Indennità di incentivo all’esodo e diritto al TFR da parte del coniuge

L’indennità di incentivo all’esodo non rientra nella quota del diritto al 40 per cento del trattamento di fine rapporto spettante al coniuge. Cassazione SS.UU. Sentenza n. 6229/2024

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Indennità di incentivo all’esodo e diritto al TFR da parte del coniuge

In fatto.

In un contenzioso avente ad oggetto la richiesta di pagamento della quota spettante di Trattamento di Fine Rapporto la ex moglie aveva ottenuto la condanna del marito al pagamento di una somma spettante a questi a titolo di TFR e aveva chiesto altra somma che spettava, sempre al marito, a titolo di incentivo all’esodo. Anche di quest’ultima veniva chiesto il pagamento nella misura del 40%.

Preso atto di precedenti contrastanti sul punto, la Prima Sezione rimetteva la questione al Primo Presidente, il quale assegnava alle Sezioni Unite Civili il compito di dirimere il contrasto.

La Corte di Cassazione a SS.UU. Civili, ha deciso con Sentenza n. 6229 depositata in data 7 marzo 2024.

 

Il diritto al 40% del TFR da parte del coniuge

La Corte ricorda che, ai sensi dell’art. 12-bis l. n. 898 del 1970, il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell'art. 5, ad una percentuale dell'indennità di fine rapporto percepita dall'altro coniuge all'atto della cessazione del rapporto di lavoro anche se l'indennità viene a maturare dopo la sentenza.

Nel secondo comma si precisa, poi, che tale percentuale è pari al quaranta per cento dell'indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.

Trattandosi di importi sovente non modesti, la questione ha nel tempo fornito spunto per molteplici contenziosi, i quali hanno affrontato le molteplici sfumature creatisi nei singoli casi di specie.

In questa rivista, ad esempio, vedasi “Sul dritto alla quota del TFR dell’altro coniuge nel caso della revoca dell’assegno divorzile”, oppure in “Il TFR in sede di divorzio può essere chiesto solamente prima della maturazione del diritto”.

Nel caso ora affrontato dalle SS.UU. abbiamo la particolarità della domanda del cosiddetto incentivo all’esodo, e cioè quella prestazione cui, in base a un intercorso accordo negoziale, è tenuto il datore di lavoro a fronte della disponibilità, manifestata dal lavoratore, di addivenire allo scioglimento anticipato del rapporto di prestazione d’opera.

 

Funzione perequativo-compensativa del TFR

Secondo le SS.UU. il fondamento del diritto in questione, stante la sua natura retributiva, è lo stesso che su cui poggia il riconoscimento dell’assegno divorzile: l’attribuzione patrimoniale risponde, cioè, alle medesime finalità, assistenziale e perequativo-compensativa, cui obbedisce, secondo il noto arresto di queste Sezioni Unite (n. 18287/2018), l’assegno in questione.

Nella motivazione si legge che il trattamento di fine rapporto è un indice del livello reddituale raggiunto dall'ex coniuge sicché, ove tale livello reddituale dipenda anche dal sacrificio individuale dell'altro coniuge, non vi sarebbe ragione di non considerarlo quale fonte di una provvidenza a favore di quest'ultimo.

Con queste precisazioni la Corte giunge alla conclusione che solamente le elargizioni aventi carattere retributivo posso considerarsi nella ratio dell’art. 12 L. 898/70.

Aggiunge che la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo determinare il principio secondo il quale l’istituto di cui all’art. 12-bis l. n. 898 del 1970 si applica a tutte quelle indennità, comunque denominate, che maturano alla data di cessazione del rapporto lavorativo e che sono determinate in misura proporzionale alla durata del rapporto di lavoro e all'entità della retribuzione corrisposta, qualificandosi come quota differita della retribuzione condizionata sospensivamente nella riscossione dalla risoluzione del rapporto di lavoro.

Da questo concetto esulano, ad esempio, le prestazioni private di natura previdenziale e assicurativa, come l'indennità di cessazione dal servizio corrisposta ai notai, l'indennità da mancato preavviso per licenziamento in tronco e l'indennità percepita a titolo di risarcimento del danno per illegittimo licenziamento, le quali hanno ad oggetto il ristoro di un danno le cui conseguenze si sviluppano de futuro.

Sempre in questa ottica la Corte dichiara che l’indennità di incentivo all’esodo è estranea all’indicata nozione di indennità di fine rapporto e, in definitiva, afferma la Corte, la spettanza, al coniuge divorziato, della quota del 40% dell’indennità in questione non ha mai modo di configurarsi.

 

Con conclusione le SS.UU. esprimono il seguente principio di diritto;

«La quota dell'indennità di fine rapporto spettante, ai sensi dell'art. 12-bis della l. n. 898 del 1970 n. 898, introdotto dall'art. 16 l. n. 74 del 1987, al coniuge titolare dall'assegno divorzile e non passato a nuove nozze, concerne non tutte le erogazioni corrisposte in occasione della cessazione del rapporto di lavoro, ma le sole indennità, comunque denominate, che, maturando in quel momento, sono determinate in proporzione della durata del rapporto medesimo e dell'entità della retribuzione corrisposta al lavoratore; tra esse non è pertanto ricompresa l’indennità di incentivo all’esodo con cui è regolata la risoluzione anticipata del rapporto di lavoro».

 

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Di seguito il testo di

Corte di Cassazione SS.UU. Civili, Sentenza n. 6229 del 07/03/2024

 

FATTI DI CAUSA

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