Clausola di stile “maggiore o minor valore”: il compenso va allo scaglione valore indeterminabile

Liquidazione del compenso. La clausola di stile “o in quella maggiore o minore somma che si riterrà di giustizia” porta la domanda allo scaglione di valore indeterminabile. Cassazione Ordinanza n. 10984/2021

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Clausola di stile “maggiore o minor valore”: il compenso va allo scaglione valore indeterminabile

La Corte di Cassazione Sez. I, con Ordinanza n. 10984 pubblicata in data 26 aprile 2021 riassume efficacemente le conseguenze dell’inserimento nella domanda giudiziale di pagamento di una somma di danaro (anche quale risarcimento del danno) di quella famosa frase tendente a investire il giudice della possibilità di rettifica del domandato e che sostanzialmente viene formulata nel seguente modo: “o in quella maggiore o minore somma che verrà determinata in corso di causa o che il Giudice riterrà di giustizia”.

Clausola che porta a sicure conseguenze in ordine alla individuazione dello scaglione di riferimento per la liquidazione del compenso del legale.

Nel caso affrontato dalla Corte di Cassazione la domanda rientrava nello scaglione più alto delle tariffe forensi avvicinandosi ai due milioni di euro, salva l’introduzione della clausola suddetta. La parte lamentava nel ricorso che la Corte d’Appello avesse liquidato le competenze del legale secondo lo scaglione del valore indeterminabile.

 

Liquidazione del compenso dell’avvocato e valore della causa

La Corte ricorda che se da un lato il codice civile – a cui fa riferimento il D.M. 55/2014 – indica che il valore da considerare per la liquidazione del compenso dell’avvocato è quello della causa individuato secondo le norme del codice di procedura civile, da altro lato l'art. 5 d.m. n. 140 del 2012 (che interessava il caso di specie) si fa riferimento al decisum: «nei giudizi per pagamento di somme, anche a titolo di danno, alla somma attribuita alla parte vincitrice e non alla somma domandata».

Norma, quest’ultima, che nel DM 55/2014 non è stata ripresa letteralmente, ma non si può non notare come nella parte finale del comma 1 dell’art. 5 del DM 58/14 si legge: “In ogni caso si ha riguardo al valore effettivo della controversia, anche in relazione agli interessi perseguiti dalle parti, quando risulta manifestamente diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile o alla legislazione speciale”.

Inoltre il comma 3 dell’art. 5 sottolinea che si ha riguardo all'entità economica dell'interesse sostanziale che il cliente intende perseguire; nella liquidazione a carico del soccombente si ha riguardo all'entità economica dell'interesse sostanziale che riceve tutela attraverso la decisione. Un modo per sganciarsi dal valore della lite che scaturisce dalle norme del codice di procedura civile e reintrodurre, seppur sotto false sembianze e con gli adattamenti del caso, il criterio del valore sulla base del decisum.

 

Rigetto della domanda e liquidazione del compenso

Se il riferimento è quello del concreto interesse della parte, qualora la domanda venga respinta se ne potrebbe dedurre che la parte non avrebbe avuto alcun interesse (e che il valore della controversia sia mari a zero). Tuttavia, per costante orientamento, per l'individuazione dello scaglione della tariffa forense in questo caso si deve fare riferimento solamente al valore della domanda. Questo è il caso, ad esempio, dell’attore che formula nell’atto introduttivo una determinata quantificazione della domanda ma la domanda stessa viene respinta. Quella quantificazione formulata dall’attore soccombente fa da riferimento per la liquidazione delle spese a favore di controparte.

La Corte cita propri precedenti secondo i quali “In caso di rigetto della domanda, nei giudizi per pagamento di somme o risarcimento di danni, il valore della controversia, ai fini della liquidazione degli onorari di avvocato a carico dell'attore soccombente, è quello corrispondente alla somma da quest'ultimo domandata, dovendosi seguire soltanto il criterio del disputatum, senza che trovi applicazione il correttivo del decisum», onde il valore della controversia è quello corrispondente alla somma domandata dall'attore”. Alcuni dei precedenti citati e che riportavano questa massima riguardavano l’applicazione del nuovo tariffario (D.M. 55/14) per il quale, evidentemente, il principio trova applicazione.

 

Formula di stile e valore della controversia

Secondo la Corte di Cassazione “la formula «somma maggiore o minore ritenuta dovuta», o altra equivalente, che accompagni le conclusioni con cui una parte chiede la condanna al pagamento di un certo importo, non può essere considerata come una clausola meramente di stile, tutte le volte che sussista una ragionevole incertezza - attesa, in particolare, la natura della controversia - sull'ammontare del danno effettivamente da liquidarsi ”.

Di fronte a tale clausola si deve presumere, aggiunge la Corte, una indicazione solamente indicativa da parte di chi l’ha formulata. Si attua, in tal modo, una cautela dell'attore, il quale, altrimenti, da un lato potrebbe avere errato in eccesso nella indicazione della pretesa, e, dall'altro lato, potrebbe aver errato per difetto, con il rischio così di non vedere riconosciute le maggiori somme spettanti, come accertate solo nel corso del processo.

E conclude affermando che “ … la suddetta richiesta alternativa si risolve in una mancanza di indicazione della somma domandata, con la conseguenza, nel caso di liquidazione delle spese processuali, della qualificazione della pretesa come di valore indeterminabile”.

 

 

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Di seguito il testo di

Corte di Cassazione Sez. I, Ordinanza n. 10984 del 26/04/2021

 

 

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