Superamento dei giorni di comporto, nullità del licenziamento e mantenimento del posto di lavoro

Superamento dei giorni di comporto e nullità del licenziamento e mantenimento del posto di lavoro. Risarcimento danno biologico causato dalla condizione di lavoro. Tribunale di Taranto Sentenza n. 2833/2023

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Superamento dei giorni di comporto, nullità del licenziamento e mantenimento del posto di lavoro

Nel caso esaminato dalla Sentenza in commento, il lavoratore era rimasto assente per un numero di giorni superiore al periodo di comporto per cui aveva diritto alla conservazione del posto di lavoro secondo il C.C.N.L. applicabile al caso di specie.

Nel ricorso, tuttavia, il ricorrente esponeva che la patologia (minibulging discali L3-L5) da cui era affetto, fosse stata determinata dalla responsabilità del datore di lavoro deducendo, quindi, l’insorgenza di una malattia professionale e la conseguente illegittimità e nullità del licenziamento intimato.
Nel testo della sentenza il Giudice ha correttamente osservato che, sebbene il numero dei giorni in cui il lavoratore era rimasto assente per malattia fosse superiore al periodo di comporto previsto dal CCNL, “le assenze del lavoratore per malattia non sono computabili nel periodo di comporto ove la malattia, oltre ad avere natura professionale, sia insorta per responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell ’art. 2087 c.c”.
Valutati gli esiti della prova testimoniale e quelli della espletata Consulenza Tecnica di Ufficio, il Magistrato ha ritenuto che i fattori di nocività insiti nelle modalità d'esercizio delle mansioni o comunque presenti nell'ambiente di lavoro (“l ’operatore, si china sulle gambe, prende il pirotomo dalle sue due maniglie e lo sposta tra i binari posti a distanza di circa un metro uno dall ’altro sul banco di lavoro; a ciò si aggiunga che quest ’ultimo è collocato ad un ’altezza di soli 30 centimetri dal piano di calpestio, il che rende ulteriormente scomoda e difficoltosa l’operazione; si aggiunga ancora che al pirotomo sono collegate una manichetta per l ’ossigeno e un cavo elettrico, che creano tensione e sforzo per l ’utilizzatore[..] costretto ad assumere posizioni”) fossero la causa della insorgenza della malattia (professionale) e che il datore di lavoro fosse altresì responsabile di tale situazione nociva e dannosa, per essere egli inadempiente all'obbligazione contrattuale a lui facente carico ai sensi dell'art.2087 c.c., non avendo apprestato idonee cautele (“Ebbene, il fatto che la convenuta abbia consentito le suddette modalità operative, senza apprestare idonee cautele, integra una responsabilità datoriale per violazione del dovere, sancito dall’art. 2087 c.c., di adottare, nell’esercizio dell’impresa, tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei dipendenti, con la conseguenza che, in forza del principio giurisprudenziale sopra richiamato, le assenze del ricorrente riconducibili alla malattia sopra indicata, la cui insorgenza è stata determinata da colpa datoriale, non vanno computate nel periodo massimo del diritto alla conservazione del posto di lavoro”).
Ha quindi operato una detrazione dei giorni di assenza riconducibili alla malattia professionale (“numericamente rilevanti”) rispetto al numero complessivo dei giorni di assenza totalizzati rilevando, di conseguenza, come il recesso fosse stato intimato prima dello scadere del periodo di comporto.
Per tali ragioni, nella Sentenza, è stata dichiarata la nullità del licenziamento in applicazione dell’articolo 2, co.1-2, del d.lvo 23/15, con condanna del datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e al versamento di un’indennità commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto, corrispondente al periodo dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione.
Vi è di più che il Magistrato, all’esito dell’accertamento delle violazioni datoriali, ha condannato quest’ultimo al risarcimento del danno biologico e morale. Nel provvedimento, infatti, si legge che “che l’insorgenza della malattia da cui è affetto l’istante è ascrivibile a colpa della convenuta, con conseguente diritto dell’istante medesimo al risarcimento del danno biologico e morale” richiesto nel ricorso.

avvocati Fabrizio Del Vecchio e Antonello V.F. Schinaia
 

 

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Di seguito il testo di

Tribunale di Taranto, Sezione Lavoro, Sentenza 2833/2023

Repubblica italiana
in nome del popolo italiano

Il tribunale di Taranto, sezione del lavoro, in composizione monocratica nella persona del dottor Lorenzo De Napoli, ha pronunciato la seguente

sentenza


 ... omissis  ...
 
avente ad oggetto: licenziamento e risarcimento danni.

Conclusioni delle parti

Con ricorso depositato il 18.2.2022, F.C., premesso di avere lavorato quale operaio con contratto a tempo indeterminato alle dipendenze della Acciaierie d’Italia spa dall’1.1.2019 al 3.1.2022, data in cui veniva licenziato per preteso superamento del periodo di comporto, chiedeva dichiararsi nullo l’intimato licenziamento e condannarsi il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro e al risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni maturate dal licenziamento alla reintegrazione oltre al versamento dei relativi contributi previdenziali, o in subordine dichiararsi illegittimo il licenziamento e condannarsi il datore di lavoro al pagamento di una indennità pari a una mensilità dell’ultima retribuzione per ogni anno di servizio, nonché in ogni caso condannarsi il datore di lavoro al risarcimento del danno non patrimoniale derivante da malattia professionale contratta per sua responsabilità. Costituendosi in giudizio, la convenuta chiedeva rigettarsi la domanda.
All’odierna udienza la causa veniva oralmente discussa e decisa con la presente sentenza, letta in udienza.

Ragioni di fatto e di diritto della decisione

L’impugnativa di licenziamento è fondata.
Il recesso è stato intimato – come si legge nella comunicazione datoriale del 31.12.2021 in atti – per avere il ricorrente “superato il periodo di diritto alla conservazione del posto di lavoro per assenze per malattia previsto dalle vigenti disposizioni di legge e di contratto. La S.V., infatti, a decorrere dal mese di gennaio 2019 e sino al mese di dicembre 2021, è risultata assente per un periodo superiore a 183 giorni e precisamente per n. 188 giorni, così come da prospetto allegato specificante le assenze computate”.
Esso rientra pertanto nella tipologia dei licenziamenti individuali per superamento del periodo di comporto di cui all’art. 2110 co. 2 c.c., che, per il rapporto di lavoro inter partes, trovano concreta disciplina nell’art. 2 del titolo VI del ccnl di settore, il quale stabilisce che “in caso di interruzione del servizio dovuta a malattia o infortunio non sul lavoro, il lavoratore non in prova ha diritto alla conservazione del posto per un periodo, definito comporto breve, di: a) 183 giorni di calendario per anzianità di servizio fino a 3 anni compiuti; b) 274 giorni di calendario per anzianità di servizio oltre i 3 anni e fino ai 6 anni compiuti; (…)”.
Sotto un assorbente profilo, l’istante deduce il mancato superamento del periodo di comporto di 183 giorni, dovendosi detrarre dai complessivi 188 giorni di assenza computati dal datore di lavoro quelli dovuti a malattia professionale determinata da responsabilità datoriale.
Per insegnamento della giurisprudenza di legittimità, invero, le assenze del lavoratore per malattia non sono computabili nel periodo di comporto ove la malattia, oltre ad avere natura professionale, sia insorta per responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 c.c.: cfr. Cass. 27.4.2023 n. 1136; conformi Cass. 24028/2016, Cass.26037/2014, Cass. 7037/2011 e altre.
Occorre pertanto procedere alla verifica della sussistenza di tale condizione nel caso concreto.
Deve, a tale riguardo, premettersi che, secondo l’orientamento giurisprudenziale condiviso da questo giudice, “ai fini dell’accertamento della responsabilità del datore di lavoro, grava sul lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, la mancata adozione di determinate misure di sicurezza specifiche o generiche, e il nesso causale tra questi due elementi; quando il lavoratore abbia provato tali circostanze, grava sul datore di lavoro l’onere di dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno”: cfr. Cass. 23.7.2004 n. 13887; in senso conforme, Cass. 20.8.2014 n. 18041, Cass. 24.1.2014 n. 1477, Cass. 5.8.2013 n. 18626, Cass. 8.10.2012 n. 17092, Cass. 3.8.2012 n. 13956, Cass. 17.2.2009 n. 3788, Cass. 17.2.2009 n. 3786, Cass. 24.7.2006 n. 16881, Cass. 7.3.2006 n. 4840.
Ebbene, l’espletata prova testimoniale ha confermato che il ricorrente, nell’espletamento delle proprie mansioni di sfiammatore e pirotomista, sollevava manualmente, più volte al giorno, il pirotomo (un cannello automatico utilizzato per il taglio delle bramme): si vedano, in tal senso, le univoche deposizioni rese da tutti i testi escussi.
Irrilevanti si rivelano poi le divergenze emerse tra le varie deposizioni (e in particolare tra i testi addotti da parte convenuta) in ordine alla frequenza con cui giornalmente veniva compiuta l’operazione (in media 15 volte secondo il teste Marinò, circa 8 volte secondo il teste Ancona, circa 10 volte secondo il teste Alagni, dalle 6 alle 10 volte secondo il teste Rochira), alla sua durata (4-5 secondi secondo il teste Ancona, 7-8 secondi secondo il teste Alagni, circa 10 secondi secondo il teste Rochira) nonché in ordine al peso del pirotomo (circa 30 chili secondo il teste Marinò, circa 20 chili secondo i testi Ancona, Alagni e Rochira), e ciò in quanto, anche facendo riferimento ai valori minimi indicati dai testi, la detta operazione comporta comunque uno sforzo fisico non trascurabile, specie ove si  consideri che, come precisato dal teste Alagni (addotto dalla convenuta), l’operatore, per eseguirla, si china sulle gambe, prende il pirotomo dalle sue due maniglie e lo sposta tra i binari posti a distanza di circa un metro uno dall’altro sul banco di lavoro; a ciò si aggiunga che quest’ultimo, come pure riferito dal teste Alagni, è collocato ad un’altezza di soli 30 centimetri dal piano di calpestio, il che rende ulteriormente scomoda e difficoltosa l’operazione; si aggiunga ancora che, come precisato dal teste Marinò, al pirotomo sono collegate una manichetta per l’ossigeno e un cavo elettrico, che creano tensione e sforzo per l’utilizzatore.
Se così è, deve ritenersi plausibile, benché confermata dal solo teste M______, anche la circostanza che il ricorrente era costretto, nello svolgimento delle proprie mansioni, ad assumere posture incongrue etorsioni del busto.
La espletata consulenza tecnica di ufficio medico-legale – le cui conclusioni possono condividersi poiché congruamente motivate e immuni da vizi logici e giuridici – ha evidenziato altresì la sussistenza del nesso causale tra l’attività lavorativa svolta dal ricorrente alle dipendenze della convenuta e la patologia da cui egli è affetto (minibulging discali L3-L5).
Ebbene, il fatto che la convenuta abbia consentito le suddette modalità operative, senza apprestare idonee cautele, integra una responsabilità datoriale per violazione del dovere, sancito dall’art. 2087 c.c., di adottare, nell’esercizio dell’impresa, tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei dipendenti, con la conseguenza che, in forza del principio giurisprudenziale sopra richiamato, le assenze del ricorrente riconducibili alla malattia sopra indicata, la cui insorgenza è stata determinata da colpa datoriale, non vanno computate nel periodo massimo del diritto alla conservazione del posto di lavoro.
Tali assenze, quantunque non esattamente quantificate, sono poi, come è pacifico tra le parti, numericamente rilevanti rispetto ai complessivi 188 giorni di assenza totalizzati, e certamente sono più di cinque; ne deriva che, una volta detratte tali assenze, quelle residue non raggiungono il periodo massimo di comporto, fissato come detto dal ccnl in misura di 183 giorni.
In altri termini, non vi è stato nella specie il superamento del comporto. Deve a questo punto evidenziarsi che, per insegnamento della giurisprudenza di legittimità, il licenziamento intimato prima del superamento del periodo di comporto fissato dalla contrattazione collettiva è nullo, ai sensi dell’art. 1418 co. 1 c.c., per violazione della norma imperativa dettata dall’art. 2110 co. 2 c.c.: cfr. Cass. Sez. Un. 22.5.2018 n. 12568, Cass. 16.9.2022 n. 27334, Cass. 27.4.2023 n. 11174.
L’impugnato licenziamento deve pertanto essere dichiarato nullo.
Inoltre il licenziamento, poiché intimato a lavoratore assunto in data successiva alla entrata in vigore del d.l.vo 4.3.2015 n. 23, è regolato ratione temporis dalla relativa disciplina, la quale (a differenza dell’art. 18 co. 7-4 l. 20.5.1970 n. 300 come mod. dall’art. 1 co. 42 l. 28.6.2012 n. 92) non prevede, per il mancato superamento del comporto, uno speciale regime sanzionatorio.
Deve allora applicarsi il regime generale previs to in materia di licenziamenti nulli dall’art. 2 co. 1-2, secondo cui il giudice, con la pronuncia con la quale dichiara la nullità del licenziamento, ordina al datore di lavoro la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e condanna altresì il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore, stabilendo a tal fine un’indennità commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto, corrispondente al periodo dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione (con aggravio, ex artt. 429 c.p.c. e 150 disp.
att. c.p.c., di rivalutazione monetaria e interessi legali, da computarsi sulle somme via via rivalutate: cfr. Cass. Sez. Un. 29.1.2001 n. 38) oltre al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.
La domanda di risarcimento del danno non patrimoniale è fondata per quanto di ragione.
Si sono già evidenziate le risultanze della prova testimoniale e della consulenza tecnica di ufficio medico-legale.
Pertanto, nel caso in esame il ricorrente ha provato l’esistenza del danno alla salute, la mancata adozione di adeguate misure di sicurezza da parte del datore di lavoro, nonché il nesso causale tra la malattia e la nocività dell’ambiente lavorativo determinata dall’inadempimento del datore di lavoro, mentre questi non ha dimostrato di avere adottato tutte le cautele necessarie a prevenire il danno.
In definitiva, deve affermarsi che l’insorgenza della malattia da cui è affetto l’istante è ascrivibile a colpa della convenuta, con conseguente diritto dell’istante medesimo al risarcimento del danno biologico e morale.
In ordine al quantum debeatur, l’espletata consulenza tecnica di ufficio ha valutato il danno permanente alla salute determinato dalla malattia in misura del 8%.
Deve riconoscersi altresì il risarcimento del danno morale ex art. 2059 c.c., in quanto la condotta datoriale integra, oltre ad un inadempimento
contrattuale, anche un fatto illecito astrattamente configurabile quale reato di lesioni colpose ex art. 590 c.p., e determina comunque una violazione del fondamentale diritto alla salute costituzionalmente protetto ex art. 32 Cost.: cfr. Cass. Sez. Un. 11.11.2008 nn. 26972 e 26973.
In applicazione, poi, delle tabelle per la liquidazione congiunta del danno biologico (inteso quale lesione permanente della integrità psicofisica) e del danno morale (inteso quale pregiudizio non patrimoniale derivante dalla stessa lesione in termini di dolore e sofferenza soggettiva), elaborate dal tribunale di Milano ed applicabili con valutazione equitativa ex art. 1226 c.c. (cfr. Cass. 7.6.2011 n. 12408, Cass. 30.6.2011 n. 14402 e Cass. 20.4.2017 n. 9950) e del coefficiente demoltiplicatore ivi previsto in relazione all’età (38 anni alla data di insorgenza della malattia), il complessivo danno permanente non patrimoniale è determinabile in misura di euro 15.876,00.
Da tale importo deve detrarsi quello di euro 10.890,8 pari alla quota dell’indennizzo in capitale in astratto liquidabile dall’Inail, come da informative assunte dal c.t.u.: cfr. Cass. 26.6.2015 n. 13222, Cass. 14.10.2016 n. 20807, Cass. 9.11.2016 n. 22862, Cass. 12.12.2016 n. 25327 e Cass. 31.5.2017 n. 13819.
Il danno differenziale a carico del datore di lavoro ammonta così ad euro 4.985,12.
Non è stata invece accertato dal c.t.u. un danno biologico da inabilità temporanea.
Conclusivamente, deve condannarsi la convenuta a corrispondere all’istante, a titolo di risarcimento del danno, l’importo suddetto, da intendersi già rivalutato all’attualità, con aggravio degli interessi legali sulle somme annualmente (e a ritroso) devalutate.
Le spese di causa seguono la soccombenza ex art. 91 c.p.c. e si liquidano come da dispositivo, con distrazione ex art. 93 c.p.c. in favore dei procuratori dichiaratisi anticipanti, dovendo restare poste altresì in via definitiva a carico della convenuta le spese peritali come già liquidate.

P. q. m.

dichiara nullo l’impugnato licenziamento; condanna la resistente a reintegrare l’istante nel posto di lavoro, a pagare in suo favore una indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto, corrispondente al periodo dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, oltre rivalutazione monetaria e interessi legali, nonché a versare i contributi previdenziali e assistenziali; condanna la resistente a pagare all’istante la somma di euro 4.985,12 a titolo di risarcimento del danno, oltre interessi legali con decorrenza dal giorno della maturazione del diritto; condanna la resistente a rifondere all’istante le spese di causa, liquidate in euro 3.000,00 per compensi professionali oltre rimborso spese forfettarie in misura del 15%, iva e cap, con distrazione in favore dei procuratori anticipanti avv.ti Fabrizio Del Vecchio e Antonello Vito Fedele Schinaia.

Taranto, 28.11.2023.

Il giudice
dott. Lorenzo De Napoli

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