Nel calcolo dell’assegno divorzile va considerato il periodo di convivenza. Le SS.UU.

Secondo le SS.UU. anche il periodo di convivenza va tenuto in considerazione nella valutazione del contributo dato dal coniuge ai fini dell’assegno divorzile che sia assistenziale o perequativo-compensativo. Cassazione Sentenza n. 35385/2023

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Nel calcolo dell’assegno divorzile va considerato il periodo di convivenza. Le SS.UU.

Il fatto

In un giudizio di divorzio, dopo una consistente riduzione in sede di appello dell’assegno di mantenimento del coniuge e del figlio, veniva proposto ricorso per cassazione. La sentenza d’appello aveva stigmatizzato, fra altre cose, la “breve durata (legale) del matrimonio” e parte ricorrente per cassazione lamentava il doversi tenere in considerazione anche la lunga fase di convivenza. Convivenza, oltretutto, resasi necessaria dall’impossibilità di addivenire a nuovo matrimonio stante il perdurare stato di separazione dell’altro coniuge con altra persona.

La ricorrente chiedeva la valorizzazione del ruolo svolto di casalinga e di madre, nel periodo della convivenza prematrimoniale (di sette anni), la quale aveva avuto carattere continuativo e stabile, e nell’ambito della quale era nato il figlio.

Replicava parte convenuta asserendo che anche la legge sulle unioni civili, con riguardo alla cessazione della relazione affettiva di fatto, ha previsto soltanto un diritto dell’ex convivente in stato di bisogno ad un assegno alimentare (art.1 comma 65) non anche ad un assegno di natura perequativa-compensativa.

La questione veniva posta nelle mani delle Sezioni Unite al fine di decidere su una così rilevante questione, tenuto conto degli allargamenti giurisprudenziali nel riconoscimento della convivenza more-uxorio che si sono nel tempo verificati in vari ambiti della quotidianità.

Il caso viene deciso dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite Civili, con Sentenza n. 35385 depositata in data 18 dicembre 2023, avente una lunga e dettagliata motivazione (41 pagine).
 

La convivenza necessitata dalla pendenza di altro matrimonio

Seppur vi sia da decenni una generale benevolenza circa l’estensione di alcuni benefici del matrimonio alla convivenza more uxorio, la questione di non poco momento si confronta con la necessità di coordinare norme già esistenti che non possono permettere il sormonto, la duplicazione, del periodo di perduranza del rapporto coniugale.

E le SS.UU. si ritrovano ad esaminare le norme sulla pensione di reversibilità e sul trattamento di fine rapporto. Come è noto, la legge suddivide gli importi spettanti in relazione alla durata di matrimoni precedenti. Tuttavia non è considerata, e trova un definitiva incompatibilità, la presenza di periodi di contemporaneo duplice rapporto (un matrimonio in contemporanea ad una convivenza).

Da altro canto non va dimenticato che l’art. 36 della L. 76/2016 (unioni civili) dispone che: «si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile», e che la stessa legge prevede il “contratto di convivenza” (stipulato da notaio o da un avvocato), oltre a tutta una serie di diritti tipicidel rapporto matrimoniale.

Con questa tematica da considerare, le SS.UU. passano in una interessante rassegna lo stato dell’arte della giurisprudenza di legittimità in materia (per la quale si rimanda alla lettura della parte motiva).

Si citi solamente il richiamo a Cass. 32198 del 2021 (anche questo a SS.UU.) laddove si legge: «l’instaurazione di una nuova convivenza stabile...comporta la formazione di un nuovo progetto di vita con il nuovo compagno o la nuova compagna, dai quali si ha diritto di pretendere, finché permane la convivenza, un impegno dal quale possono derivare contribuzioni economiche che non rilevano più per l’ordinamento solo quali adempimento di una obbligazione naturale, ma costituiscono, dopo la regolamentazione normativa delle convivenze di fatto, anche l’adempimento di un reciproco e garantito dovere di assistenza morale e materiale».
 

La durata della convivenza da unirsi alla durata del matrimonio

Le Sezioni Unite ricordano che “indubbiamente, permane, nel nostro ordinamento, una differenza fondamentale tra matrimonio e convivenza, anche dopo la disciplina della legge n. 76 del 2016, fondata sulla differenza dei modelli, dato che il matrimonio e, per volontà del legislatore, l’unione civile, appartengono ai modelli c.d. «istituzionali», mentre la convivenza di fatto, al contrario, è un modello «familiare non a struttura istituzionale».

Ma aggiunge, subito dopo: “Tuttavia, convivenza e matrimonio sono comunque modelli familiari dai quali scaturiscono obblighi di solidarietà morale e materiale, anche a seguito della cessazione dell’unione istituzionale e dell’unione di fatto”.

Nel proseguire con il ragionamento logico-giuridico si aggiunge, richiamando i criteri individuati dalla Sentenza n. 18287/2018 che “il criterio della durata del matrimonio risulta, … «cruciale», con riferimento ai seguenti aspetti: a) la valutazione del contributo che ciascun coniuge, per tutto il periodo in cui l’unione matrimoniale era ancora esistente, ha dato alla formazione del patrimonio comune e/o del patrimonio dell’altro coniuge; b) in relazione all’età del coniuge richiedente e alla conformazione del mercato del lavoro, per considerare le effettive potenzialità professionali e reddituali valutazioni alla fine della relazione matrimoniale. Ne consegue che la durata del matrimonio non assume più rilievo esclusivamente ai fini della quantificazione dell'assegno, come ritenuto in precedenza (anche nei precedenti del 2013/2015 richiamati dal PG), venendo in considerazione tale parametro, unitamente agli altri criteri, anche ai fini dell'accertamento dell’an del relativo diritto all’assegno divorzile”.

Proprio per la rilevanza di tale parametro, è necessario un attento esame della sua estensibilità al periodo della convivenza.

La Corte non può negare che legge sul divorzio, n. 898 del 1970 non si è occupata delle ipotesi in cui la coppia passi da una condizione di convivenza al matrimonio.

Tuttavia, aggiunge, la convivenza prematrimoniale è ormai un fenomeno di costume sempre più radicato nei comportamenti della nostra società cui si affianca «un accresciuto riconoscimento – nei dati statistici e nella percezione delle persone – dei legami di fatto intesi come formazioni familiari e sociali di tendenziale pari dignità rispetto a quelle matrimoniali.

E giunge quindi alla conclusione che non può, “all’esito dell’attuale definizione dei presupposti dell’assegno divorzile, escludersi che una convivenza prematrimoniale, laddove protrattasi nel tempo (nella specie, sette anni), abbia «consolidato» una divisione dei ruoli domestici capace di creare «scompensi» destinati a proiettarsi sul futuro matrimonio e sul divorzio che dovesse seguire”.

Cita, infine, l’orientamento della giurisprudenza di legittimità che tiene conto della convivenza prematrimoniale nel giudizio sulla ripartizione della pensione di reversibilità tra il coniuge divorziato e il coniuge superstite, al fine di non penalizzare quest’ultimo nei casi nei quali la più lunga durata del primo matrimonio rispetto a quello del secondo sia stata in concreto compensata dal lungo periodo di convivenza precedente al secondo matrimonio.
 

Le Sezioni Unite, in conclusione, hanno enunciato il seguente principio di diritto:

« Ai fini dell'attribuzione e della quantificazione, ai sensi dell’art. 5, comma 6, l. n. 898/1970, dell'assegno divorzile, avente natura, oltre che assistenziale, anche perequativo-compensativa, nei casi peculiari in cui il matrimonio si ricolleghi a una convivenza prematrimoniale della coppia, avente i connotati di stabilità e continuità, in ragione di un progetto di vita comune, dal quale discendano anche reciproche contribuzioni economiche, laddove emerga una relazione di continuità tra la fase «di fatto» di quella medesima unione e la fase «giuridica» del vincolo matrimoniale, va computato anche il periodo della convivenza prematrimoniale, ai fini della necessaria verifica del contributo fornito dal richiedente l’assegno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno dei coniugi, occorrendo vagliare l’esistenza, durante la convivenza prematrimoniale, di scelte condivise dalla coppia che abbiano conformato la vita all’interno del matrimonio e cui si possano ricollegare, con accertamento del relativo nesso causale, sacrifici o rinunce, in particolare, alla vita lavorativa/professionale del coniuge economicamente più debole, che sia risultato incapace di garantirsi un mantenimento adeguato, successivamente al divorzio».


 

 

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Di seguito il testo di

Corte di Cassazione SS.UU. Civili, Sentenza n. 35385 dep. 18/12/2023

 

 

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