coglie la scelta d'azione, o d'omissione, che si dirige nel senso della offesa del bene giuridico protetto. Il dolo, come si è già accennato, esprime la più intensa adesione inferiore al fatto, costituisce la forma fondamentale, generale ed originaria di colpevolezza; la più diretta contrapposizione all'imperativo della legge. Tale atteggiamento di contrapposizione alla legge giustifica, conviene rammentarlo, un trattamento sanzionatorio ben più severo di quello riservato ai comportamenti meramente colposi.

Se così è, ne consegue che nel dolo non può mancare la puntuale, chiara conoscenza di tutti gli elementi del fatto storico propri del modello legale descritto dalla norma incriminatrice. In particolare, le istanze di garanzia in ordine al rimprovero caratteristico della colpevolezza dolosa richiedono che l'evento oggetto della rappresentazione appartenga al mondo del reale, costituisca una prospettiva sufficientemente concreta, sia caratterizzato da un apprezzabile livello di probabilità. Solo in riferimento ad un evento così definito e tratteggiato si può istituire la relazione di adesione interiore che consente di configurare l'imputazione soggettiva. In breve, l'evento deve essere descritto in modo caratterizzante e come tale deve essere oggetto, di chiara, lucida rappresentazione; quale presupposto cognitivo perchè possa, rispetto ad esso, configurarsi l'atteggiamento di scelta d'azione antigiuridica tipica di tale forma d'imputazione soggettiva.

La colpevolezza colposa è tutt'altra cosa. Tale figura, per vero, è entrata nel mondo governato dal principio di colpevolezza da un tempo relativamente breve, quale frutto di una complessa speculazione teoretica cui la Suprema Corte ha nel complesso prestato adesione (amplius p. 25). Essa rimane, però, figura accentuatamente normativa ed assai ben distinta, sotto ogni riguardo, rispetto al dolo. Ne è testimonianza lo storico fallimento dei tentativi di configurare un concetto unitario di colpevolezza su base psicologica: nella colpa tale base solitamente manca o è insignificante. La figura è opaca, umbratile, fatta più di pieni che di vuoti, caratterizzata immancabilmente, al fondo, da qualcosa che è mancato; bisognosa di eterointegrazione, generata da regole cautelari o da conoscenze scientifiche o tecniche.

E' pur vero che il codificatore ha ritenuto di configurare nella colpa, accanto all'istanza di prevedibilità dell'evento, implicitamente postulata da tale istituto, anche la situazione di concreta previsione dell'esito antigiuridico che caratterizza la colpa cosciente. Orbene, come è stato del resto mostrato da acuta dottrina, è chiaro che si è in presenza di una situazione distinta e più grave rispetto a quella della colpa incosciente. Tuttavia è necessario che tale previsione sia letta traendo ispirazione dall'essenza della colpa, al cui interno deve restare saldamente insediata; per evitare confondimenti con i distinti e già indicati connotati della colpevolezza dolosa.

Occorre allora partire dalla già evocata connessione tra regola cautelare ed evento. L'evento, si è visto, deve costituire concretizzazione del rischio che la cautela era chiamata a governare.

Dal punto di vista soggettivo per la configurabilità del rimprovero è sufficiente che tale connessione tra la violazione delle prescrizioni recate delle norme cautelari e l'evento sia percepibile, riconoscibile dal soggetto chiamato a governare la situazione rischiosa. Nella colpa cosciente si verifica una situazione più definita: la verificazione dell'illecito da prospettiva teorica diviene evenienza concretamente presente nella mente dell'agente; e mostra per così dire in azione l'istanza cautelare. L'agente ha concretamente presente la connessione causale rischiosa; il nesso tra cautela ed evento. L'evento diviene oggetto di una considerazione che disvela tale istanza cautelare, ne fa acquisire consapevolezza soggettiva. Di qui il più grave rimprovero nei confronti di chi, pur consapevole della concreta temperie rischiosa in atto, si astenga dalle condotte doverose volte a presidiare quel rischio. In questa mancanza, in questa trascuratezza, è il nucleo della colpevolezza colposa contrassegnata dalla previsione dell'evento: si è, consapevolmente, entro una situazione rischiosa e per trascuratezza, imperizia, insipienza, irragionevolezza o altra biasimevole ragione ci si astiene dall'agire doverosamente. Tale situazione è tutt'affatto diversa da quella prima delineata a proposito della puntuale conoscenza del fatto quale fondamento del rimprovero doloso, basato, lo si rammenta ancora, sulla positiva adesione all'evento collaterale che, ancor prima che accettato, è chiaramente rappresentato. D'altra parte tale connotazione della consapevolezza colposa allontana ulteriormente l'idea irrealistica costituita dal processo di previsione e controprevisione o previsione negativa. Non è per nulla escluso che tale situazione possa in qualche caso verificarsi, ma essa non è un tratto fondante, immancabile, della previsione dell'evento che caratterizza l'aggravante.

Tale differenza di contesto e di senso giustifica da un lato una diversa descrizione dell'evento (al tema si è fatto cenno sopra al p. 25) e dall'altro forme di consapevolezza della sfera fattuale diverse e più sfumate rispetto a quella propria dell'ambito doloso.

E' sufficiente che l'evento esprima la concretizzazione del rischio cautelato dalla norma prevenzionistica. Rispetto a tale evento la rappresentazione, nella colpa, occorre ribadirlo, può ben essere vaga ed alquanto sfumata, pur preservando i tratti essenziali che connettono causalmente la violazione cautelare con l'evento medesimo.

Le più volte ripetute sottolineature delle differenze tra dolo eventuale e colpa cosciente consentono di rimarcare ulteriormente la fallacia dell'opinione che identifica il dolo eventuale con l'accettazione del rischio. L'espressione è tra le più abusate, ambigue, non chiare, dell'armamentario concettuale e lessicale nella materia in esame. La si vede utilizzata in giurisprudenza in forma retorica quale espressione di maniera, per coprire le soluzioni più diverse. Essa, come si è visto, è alla base dell'argomentazione proposta dal Procuratore Generale.

Al riguardo è possibile porre alcune radicali enunciazioni critiche.

In primo luogo trovarsi in una situazione di rischio, avere consapevolezza di tale contingenza e pur tuttavia regolarsi in modo malaccorto, trascurato, irrazionale, senza cautelare il pericolo, è tipico della colpa che, come si è visto, è malgoverno di una situazione di rischio e perciò costituisce un distinto atteggiamento colpevole, rimproverabile. Inoltre, il Codice stabilisce nel dolo una essenziale relazione tra la volontà e la causazione dell'evento: qui è il nucleo sacramentale dell'istituto. Un atteggiamento interno in qualche guisa ad esso assimilabile va rinvenuto pure nel dolo eventuale. In tale figura, come si è accennato, non vi è finalismo, non vi è rappresentazione di un esito immancabile o altamente probabile, in breve, traspare poco della sfera interna, non vi è volontà in azione, esteriorizzata. Si tratta allora di andare alla ricerca della volontà o meglio di qualcosa ad essa equivalente nella considerazione umana, in modo che possa essere sensatamente mosso il rimprovero doloso e la colpevolezza quindi si concretizzi. Tale essenziale atteggiamento difetta assolutamente nella mera accettazione del rischio, che trascura l'essenziale relazione tra condotta volontaria ed evento; e, come è stato osservato, finisce col trasformare gli illeciti di evento in reati di pericolo.

Risulta del tutto chiaro a questo punto che la dottrina e la giurisprudenza che valorizzano la rilevanza della volontà e della sua ricerca anche nell'ambito della figura di cui si discute colgono nel segno; e che il momento dell'accertamento, pur essendo analiticamente distinto dalla struttura e dall'oggetto della fattispecie, tende a compenetrarvisi e ad assumere un ruolo in concreto cruciale. Si vuol dire che tutto ciò che si è sin qui esposto risulterebbe una pura esercitazione verbale se non si riuscisse a dire chiaramente cosa esattamente sia l'evocato atteggiamento psichico e come esso possa essere accertato.

Muovendosi nella sfera interiore è chiaro che entra in campo il paradigma indiziario. In breve si cercano sulla scena i segni dai quali inferire la sicura accettazione degli effetti collaterali della propria condotta. Sovviene a tale riguardo quanto sin qui esposto sui processi decisionali, nei quali agiscono diversi fattori emotivi e razionali. Si tratterà, nei limiti del possibile, di tentare di spiegare l'accaduto, di ricostruire l'iter decisionale, di intendere i motivi che vi hanno agito, di cogliere, insomma, perchè ci si è determinati in una direzione. Occorrerà comprendere se l'agente si sia lucidamente raffigurata la realistica prospettiva della possibile verificazione dell'evento concreto costituente effetto collaterale della sua condotta, si sia per così dire confrontato con esso e infine, dopo aver tutto soppesato, dopo aver considerato il fine perseguito e l'eventuale prezzo da pagare, si sia consapevolmente determinato ad agire comunque, ad accettare l'eventualità della causazione dell'offesa.

Naturalmente, tale ordine di idee può essere espresso in molti, sfumati modi e le teorie volontaristiche di cui si è sopra dato conto, al fondo, non differiscono molto tra loro se guardate con l'occhio della giurisprudenza, attenta più alle questioni di fondo che alle pur sapienti ed accurate varianti stilistiche. Ciò che è di decisivo rilievo è che si faccia riferimento ad un reale atteggiamento psichico che, sulla base di una chiara visione delle cose e delle prospettive della propria condotta, esprima una scelta razionale; e, soprattutto, che esso sia rapportato allo specifico evento lesivo ed implichi ponderata, consapevole adesione ad esso, per il caso che abbia a realizzarsi.

Non rilevano invece, in quanto tali, gli atteggiamenti della sfera emotiva, gli stati d'animo. L'ottimismo ed il pessimismo, la speranza, naturalmente, non hanno un ruolo significativo nell'indagine sull'atteggiamento interno in rapporto alla direzione della condotta verso l'offesa del bene giuridico. Risulta però spesso interessante comprendere le ragioni che hanno determinato la speranza o altro atteggiamento emotivo. E dunque non può neppure dirsi che la considerazione della sfera emotiva sia del tutto estranea al nostro tema. Di ciò ci si occuperà nel prosieguo.

Lo stesso stato di dubbio irrisolto, conviene ripeterlo, non risolve il problema del dolo eventuale: indica un indizio, ma è pur sempre necessario dimostrare che lo stato d'incertezza sia accompagnato dalla già evocata, positiva adesione all'evento; dalla scelta di agire a costo di ledere l'interesse protetto dalla legge.

Ciò che è di decisivo rilievo è che nella scelta d'azione sia ravvisabile una consapevole presa di posizione di adesione all'evento, che consenta di scorgervi un atteggiamento ragionevolmente assimilabile alla volontà, sebbene da essa distinto:

una volontà indiretta o per analogia, si potrebbe dire. In questo risiede propriamente la rimproverabilità, la colpevolezza dell'atteggiamento interno che si denomina dolo eventuale.

Il Collegio ha la consapevolezza che, sebbene nelle enunciazioni che precedono vi sia una presa di posizione ed una risposta di principio alle questioni sul tappeto, sovente le formule della teoria vengono distorte più o meno consapevolmente nella prassi: è il lato oscuro del diritto penale. Vi è quindi necessità di affrontare analiticamente il tema della prova del dolo eventuale, anche alla luce dei casi topici che, a tal fine, sono stati esposti in precedenza con qualche ricchezza di dettaglio.

51. Gli indizi o indicatori del dolo eventuale.

Come si è visto, dovendosi indagare la sfera interiore, l'indagine sul dolo eventuale si colloca sul piano indiziario. Va subito aggiunto, però, che tali indizi o indicatori non incarnano la colpevolezza, ma servono a ricostruire il processo decisionale ed i suoi motivi e particolarmente il suo culmine che, come si è visto, si realizza con l'adozione di una condotta che si basa sulla nitida, ponderata consapevolezza della concreta prospettiva dell'evento collaterale; e si traduce in adesione a tale eventualità, quale prezzo o contropartita accettabile in relazione alle finalità primarie. Gli indizi, insomma, sono al servizio del giudizio che si risolve nel peculiare rimprovero doloso di cui ci si occupa.

Per sottrarre l'argomentazione al rischio dell'astrattezza conviene analizzare alcuni indicatori, anche in rapporto alla loro utilizzazione in ambito giurisprudenziale.

51.1. La condotta che caratterizza l'illecito ha un determinante rilievo negli illeciti di sangue, che costituiscono il classico paradigma della fattispecie. Se ne è vista una rassegna giurisprudenziale: le caratteristiche dell'arma, la ripetizione dei colpi, le parti prese di mira e quelle colpite, sono importanti, nella prospettiva del dolo eventuale, quando non si è in presenza della elevata probabilità di verificazione dell'evento che contrassegna il dolo diretto. Ma si tratta della parte più nota e meno interessante del nostro tema.

51.2. Rileva pure, negli ambiti governati da discipline cautelari, la lontananza della condotta standard. Quanto più grave ed estrema è la colpa tanto più si apre la strada ad una cauta considerazione della prospettiva dolosa. Si tratta della situazione che caratterizza la più recente esperienza giuridica di cui si è dato sopra conto.

Emblematico il contesto della circolazione stradale. Qui è naturale pensare allo schema normativo della colpa cosciente; e questa è stata infine la soluzione accreditata dalla giurisprudenza della Suprema Corte. L'opposta soluzione nel senso del dolo eventuale ha preso corpo in alcuni casi davvero peculiari nei quali l'agente ha mostrato una determinazione estrema, la volontà di correre, per diverse ragioni, rischi altissimi senza porre in essere alcuna misura per tentare di governare tale eventualità; in breve ha realmente, tangibilmente accettato l'eventualità della verificazione dell'evento illecito.

51.3. La personalità, la storia e le precedenti esperienze talvolta indiziano la piena, vissuta consapevolezza delle conseguenze lesive che possono derivare dalla condotta; e la conseguente accettazione dell'evento. Nel caso della donna che aveva trasmesso il virus HIV al partner, vi era l'esperienza di un evento analogo che aveva colpito il precedente compagno, conducendolo alla morte. Il peso di una così drammatica circostanza è con tutta evidenza capace di orientare la lettura in chiave dolosa dei ripetuti, successivi contatti sessuali.

Ma l'esperienza può assumere significato in senso contrario. Il lanciatore di coltelli, forte della consumata abilità comprovata da mille prove, non mette in conto di colpire il bersaglio umano.

Parimenti il pilota d'auto temprato da molte gare affronta fiducioso rischi maggiori di un conducente ordinario: confida che l'abilità acquisita lo aiuterà in eventuali contingenze critiche.

La personalità, esaminata in concreto e senza categorizzazioni moralistiche, può mostrare le caratteristiche dell'agente, la sua cultura, l'intelligenza, la conoscenza del contesto nel quale sono maturati i fatti; e quindi l'acquisita consapevolezza degli esiti collaterali possibili. Insomma, essa ha un peso indiscutibile, soprattutto nell'ambito del profilo conoscitivo del dolo.

Nel caso, cui si è già fatto cenno, dell'uomo che trasmette alla moglie il virus HIV, il dolo è stato infine escluso facendo leva sul basso livello culturale e sull'incompleta comprensione delle drammatiche conseguenze delle sue azioni.

Parimenti la personalità immatura del giovane che furoreggia in moto è più verosimilmente compatibile con la colpa che col dolo eventuale.

51.4. La durata e la ripetizione della condotta. Un comportamento repentino, impulsivo, accredita l'ipotesi di un'insufficiente ponderazione di certe conseguenze illecite. In generale la bravata e l'atto compiuto d'impulso in uno stato emotivo alterato indiziano un atteggiamento di grave imprudenza piuttosto che la volontaria accettazione della possibilità che si verifichino eventi sinistri.

Per contro, una condotta lungamente protratta, studiata, ponderata, basata su una completa ed esatta conoscenza e comprensione dei fatti, apre realisticamente alla concreta ipotesi che vi sia stata previsione ed accettazione delle conseguenze lesive.

Sempre a proposito del contagio del virus HIV, la frequenza dei rapporti sessuali non solo incrementa le probabilità, ma mostra solitamente un atteggiamento risoluto, determinato. Lo si è visto nella giurisprudenza esaminata: nel caso di rapporti lungamente protratti con la partner tale significativo dato indiziario aveva inizialmente condotto all'affermazione di responsabilità per dolo eventuale. Tale dato, lungi dall'essere svalutato nel prosieguo del giudizio, è stato ritenuto sopravanzato da carenze culturali e da altre discusse contingenze cui si è qui sopra fatto cenno. Si tratta di uno dei casi più controversi dell'esperienza giuridica in materia.

51.5. La condotta successiva al fatto.

La fattiva e spontanea opera soccorritrice può aver peso nell'accreditare un atteggiamento riconducibile alla colpa e non al dolo eventuale.

Per contro, l'estremo tentativo di fuga del ladro, pur dopo il disastroso urto mortale, mostra appieno la estrema determinazione del tentativo di sottrarsi a qualunque costo all'intervento di polizia; e dunque l'adesione alla drammatica prospettiva poi realizzatasi.

All'opposto, lo stupore del giovane che si avvede di aver investito i ciclomotoristi mostra in modo alquanto pregnante l'assenza di previsione ed accettazione di quell'esito estremo.

51.6. Il fine della condotta, la sua motivazione di fondo; e la compatibilità con esso delle conseguenze collaterali, cioè la congruenza del "prezzo" connesso all'evento non direttamente voluto rispetto al progetto d'azione. Il tema è cruciale, interessa direttamente il processo in esame e sarà ripreso più avanti.

51.7. La probabilità di verificazione dell'evento. Si è visto che la certezza o l'elevata probabilità dell'esito antigiuridico accreditano il dolo diretto. Ma, come si è già esposto, nei contesti della giurisprudenza il coefficiente probabilistico non è quasi mai misurabile. Si compiono valutazioni di massima. Allora, se è lecito riferirsi alla probabilità dell'evento come ad un indicatore significativo, un approccio sensato al problema induce senz'altro ad affermare che, quanto più ci si allontana dall'umana certezza sui sentieri incerti della probabilità, tanto più il giudice attento a cogliere le movenze dell'animo umano deve investigare profondamente lo scenario complessivo per scorgervi i segni di un atteggiamento riconducibile alla sfera del volere. Mai dimenticando che la probabilità non va considerata in astratto, ma sogguardata dal punto di vista dell'agente, della percezione che questi ne ha avuta.

51.8. Le conseguenze negative o lesive anche per l'agente in caso di verificazione dell'evento. Si tratta di un tema ricorrente nell'infortunistica stradale, che accredita fortemente l'ipotesi colposa. Tale indirizzo è stato ribaltato, come si è visto solo in situazioni estreme, in presenza di concrete emergenze che conducevano a ritenere che le motivazioni dell'elevata velocità e le peculiarità della condotta di guida implicavano l'accettazione dell'eventualità di subire conseguenze personali negative, dando così consistenza dolosa all'azione.

51.9. Il contesto lecito o illecito. Una situazione illecita di base indizia più gravemente il dolo, mentre un contesto lecito solitamente mostra un insieme di regole cautelari ed apre la plausibile prospettiva dell'errore commesso da un agente non disposto ad accettare fino in fondo conseguenze che lo collocano in uno stato di radicale antagonismo rispetto all'imperativo della legge, tipico del dolo. Naturalmente tale criterio, al pari del resto di tutti gli altri cui si è fatto riferimento, va utilizzato con cautela, ed in accordo con le altre emergenze del caso concreto. Qui si tratta, in particolare, di evitare che il giudizio sulla colpevolezza per il fatto concreto possa nascondere un giudizio sul tipo d'autore.

51.10. L'indagine indiziaria sul dolo eventuale va alla ricerca precipuamente dei tratti di scelta razionale che sottendono la condotta. Perciò, come si è ripetutamente enunciato, gli stati affettivi, emozionali, l'ottimismo, il pessimismo, sono in linea di principio assai poco influenti ed anzi, secondo molti, irrilevanti.

Se ne è discusso molto, come si è visto, anche in giurisprudenza, a proposito della speranza e del suo carattere ragionevole o irragionevole. Qui occorre intendersi. Senza dubbio l'ottimismo o il pessimismo, la rimozione, il chiudere gli occhi, gli stati affettivi in generale, non risolvono il problema del dolo eventuale. Non è tuttavia privo di interesse tentare di cogliere se e quale iter abbia condotto ad un atteggiamento fiducioso. Il caso (OMISSIS) è tipico. I genitori, oltre a non augurarsi per nulla la morte della figlia, avevano maturato la speranza che gli interventi autoritativi imponessero i trattamenti salvavita, evitando loro condotte ritenute peccaminose.

51.11. Il controfattuale alla stregua della prima formula di Frank.

Resta da dire del più importante e discusso indicatore del dolo eventuale che si configura quando, alla stregua delle concrete acquisizioni probatorie, è possibile ritenere che l'agente non si sarebbe trattenuto dalla condotta illecita neppure se avesse avuto contezza della sicura verificazione dell'evento. Esso, come si è visto, è stato utilizzato dalle Sezioni Unite in tema di ricettazione ed è evocato in diverse pronunzie di legittimità.

Si è sopra esposto che l'autorevole dottrina che maggiormente ha rimarcato la necessità di cogliere il momento volitivo pure nel dolo eventuale ha ritenuto che tale strumento sia l'unico risolutivo.

L'enunciazione è per certi versi condivisibile, poichè tale giudizio controfattuale riconduce virtualmente l'atteggiamento dell'agente a quello proprio del dolo diretto e dunque riduce ma definisce nitidamente l'area occupata dalla figura soggettiva in esame. D'altra parte, alcune delle critiche mosse a tale approccio appaiono poco convincenti. In effetti si è in presenza di un giudizio ipotetico, ma ciò non è per nulla estraneo allo strumentario della scienza penalistica che, appunto, da valutazioni congetturali è pervasa. L'importante è che si sia in possesso di informazioni altamente affidabili che consentano di esperire il controfattuale e di rispondere con sicurezza alla domanda su ciò che l'agente avrebbe fatto se avesse conseguito la previsione della sicura verificazione dell'evento illecito collaterale. Occorre però realisticamente prendere atto che tale situazione non sempre si verifica. In molte situazioni il dubbio rimane irrisolto. Vi sono casi in cui neppure l'interessato saprebbe rispondere ad una domanda del genere. Allora, guardando le cose con il consueto, sensato realismo della giurisprudenza, occorre ritenere che la formula in questione costituisca un indicatore importante ed anzi sostanzialmente risolutivo quando si abbia modo di esperire in modo affidabile e concludente il relativo controfattuale. L'accertamento del dolo eventuale, tuttavia, non può essere affidato solo a tale strumento euristico; ma deve avvalersi di tutti i possibili, alternativi strumenti d'indagine.

51.12. L'esposizione che precede indica solo alcuni degli indizi. Il catalogo è aperto e ciascuna fattispecie concreta, analizzata profondamente, può mostrare plurimi segni peculiari in grado di orientare la delicata indagine giudiziaria sul dolo eventuale. Va aggiunto che, come per tutte le valutazioni indiziarie, quanto più alta è la affidabilità, la coerenza e la consonanza dei segni tanto maggiore risulta la forza del finale giudizio. Anche qui l'indagine demandata al giudice richiede uno estremo, disinteressato sforzo di analisi e comprensione dei dettagli; un atteggiamento, cioè, immune dalla tentazione di farsi protagonista di scelte politico-criminali che non gli competono ed al contempo attivamente interessato alla comprensione dei fatti, anche quelli psichici, alieno dall'applicazione pigra di meccanismi presuntivi.

Non può certo nascondersi che un tale itinerario non è per nulla facile, non solo e non tanto per l'affinato talento critico che richiede, ma anche perchè spesso il materiale probatorio è povero, non consente quella completa lettura di scenario dalla quale soltanto può scaturire un persuasivo giudizio di colpevolezza per dolo eventuale. Tutto ciò deve indurre a speciale cautela. La figura di cui ci si occupa è peculiare, marginale, di difficile accertamento.

In conseguenza, in tutte le situazioni probatorie irrisolte alla stregua della regola di giudizio dell'oltre ogni ragionevole dubbio, occorre attenersi al principio di favore per l'imputato e rinunziare all'imputazione soggettiva più grave a favore di quella colposa, se prevista dalla legge.

Di certo, infine, il tema dell'accertamento del dolo eventuale mette in campo la figura del giudice. Questi potrà affrontare un'indagine tanto delicata e difficile come quella cui si è sin qui fatto cenno solo se abbia matura consapevolezza del proprio ruolo di professionista della decisione; e sia determinato a coltivare ed esercitare i talenti che tale ruolo richiedono: assiduo impegno a ricercare, con le parti, i fatti fin nei più minuti dettagli; e ad analizzarli, soprattutto, con un atteggiamento di disinteresse, cioè di purezza intellettuale che consenta di accogliere, accettare senza pregiudizi il senso delle cose; di rifuggire da interpretazioni precostituite, di maniera; di vagliare e ponderare tutte le acquisizioni con equanimità.

Uno sguardo alla giurisprudenza più recente, come si è accennato, consente di affermare che l'inflessione volontaristica del dolo eventuale è dominante nei casi più delicati; e che non manca, solitamente, una acuta attenzione a sceverare per quanto possibile gli atteggiamenti interni. Tale indirizzo deve essere valorizzato ed irrobustito; anche per contrastare ricorrenti tensioni verso forzature della realtà e del senso delle cose, per rendersi protagonisti di scelte criminologiche che trascendono la sfera giudiziaria. In ogni caso va ribadito, quale estrema garanzia del giudizio, che nei casi incerti il principio del favor rei dovrebbe sempre orientare a configurare la colpa cosciente, affinchè non si disperda il tratto fondante del dolo, costituito dalla connessione tra l'atteggiamento interiore e l'evento.