La supersocietà e il suo fallimento in estensione

Quando sia qualificabile una supersocietà e l’estensione del fallimento della società di capitali alla supersocietà. Cassazione Civile Ordinanza n. 204/2024

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La supersocietà e il suo fallimento in estensione

Spesso si vede nelle crisi aziendali l’attivarsi di cessioni di rami di azienda, o di costituzioni di società in qualche modo collegate a quella in crisi, ecc. Il caso di specie, affrontato dalla Corte di Cassazione Civile con Ordinanza n. 204 depositata in data 4 gennaio 2024, vedeva Tizio, socio e amministratore di una ditta fallita continuare ad intervenire negli affari delle due società alle quali erano stati affittati due rami d’azienda. Questi due rami erano gestiti da società nelle quali in una era socio e amministratore il padre del titolare della società fallita e nell’altra la madre.

 

Supersocietà: cos’è?

E’ l’occasione per approfondire il tema della supersocietà, e delle differenze esistenti nei casi in cui ci sia, invece, la presenza di un mero amministratore di fatto oppure di una mera attività di sottrazione di capitali dall’esterno. Infatti, nel corso degli anni, la materia ha maturato via via l’attenzione a concetti di nuova creazione giurisprudenziale. Ricordiamo, ad esempio, la elaborazione del concetto di socio occulto tiranno, molto in voga nel primi anni 2000.

L’identificazione di queste figure estranee alla società o collaboranti in modo non chiaro con la stessa, ha lo scopo di tentare una estensione della responsabilità verso coloro che si nascondono dietro l’apparente compagine sociale o dell’amministrazione. In uno con l’estensione della responsabilità vi è la possibilità di estendere il fallimento. E nella giurisprudenza sempre più spesso vi è il riferimento a questo istituto giuridico: la supersocietà.

In che cosa consiste?

Si può semplificare assumendo che una “supersocietà” è una società di fatto, non necessariamente occulta, ma che in quanto tale non risulta iscritta al Registro delle Imprese. Essa può essere partecipata anche da società di capitali.

Deve trattarsi una una società e, in quanto tale, deve avere un fondo comune, una gestione di utili e perdite e, soprattutto, deve avere uno scopo conforme all’interesse dei soci.

La dimostrazione della esistenza di una supersocietà deve essere rigorosa. Afferma Cassazione Civile n. 20552/2022 che «L'art. 147, comma 5, l.fall. trova applicazione non solo quando, dopo la dichiarazione di fallimento di un imprenditore individuale, risulti che l'impresa è, in realtà, riferibile ad una società di fatto tra il fallito ed uno o più soci occulti, ma, in virtù di sua interpretazione estensiva, anche laddove il socio già fallito sia una società, anche di capitali, che partecipi, con altre società o persone fisiche, ad una società di persone (cd. supersocietà di fatto) - non assoggettata ad altrui direzione e coordinamento - la cui sussistenza, però, postula la rigorosa dimostrazione del comune intento sociale perseguito, che deve essere conforme, e non contrario, all'interesse dei soci, dovendosi ritenere che la circostanza che le singole società perseguano, invece, l'interesse delle persone fisiche che ne hanno il controllo, anche solo di fatto, costituisca, piuttosto, una prova contraria all'esistenza della supersocietà di fatto. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione della Corte d'Appello, che aveva escluso la ricorrenza della descritta fattispecie, valorizzando, per un verso, la mancanza di un fondo comune fra i presunti soci di fatto, per altro verso, la circostanza che le condotte distrattive accertate in capo all'amministratore legale di una delle società non erano finalizzate allo svolgimento di attività imprenditoriale comune ma solo a sottrarre liquidità ai creditori del singolo ente).»

Ancora Cass. 7903/2020 ha affermato “dovendosi ritenere che la circostanza che le singole società perseguano, invece, l'interesse delle persone fisiche che ne hanno il controllo, anche solo di fatto, costituisca, piuttosto, una prova contraria all'esistenza della supersocietà di fatto”.

Ne deriva che ogni singolo caso dovrà essere attentamente misurato in relazione ai parametri su indicati e non può essere identificata quale supersocietà quella attività fraudolenta che miri esclusivamente alla sottrazione di garanzia del credito.

Non si avrà una supersocietà neppure in quei casi nei quali un soggetto amministri da dietro le quinte altra società, senza commistione di elementi patrimoniali.

 

L’estensione del fallimento nella supersocietà

Come affermato da Cassazione Civile n. 5458/2023 una volta ammessa la configurabilità di una società di fatto partecipata da società di capitali e la conseguente sua fallibilità ai sensi del 1° comma dell’art. 147 l.fall., non v’è alcuna ragione che possa giustificarne un differenziato trattamento normativo, ammettendone o escludendone la fallibilità a seconda che il socio già fallito sia un imprenditore individuale o collettivo.

La società di fatto, secondo la definizione fornita dall’art. 2247 c.c., deve contemplare l’esercizio in comune dell’attività economica, attraverso l’impiego di un fondo comune formato dagli apporti dei soci, e la programmata partecipazione di questi ultimi ai conseguenti risultati patrimoniali: e, dunque, da un agire nell’interesse, ancorché diversificato, ma non contro l’interesse dei soci .

Nel caso di specie affrontato da Cass. 204/2024, mentre nel primo grado il tribunale “ha ritenuto che, in ragione del “ruolo preponderante e decisivo” svolto “all’interno della società fallita”, lo stesso avrebbe usato la compagine sociale come mero “schermo per continuare la sua attività di impresa dietro il velo formale del contratto di affitto di azienda, ma ponendo le scelte gestorie al di fuori delle ordinarie dinamiche societarie”, la Corte d’Appello aveva “ escluso che tali fatti fossero sufficienti a ritenere dimostrata l’esistenza di una società di fatto, non apparendo sufficientemente significativi in tal senso né il metodo di gestione mediante il sistema dell’affitto dei rami di azienda, né il controllo costante, l’ingerenza gestoria e l’eterodirezione dell’attività di impresa condotta dalla società da parte dell’imprenditore individuale”.

Si motivava circa il non potersi individuare una supersocietà bensì, piuttosto, dell’esistenza di un’amministrazione di fatto, “non essendovi dimostrazione reale di un fondo sociale appartenente alla super-società, né della ripartizione di utili e perdite dell’ipotizzata entità di fatto tra i due soggetti anzidetti”.

Nel ricorso per cassazione, al quarto motivo, poi accolto dalla Corte, si lamentava che il disporre delle risorse sociali come cosa propria da parte dell’esercente reale dell’impresa, il non contabilizzare correttamente entrate e uscite e, nel contempo, il provvedere al pagamento dei debiti correnti necessari a continuare l’attività nel medio periodo (“congelando” solo quelli fiscali e contributivi) e fare transitare il patrimonio aziendale dalla prima società affittuaria decotta alla nuova, senza rilevare tramite regolare inventario le scorte di magazzino, i beni e le attrezzature, dà vita a un’unica indistinguibile massa attiva, che non è necessariamente strumentale di appropriazione individuale della persona fisica che domina l’organizzazione, giovando piuttosto e soprattutto a formare un patrimonio comune destinato all’esercizio dell’attività, da cui tutti i membri della famiglia e le società traggono alimento e beneficio, con la conseguente alea comune nei guadagni e nelle perdite, cioè la compartecipazione dei vari soggetti ai risultati economici dell’attività svolta in comune

La Corte di Cassazione, abbiamo detto, accoglie questo rilievo. Motiva ricordando che la riforma del diritto societario, com’è noto, ha espressamente consentito la partecipazione, anche di fatto, di una società di capitali ad una società di persone (cd. “supersocietà”). Gli artt. 2361 c.c. e 111 duodecies disp.att. c.c., infatti, hanno inequivocamente previsto che una società di capitali possa assumere la qualità di socio illimitatamente responsabile, tra l’altro, di una società in nome collettivo, pur se irregolare (art. 2297 c.c.) come la società di fatto.

 

Supersocietà deve essere fallibile e insolvente

Afferma la Corte che è opportuno chiarire che, in linea di principio, per potersi dichiarare il fallimento della cd. supersocietà di fatto, è necessario, tra l’altro, il riscontro di una “autonoma e affatto propria insolvenza” della supersocietà “anche eventualmente muovendo - quale fatto indiziante – dalla rilevazione dell’insolvenza di uno o più soci, ovvero del socio cui era inizialmente imputabile l’attività economica, ma senza alcuna automatica traslazione ovvero dogmatico esaurimento in esse della prova richiesta, come per tutti gli insolventi fallibili, dall’art. 5 legge fallimentare.

Questa, al pari dei suoi soci illimitatamente responsabili, può, naturalmente, dimostrare in giudizio, in sede di estensione ai sensi dell’art. 147, comma 5°, l.fall., l’insussistenza dello stato d’insolvenza provando che la stessa è, al contrario, in condizione di far fronte regolarmente e con mezzi normali alle proprie (nei termini esposti) obbligazioni.

 

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Di seguito il testo di

Corte di Cassazione Civile Sez. I, Ordinanza n. 204 del 04/01/2024

 

FATTI DI CAUSA

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