Il diritto di difesa non giustifica l'accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico

L'accesso ad un sistema informatico rimane abusivo anche se realizzato per precostituire una propria difesa. Non applicabile l'art. 51 c.p. Cassazione penale Sentenza n. 14627/2018

Il diritto di difesa non giustifica l'accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico

1. La massima

La causa di giustificazione dell'esercizio di un diritto ex art. 51 c.p. non può operare sino a consentire a chi invochi una pur lata estensione del diritto di difesa intromissioni indebite nella sfera di riservatezza di una controparte processuale, posto che la condotta di cui si adduce l’irrilevanza penale per essere scriminata deve pur sempre costituire una corretta estrinsecazione delle facoltà inerenti al diritto che si pretende aver esercitato.

 

2. Il fatto e la quaestio iuris

L'imputato veniva ritenuto responsabile in entrambi i gradi di giudizio del delitto di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico di cui all’art. 615-ter, co. 1, c.p. per avere effettuato l'accesso al sistema informatico dell'istituto bancario presso cui la moglie era titolare di rapporti di conto corrente e preso visione dei dati relativi ad un conto a lei intestato. Invero, all'imputato era stata revocata la delega ad effettuare operazioni home banking sul conto della moglie. Dopo aver compiuto l'accesso, l'imputato aveva effettuato le stampe degli estratti conto per produrre la documentazione nel procedimento di separazione personale.

La difesa ricorreva per cassazione deducendo, per quanto qui importa, l'inosservanza o erronea applicazione dell'art. 51 c.p., posto che la difesa inquadrava la condotta tenuta dall'imputato come funzionale all'esercizio del diritto di difesa dell'ambito del giudizio di separazione personale.

 

3. Il decisum

Per la Suprema Corte non è possibile ravvisare gli elementi costitutivi della causa di giustificazione dell'esercizio di un diritto.

Invero, la norma di cui all'art. 51 c.p. non giunge addirittura ad un'estensione incontrollata del diritto di difesa, non consentendo quindi intromissioni indebite nella sfera di riservatezza di una controparte processuale. La condotta che si adduce scriminata deve infatti costituire sempre la corretta estrinsecazioni delle facoltà inerenti al diritto che si pretende aver esercitato.

Anche in passato la Sezione V1 ha avuto modo di esprimersi in tale senso, ritenendo che «la tesi che l'accesso abusivo ad un sistema informatico protetto sia scriminato dall'esercizio di un "diritto", allorché l'accesso faccia comodo all'agente per carpire dati utili alla sua difesa in giudizio, si fonda su una lettura personalistica e distorta della norma penale», precisando all'uopo come «il diritto di difesa in giudizio si compendia in una serie di diritti e facoltà disciplinati dall'ordinamento positivo, nessuno dei quali autorizza intromissioni nella sfera giuridica delle controparti processuali o di altri soggetti processuali, né l'esercizio di poteri autoritativi riservati agli organi pubblici», non potendo tale attività neppure afferire «al paradigma delle investigazioni difensive, sia perché tale attività è riservata al difensore (e non all'imputato), sia perché la stessa deve arrestarsi di fronte agli ambiti di esclusivo dominio privato, come dimostrato dalla previsione dell'art. 391 sexies c.p.p.».

Del resto, come ricorda la VI Sezione2 nel decidere un caso analogo, «la massima qui iure suo utitur neminem leadit è espressione del principio di non contraddizione, non potendo l'ordinamento giuridico attribuire contemporaneamente un diritto ed incriminare il suo esercizio».

 

Dott. Andrea Diamante
Cultore della materia in diritto processuale penale
presso l’Università degli Studi di Enna “Kore”

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1 Sez. V, n. 52075 del 29/10/2014.

2 Sez. VI, n. 14540 del 02/12/2010.

 

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Di seguito il testo di
Corte di Cassazione penale Sentenza n. 14627 del 30 marzo 2018

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